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Lo Stato è debole

La decisione del tribunale di sorveglianza di Roma, resa nota il 19 dicembre, di confermare la detenzione in regime di 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito è di fatto una condanna a morte, stante la decisione del compagno di non interrompere lo sciopero della fame ad oltranza iniziato il 20 ottobre. Lo Stato mostra i muscoli e si prepara alla prova di forza. Il suo motto potrebbe essere sintetizzato con ammazzarne uno per arrestarne cento, puntando alla liquidazione del movimento anarchico, almeno quello della nostra generazione. Quella che invece sta dando, in realtà, è una prova di debolezza. Sono due mesi che ci diciamo che non è il tempo di analisi e riflessioni, che la situazione è urgente, che bisogna agire.
Eppure, se è vero che per l’anarchismo la teoria non è mai separata dalla pratica, siccome esse si intrecciano in maniera indissolubile, forse è allora proprio questo il momento non tanto di fermarsi a riflettere, ma di ragionare continuando ad agire.
In estrema sintesi. Riteniamo che lo Stato italiano abbia commesso un grosso errore decidendo di aprire il 41 bis per la prima volta ad un anarchico imprigionato. Questo errore ha comportato il verificarsi della più grande mobilitazione di denuncia e di lotta, concreta e internazionale, contro il 41 bis da quando questo infame regime di annientamento e tortura è stato inaugurato nel 1992. Questo movimento non è guidato da sinceri democratici, ma è spinto nella sua essenza propulsiva dall’azione individuale di un compagno indomito, che in questa lotta sta mettendo a repentaglio la sua stessa vita, e da tante azioni e iniziative, individuali e collettive, di un movimento anarchico che ha saputo ritrovare rabbia e vitalità.
Di fronte a tutto questo, paradossalmente, oggi lo Stato potrebbe valutare che – posto che ormai l’errore è stato compiuto e che lo si dovrà pagare – ammazzare Alfredo Cospito possa essere l’opzione meno dolorosa. L’alternativa sarebbe la sconfitta e il dover fare un importante passo indietro, anche perché il movimento anarchico internazionale non promette, dal canto suo, di fare passi indietro in cambio della vita di un compagno. L’anarchismo non sta barattando (né potrebbe mai farlo), una sorta di disarmo in cambio della declassificazione di Alfredo. Così lo Stato non ha nessuna garanzia che gli anarchici si fermeranno. Anzi, teme che saranno rinvigoriti da una vittoria contro il 41 bis.
Si tratta di una scommessa azzardata. E la vita di Alfredo oggi passa dai dadi di questi infami giocatori d’azzardo.

Gli anarchici in 41 bis: genesi di un tentativo di sfondamento politico-militare

Siamo nella primavera del 2022. Il Paese è sorretto dal governo di Unità Nazionale guidato da quello che secondo molti è l’uomo più autorevole delle élites politiche ed economiche europee: Mario Draghi. La pace sociale è asfissiante. In compenso c’è la guerra, quella vera, alle porte d’Europa. Il governo Draghi, in particolare la sua componente di centrosinistra, è fervente sostenitore della politica della NATO. In assoluto uno dei governi più guerrafondai dell’alleanza. Questo provoca enormi sacrifici per la popolazione. Draghi lo sa bene e sa altrettanto bene che la pace sociale è un matrimonio fragile, che può crollare da un momento all’altro. Draghi lo sa bene proprio perché, da direttore della Banca Centrale Europea, è uno dei responsabili della macelleria sociale in Grecia.
Gli anarchici possono essere proprio quella miccia che fa deflagrare la situazione: sono gli unici che, nei fatti, non hanno mai disarmato le ragioni dell’offensiva, quindi la significatività di un connubio tra critica e pratica che per sua natura è profondamente sociale e mai meramente politico. Questo perché – come spesso amiamo ripetere – ci poniamo direttamente all’interno del conflitto, sfruttati tra sfruttati, oppressi tra oppressi, senza affrontarlo o indirizzarlo dall’esterno. Tuttavia gli anarchici appaiono in quel momento, agli occhi dei governanti, quanto mai deboli e divisi. Bisogna ricordare che il 41 bis è in assoluto il momento più politico dell’intero meccanismo giudiziario, tanto che è il ministro della giustizia a firmare i decreti di internamento, cosa che non avviene per nessun’altra ordinanza o sentenza di ogni ordine e grado. E così l’allora ministra Marta Cartabia il 4 maggio firma il decreto di detenzione in 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito, un provvedimento che il giorno seguente diviene esecutivo.
Siamo in tempi di guerra e allora può tornare utile una metafora di tipo militare. Lo Stato in quei mesi ha tentato uno sfondamento in profondità, l’attacco contro il movimento anarchico doveva servire da testa di ponte per un giro di vite complessivo contro chi persevera a credere nella possibilità realizzativa della trasformazione rivoluzionaria e, più in generale, contro l’antagonismo e l’opposizione sociale. Sono i mesi nei quali la procura di Piacenza, per fare l’esempio più eclatante, arrivò ad arrestare sei sindacalisti accusandoli di estorsione perché chiedevano aumenti salariali al padrone. Se contro il movimento antagonista bastano delle severe sferzate, contro gli anarchici si punta alla liquidazione, alla pena esemplare; lo Stato non vuole vincere, vuole stravincere. Nel giro di poche settimane arrivano la condanna di Juan Sorroche a 28 anni per l’attacco esplosivo contro la sede della Lega di Villorba, in provincia di Treviso, del 12 agosto 2018, arriva il trasferimento di Alfredo Cospito in 41 bis e arriva, in cassazione, sempre contro Alfredo e contro Anna Beniamino, la riqualificazione da «strage contro la pubblica incolumità» in «strage contro la sicurezza dello Stato» di una delle accuse (inerente il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, del 2 giugno 2006) per cui sono già stati condannati, in primo grado e in appello, nel processo Scripta Manent. Se chiedete a qualcuno per strada cosa è una strage, questi sicuramente risponderà l’assassinio di molte persone. In realtà non è così, in Italia si può essere condannati per strage anche in assenza di morti o feriti.
L’articolo 285 del codice penale è il più grave in assoluto del codice penale italiano. Andrebbero scolpite nella pietra, ad eterna infamia, le parole di un passaggio delle motivazioni della corte di cassazione alla sentenza del 6 luglio scorso. Ai difensori, che obiettavano che l’articolo 285 non è stato utilizzato nemmeno per le stragi di mafia e per le stragi dei fascisti (quelle vere), la corte replica che «in quelle sedi le contestazioni riguardavano vicende nelle quali, in presenza di vittime umane, la distinzione dogmatica tra strage comune e strage politica perde di significato» (pag. 63). Detto in altri termini, quando ci sono i morti non è importante applicare l’articolo 285, tanto l’ergastolo arriva lo stesso, ma con gli anarchici, per un crimine meno cruento, bisogna per forza punirli con il reato più grave. Altrimenti come facciamo ad arrivare all’ergastolo?
Un passaggio, questo, che non solo consegna all’infamia perpetua e infanga per la storia il nome di chi lo ha scritto – Luciano Imperiali, presidente della corte – ma che è indicativo di cosa stesse maturando: componenti enormi dello Stato, a tutti i livelli, dal ministro della giustizia ai vertici del supremo organo giudiziario italiano, stavano «cospirando» per ottenere la strage politica dell’anarchismo. Questa è stata la presuntuosa scommessa dello Stato italiano. Tanti i personaggi che si sono messi in gioco, che hanno macchiato la propria onorabilità borghese per giungere al risultato.

Il passo più lungo della gamba: la più grande mobilitazione di tutti i tempi contro il 41 bis

Rimanendo sulla metafora bellica. Lo Stato tenta uno sfondamento in profondità, un’accelerazione repressiva come non se ne vedevano da parecchio tempo. Desidera una testa di ponte dove far affluire nuove truppe e quindi dilagare. Come in ogni guerra, lo sfondamento in profondità presenta dei pericoli enormi: in particolare, la difficoltà a difendere la posizione avanzata che si è conquistata. Una strage senza morti, non è facile da difendere. Un ergastolo senza morti, non è facile da giustificare. Così come non risulta facile spiegare come mai il 41 bis, nato per combattere i mafiosi, allargato poi nel silenzio generale ai compagni delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente arrestati nel 2003, venga adesso impiegato anche per gli anarchici.
Lo Stato non sa difendere questa posizione. E la cosa incredibile è che non lo fa. Non si difende, non si spiega. In due mesi di sciopero della fame non un solo editorialista, non un solo intellettuale, ci ha «messo la faccia» per scrivere un articolo, fare un’intervista, mettersi in gioco per dire che sì, è giusto che un anarchico detenuto venga trasferito in 41 bis e ci resti per tutta la vita. Si affrettano ad ammazzare Alfredo e non lo motivano pubblicamente. Giocano d’azzardo, ma non hanno le carte. Questa condotta prosegue, appunto, per tutti i primi due mesi di sciopero della fame, fino alla pubblicazione (come detto, il 19 dicembre) dell’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma per l’udienza del 1° dicembre sul ricorso contro il trasferimento in 41 bis, quando in alcune testate spuntano «timidamente» i primi titoli che, in maniera stentata, tentano di sostenere il provvedimento. Ma è ben poca cosa.
L’anarchismo è davvero qualcosa di meraviglioso e ci presenta sempre delle grandi conferme. Mai come nel caso di Alfredo Cospito azione individuale e azione di massa appaiono intrecciati, indistinguibili; perché è un individuo, Alfredo, in primo luogo, a fare la differenza. Alfredo ha deciso che una vita senza alcun contatto, una vita senza un dialogo con i suoi compagni, non è degna di essere vissuta. Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel descrive una immaginaria lotta per la vita e per la morte fra due individui. Uno dei due ha paura della morte e si sottomette all’altro, così nasce la civiltà. Il servo sceglie la vita e rinuncia alla libertà. Alfredo ha dimostrato di non essere servo, sta dimostrando che nella civiltà dei servi non ci vuole vivere e, soprattutto, che la libertà vale più della sua stessa vita.
Il 20 ottobre il compagno entra in sciopero della fame. L’occasione è un’udienza al tribunale di sorveglianza di Sassari inerente un sequestro della corrispondenza. La sua dichiarazione non l’abbiamo letta, forse non la leggeremo mai, sequestrata come tutto quello che viene dal 41 bis. Chi è rinchiuso in 41 bis non ha il diritto di parlare, non una sua parola deve uscire da quelle mura. Nemmeno quelle che sarebbero potute essere le ultime parole della sua vita, nemmeno la dichiarazione dove annuncia uno sciopero della fame fino alla morte.
Questo ennesimo tassello nella coltre d’isolamento imposta dallo Stato diviene per quest’ultimo un primo punto debole. È in questo frangente che si comincia a scrivere, a tradurre in molteplici lingue, che in Italia c’è un compagno anarchico in sciopero della fame fino alla morte, ma che lo Stato gli impedisce di spiegare le sue motivazioni. Anche all’estero si comincia a concepire, ancora vagamente, che genere di inferno è il 41 bis.
I telegiornali occidentali ci martellano tutti i giorni con i crimini commessi dalle dittature loro nemiche. Ci raccontano delle infamità di Putin, ma poi troviamo gli oppositori politici di Putin che scrivono su Twitter dal carcere. Ci raccontano delle condanne a morte dei manifestanti in Iran, e nel farlo toccano le nostre emozioni con le loro ultime parole. Ora nel mondo si viene a sapere che in Italia c’è un condannato a morte a cui è stata tolta anche l’ultima parola.
L’infamia del 41 bis – le 22 di isolamento al giorno, la socialità massimo in quattro persone, l’ora di colloquio al mese con vetro divisorio, la censura della corrispondenza, i giornali che arrivano con gli articoli proibiti ritagliati, le finestre oscurate, i passeggi dove non passa la luce, il divieto di avere foto, disegni, libri – diventano di dominio pubblico. Nel momento in cui i governi ci chiedono sempre maggiori sacrifici nella propria guerra perpetua ai tiranni loro nemici, comincia a diventare indifendibile il fatto che in Italia i rivoluzionari vengano rinchiusi in 41 bis.
Lo Stato italiano si è messo proprio in un bel guaio. Un’ombra come non si era mai vista si addensa allargandosi sul corpo dell’antimafia – e conseguentemente, sulla sua struttura direzionale, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, responsabile diretta del trasferimento del compagno in 41 bis e organo di coordinamento per le più recenti operazioni repressive contro gli anarchici –, fino allo scorso 20 ottobre un’istituzione eroica e intoccabile per i più, mentre oggi nei muri di molte città italiane c’è scritto a caratteri cubitali che «l’antimafia tortura» o che occorre «chiudere il 41 bis». Intanto i boia si chiudono ancora nel mutismo. Come se sperassero di farla franca, di uccidere Alfredo nel silenzio generale.

Una mobilitazione radicale. I riformisti restano alla coda

Non bisogna sottovalutare la radicalità di quanto sta avvenendo, perché essa è un fatto inedito, quantomeno per la nostra generazione. Lo sciopero della fame di Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo non è, per fare un esempio storico, paragonabile allo sciopero della fame che fecero alcuni dissociati negli anni ‘80 del secolo scorso contro l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario (antenato del 41 bis). Cospito non è un dissociato, non è ravveduto, finché ha potuto ha continuato e perseverato a scrivere dal carcere articoli, contributi e interventi, sostenendo sempre la significatività dell’azione rivoluzionaria contro lo Stato e il capitale. Questo aspetto rende di per sé radicale quanto sta accadendo: la più grande mobilitazione della storia contro il 41 bis ha come «punta di sfondamento» un compagno anarchico rivoluzionario che sta mettendo a repentaglio la propria esistenza, contribuendo enormemente a rafforzare il senso e la prospettiva di una solidarietà rivoluzionaria internazionale.
Il sostegno ad Alfredo Cospito ha preso corpo, quantomeno per buona parte della mobilitazione, non come una generica denuncia del 41 bis in quanto regime detentivo di annientamento psico-fisico, ma come sostegno specifico nei confronti della lotta di un compagno avente una connotazione rivoluzionaria ben precisa. Naturalmente non tutti condividono, o affrontano volentieri, l’intera storia di Alfredo, ma è evidente che questa stessa storia esiste. È un fatto, limpido e ineludibile. Mentre, invece – e ciò non rappresenta o comunque non dovrebbe rappresentare un problema per quanti, nel nostro movimento, hanno vedute differenti –, molti altri possono affermare, come abbiamo fatto anche noi, di avere con Alfredo una condivisione profonda e radicale dei princìpi dell’anarchismo, di rispettare senza se e senza ma la sua storia, di sostenere le ragioni e il valore delle pratiche per cui è stato imputato e condannato o che ha rivendicato (come nel caso del ferimento dell’ingegnere Adinolfi, responsabile della catastrofe nucleare).
Questa evidenza inerente la natura della mobilitazione ha comportato che per la prima volta, per quanto riguarda la nostra generazione, stiamo assistendo a una situazione nella quale i riformisti, i garantisti, i democratici, quando ci sono, restano alla coda. È un fatto talmente inedito per i nostri occhi per cui ci troviamo a confronto con la necessità di dover sviluppare degli strumenti politico-culturali adeguati. Nel rapporto con movimenti antagonisti o istanze di critica sociale a determinate realizzazioni del potere, siamo sempre stati abituati ad essere – consentiteci la semplificazione – l’«area più dura» dentro le lotte, quelli spesso allontanati da dirigenti, o aspiranti tali, e dai servizi d’ordine, quando non ne siamo proprio al di fuori, talvolta disprezzando queste stesse lotte per la loro connotazione riformista o del tutto recuperabile. Avversi a ogni logica frontista, ci troviamo a sostenere una lotta nella quale non c’è alcun fronte comune volto ad aggregare entità aventi una concezione radicalmente differente dello scontro e dei compiti dei rivoluzionari: come detto poc’anzi, le «componenti» non rivoluzionarie attente alla lotta in corso si trovano, per forza di cose, costrette a inseguire gli eventi, magari riservandosi di sbuffare per le «truculenze» degli anarchici, però senza poter fare sostanzialmente nulla di più. Allo stesso modo, irrimediabilmente avversi ad ogni adeguamento al ribasso nel terreno del metodo, ci troviamo in una dimensione in cui il motore propulsivo è rappresentato dalla radicalità dell’anarchismo rivoluzionario: quindi quella dei compagni in sciopero della fame e delle azioni in solidarietà.
Detto ciò, un’iniziativa riformista-democratica in effetti c’è stata, con la presa di posizione sulla situazione di Alfredo da parte di alcuni importanti intellettuali: Luigi Manconi, collezionista di percorsi politici (ex Lotta Continua, ex Verdi, ex Partito Democratico); Frank Cimini, giornalista di cronaca giudiziaria; il filosofo Massimo Cacciari e la filosofa Donatella di Cesare; i Wu Ming, brillanti scrittori esponenti del mondo della disobbedienza civile; il vignettista impegnato Zerocalcare. Non ci interessa particolarmente il discorso mediatico, ma seguire la storia di questi due mesi attraverso la stampa borghese può risultare in questo caso utile quale intellegibile di ritorno per dimostrare come i riformisti questa volta sono stati alla coda della mobilitazione.
Quando Alfredo, e successivamente gli altri compagni – prima Juan Sorroche e Ivan Alocco il 25 e 27 ottobre, poi Anna Beniamino il 7 novembre –, hanno iniziato e intrapreso lo sciopero della fame la «potenza di fuoco» della stampa democratico-riformista era relegata a riviste specialistiche e di bassissima tiratura. Quando gli anarchici (già prima dell’inizio dello sciopero, in solidarietà con Alfredo recluso in 41 bis) hanno cominciato a rovinare la festa ai democratici e ai falsi critici nelle loro kermesse, poi a sciopero iniziato a svolgere cortei spontanei, ad occupare Amnesty International e le gru, a tappezzare le città di scritte murali, a porre in atto le più disparate iniziative in solidarietà, la stampa locale ne ha dovuto parlare. Intorno e a seguito della manifestazione del 12 novembre a Roma con i suoi tafferugli, i riformisti guadagnano le pagine nazionali: Cacciari scrive un articolo su “La Stampa” e Manconi su “La Repubblica”. I direttori delle principali testate si pongono il problema editoriale di spiegare che diavolo sta succedendo, visto che i loro lettori ne sanno ben poco dato che fino a pochi giorni prima vigeva l’assoluta censura sul tema. E così via, dopo le azioni dirette sempre più distruttive.
La crescita della campagna democratica si è potuta dare solo nelle condizioni di crescita della mobilitazione, radicalmente rivoluzionaria, degli anarchici e degli altri compagni solidali. E, naturalmente, nel protrarsi dello sciopero della fame e quindi nella drammatizzazione della condizione di Alfredo, che però – lo abbiamo ricordato – è un compagno con una chiara identità, quindi peraltro difficilmente strumentalizzabile in termini umanitaristici.
Ben curioso come alcuni di questi personaggi – in particolare Frank Cimini e Luigi Manconi – abbiano cominciato a preoccuparsi quando le azioni dirette hanno cominciato ad assumere certe proporzioni, sia dal punto di vista della distruttività sul terreno materiale che in quello della rilevanza mass-mediatica assunta da alcune di esse. Non solo prese di distanza, di cui non dubitavamo, ma Frank Cimini arriva a dire che «le manifestazioni esterne di solidarietà rischiano di alimentare la tesi della pericolosità sociale ed essere controproducenti come già accaduto in passato per altri detenuti politici», mentre Manconi ad affermare di voler «proprio conoscere quel genio di un anarchico che ha ritenuto utile, al fine di sostenere lo sciopero della fame di Alfredo Cospito contro il 41 bis, realizzare un attentato incendiario contro la prima consigliera dell’ambasciata italiana ad Atene», dato che quest’azione avrebbe «creato confusione e […] intimidito qualcuno», peraltro consentendo «al titolista del Giornale […] di scrivere che, dal momento che Massimo Cacciari e io abbiamo trattato l’argomento, Cospito avrebbe “sedotto i salotti chic”». Indispettito dopo l’attacco incendiario contro i veicoli di Susanna Schlein, il povero Manconi ci illumina pure informandoci che «solo una concezione politicista e burocratica, in sostanza autoritaria, della lotta politica può spiegare l’azione di Atene». I riformisti, in altre parole, dando alla realtà una lettura completamente auto-centrata, confondono l’effetto con la causa e non vedono come, se mai hanno avuto qualche voce in questa vicenda, essa è debitrice esclusivamente della mobilitazione intrapresa dagli anarchici, non il contrario.

La bilancia dello Stato

Quanto detto conduce però, paradossalmente, all’esito drammatico di questi giorni. Posto che per lo Stato sia stato un errore questo tentativo di sfondamento, posto che una cricca di «manettari» ha fatto precipitare il Paese all’interno di questi sussulti, ormai che dentro la tempesta ci siamo, gli apparati istituzionali più profondi in questi giorni stanno probabilmente mettendo sul piatto della bilancia due alternative: ci facciamo meno male se lo ammazziamo o se lo salviamo?
Declassificare Alfredo per lo Stato significherebbe fare un passo indietro di grande valore. Non si tratta infatti di un errore specifico, di quello che i benpensanti chiamerebbero un errore giudiziario. Se paragoniamo lo Stato a un organismo vivente, abbiamo visto mettersi in moto, in maniera organizzata e persino organica, numerose strutture. Una catena «proteica» che va dal precedente governo di Unità Nazionale con i suoi ministri più autorevoli (nel caso di Marta Cartabia si è spesso parlato di possibile prima donna alla presidenza della repubblica), passa da una struttura auto-sufficiente e incontrastabile come l’antimafia, coinvolge i giudici della cassazione, discende fino agli uffici di numerose procure italiane (Torino per il processo Scripta Manent, quindi l’accusa di strage, Perugia e Milano per le indagini contro la pubblicistica anarchica, in particolare contro il giornale anarchico “Vetriolo”, quindi l’accusa-insinuazione di «ispirare» o «orientare» le azioni, ecc.).
Oltretutto questo passo indietro avverrebbe senza alcuna garanzia. Gli anarchici non promettono niente allo Stato, non lo hanno mai fatto, non lo possono fare per propria natura e in quanto non hanno alcuna struttura politica unitaria. Soprattutto, non lo vogliono fare. Lo Stato italiano perderebbe la battaglia senza nessun premio di consolazione. Lo stesso ergastolo per Alfredo ed Anna è oggi più difficile da ottenere, dopo la decisione del 5 dicembre del tribunale di Torino di rivolgersi alla corte costituzionale ritenendo di dubbia legittimità l’essere obbligati (come pretende la cassazione) a dare un ergastolo in assenza di vittime.
Infine lo Stato ha delle strutture di auto-sufficienza, dei veri e propri «bunker» immuni da qualunque cosa succeda all’esterno. Nemmeno Silvio Berlusconi, quando era presidente del consiglio, è riuscito a fermare i magistrati che lo volevano condannare. Come può riuscirci Alfredo Cospito? Il tribunale di sorveglianza di Roma, addetto alla conferma dei provvedimenti di detenzione in 41 bis, è un organo che nella sua storia li ha sempre confermati tutti. Sono persone pagate per rigettare i ricorsi degli avvocati dei reclusi in 41 bis. Non fanno mai passi indietro, sono una fabbrica di rigetti e si sono confermati tali anche in questa occasione. Rivolte e appelli sui giornali, attentati e prese di posizione dei politici, non sentono nessuno.
Nondimeno lo Stato, intendendo ammazzare Alfredo, sceglie di giocare a dadi con il Diavolo. Non si sa dove lo porterà la partita. La speranza che muove gli esponenti della linea dura è che Alfredo possa fermarsi all’ultimo momento o che, uccidendolo, si possano raccogliere numerosi elementi di prova a carico di chi si sta mobilitando così da effettuare un’ondata di arresti e (illudersi di) chiudere la partita con gli anarchici. Ammazzarne uno per arrestarne cento.
Si tratta di una scommessa azzardata perché essa viene completamente giocata stando seduti dalla parte del torto. Vero è che non basta avere ragione per ottenere il successo; anzi, il fatto che sul pianeta Terra domini l’ingiustizia indica semmai il contrario. Tuttavia, quanto già detto – la natura vessatoria e disumana del 41 bis, la strage senza vittime, l’ergastolo senza morti, l’inaugurazione del 41 bis per gli anarchici – è talmente difficile da giustificare che lo Stato non avrà gioco facile nell’avanzare verso il massacro di Alfredo e di noi tutti. Ormai la vicenda Cospito è di pubblica opinione, ogni telegiornale ne ha parlato per diversi giorni e ne continuerà a parlare. Mentre, lo ripetiamo, non c’è un solo leccapiedi delle procure – non un Saviano, non un Travaglio, non un esponente di governo – che mette la faccia per spiegare perché è giusta la condanna a morte di un anarchico imprigionato.

Segnali di stanchezza dal fronte borghese

Il 19 dicembre arriva quindi il rigetto da parte del tribunale di Roma che si era riunito il 1° dicembre sul ricorso contro il provvedimento di trasferimento in 41 bis. Quasi tre settimane per dire di no, che Alfredo deve morire. La sera il telegiornale dell’emittente televisiva LA7 trasmette un lungo servizio di quattro minuti sulla vicenda. Alla fine del quale il direttore in persona, Enrico Mentana, prende la parola e dice delle cose molto pesanti.
Prima di riportarle, una premessa sul ruolo editoriale de LA7 e sulla figura di Mentana. Nata con l’ambizione di diventare il terzo polo televisivo, LA7 nei suoi 15 anni di vita ha cercato di presentarsi come alternativa sia delle televisioni di proprietà della famiglia Berlusconi che della televisione di Stato, la RAI. Con la scalata dell’editore Urbano Cairo, LA7 entra a far parte di un grande blocco editoriale che controlla anche quello che da sempre è il giornale più autorevole della borghesia italiana, il “Corriere della Sera”. Il blocco LA7-Corriere rappresenta dunque la voce del padrone; un padrone equilibrato, centrista, moderato, benpensante.
In questo quadro svolge un ruolo eminente il direttore del telegiornale. Mentana presenta egli stesso il telegiornale delle ore 20:00 e lo fa attraverso quella che molto spesso appare come una fastidiosa presentazione commentata dei fatti. Dopo alcuni servizi, si prende una manciata di secondi per i suoi commenti non richiesti. Mentana gioca a fare quella parte che nelle tragedie greche era occupata dal coro: la pubblica opinione che empatizza o stigmatizza le vicende dell’eroe. E cosa dice Mentana questa volta?
«È una questione molto molto spinosa. All’osservatore che, come nel mio caso, magari non ha tutti i dati sottomano, sembra che non ci sia proporzione nel chiedere il carcere più duro possibile a chi non ha ucciso né ferito, a chi ha compiuto reati non tali da essere accomunati a quelli di Totò Riina e simili, non è questo il caso. Oltretutto l’interesse di tutti è non creare un caso così spinoso che porta anche a queste reazioni. Ma c’è una questione di giustizia, e lo sapevamo, e non lo si scopre oggi».
La voce della borghesia, per bocca del corifeo Enrico Mentana, dice almeno due cose molto pesanti. La prima, di carattere umanitario: non c’è proporzione tra gli anarchici e la mafia, tra Alfredo Cospito e Totò Riina, il 41 bis per Cospito è sproporzionato. Si tratta di una affermazione ovvia, oggettiva, banale. Conferma il fatto che lo Stato sta facendo una scommessa essendo seduto dalla parte del torto. Persino i direttori dei telegiornali ormai lo affermano e, neanche questa volta, qualcuno che si faccia avanti presso l’opinione pubblica per sostenere il contrario. Lo vanno ad ammazzare e non difendono la propria decisione. Lo vanno ad ammazzare e cercano ancora di farlo in silenzio, sono completamente «impazziti» e non vedono che il silenzio ormai è rotto. Stanno zitti, si mettono i tappi nelle orecchie, e danno un altro giro alla garrota.
La seconda affermazione, però, è addirittura clamorosa: «Oltretutto l’interesse di tutti è non creare un caso così spinoso che porta anche a queste reazioni». Il commento si riferisce alle azioni dirette avvenute negli ultimi giorni, azioni di cui aveva appena parlato il servizio andato in onda. La borghesia italiana, con questa brevissima affermazione, sta dicendo una cosa molto pesante: noi siamo stanchi. La borghesia non comprende per quale ragione gli apparati di sicurezza l’abbiano infilata in questo guaio. Abbiamo già a che fare con la guerra, con la crisi, con il caro energia, perché diavolo ci avete scatenato gli anarchici, per di più con delle ripercussioni a livello internazionale? Poi, perché a partire da una posizione così debole da difendere?
Infine, la stilettata ai responsabili di questo disastro: in Italia c’è un problema di magistratura e non lo si scopre oggi.
In Italia, a partire dal 1992, si è infatti costituito un blocco di potere incontrastabile. Se fossimo dei sinceri democratici preoccupati per le sorti del Paese lo definiremmo «un blocco di potere eversivo». La logica dell’antimafia è una logica del tutto indifferente al mondo e alle sue sollecitazioni. E lo è in maniera costitutiva. Nella paranoia della mafia, nessuno può fermare l’antimafia. Se l’ordinamento avesse previsto, per esempio, che un ministro, il parlamento, una commissione potesse fermare l’antimafia, il pensiero paranoico avrebbe potuto dire: chi ci garantisce che quel ministro, che quel parlamento, che quella commissione non sia in mano alla mafia stessa?
Oggi la borghesia italiana sta pagando il prezzo delle fibrillazioni provocate dal movimento in solidarietà con lo sciopero della fame intrapreso da Alfredo Cospito. L’antimafia, come ogni istituzione, a prescindere dalla propria retorica di autosufficienza, si regge sul sostegno popolare. Il suo «bunker» politico-militare è stato costruito in quel sostegno. Oggi la vita di Alfredo passa anche attraverso la denuncia delle responsabilità dell’antimafia. Quel sostegno deve e può essere messo in discussione. Chi vuole uccidere Alfredo deve sapere che facendolo sta spargendo una pennellata di merda sui baffi di Falcone e Borsellino.
In conclusione, una componente dello Stato ha inteso condannare i compagni Anna Beniamino e Alfredo Cospito puntando a pene che potessero arrivare all’ergastolo e ha voluto trasferire Alfredo in 41 bis affinché ciò fungesse, in termini di deterrenza, da monito contro il movimento anarchico. Allo stesso modo, quella stessa componente dello Stato intende oggi uccidere Alfredo come estrema prova di forza. Ma questa in realtà è una prova di debolezza. Davanti alla determinazione di Alfredo e alla mobilitazione solidale, l’organismo complesso Stato-capitale non è affatto coeso, dato che in esso esistono evidentemente delle spinte contrastanti, delle contraddizioni innestatesi proprio su questa stessa vicenda dello sciopero della fame. Sono dalla parte del torto e non sono capaci di motivare pubblicamente l’assassinio che hanno premeditato. La testa di ponte che lo Stato ha provato ad erigere trasferendo per la prima volta un anarchico in 41 bis è fragile. I rifornimenti sono difficili. Hanno voluto andare troppo in fondo e ora non hanno il coraggio di ritirarsi.
Come ha scritto il compagno Ivan Alocco, cominciando il 22 dicembre un nuovo sciopero della fame al fianco di Alfredo e in solidarietà con i compagni imprigionati: «Che sia attraverso la tortura psicologica dell’isolamento (una forma di morte sociale ed intellettuale) o attraverso la tortura fisica di una morte lenta, quello che vogliono è annientare uno dei loro nemici. Ma Alfredo non è solo. Non lo sarà mai. Il suo coraggio di fronte all’accanimento distruttore della repressione fa aumentare la nostra determinazione». Dobbiamo continuare, continuare, continuare. Alfredo è ancora vivo. Oggi come ieri, non riusciranno a spegnere il pensiero e le pratiche antiautoritarie, a spezzare la tensione rivoluzionaria.

Emmeffe
Efferre

24 dicembre 2022

 

In odio al nemico, In faccia all’oltraggio

Diffondiamo in affinità 

Di questo è capace il mondo
che ha cessato di essere un mondo.
Farsi orrore per intero.
Farsi per intero prigione.
Non c’è una misura per l’orrore
ma neanche per l’amore che lo disarma.

Alfredo, tu ci insegni
che la libertà assoluta esiste
ed è un prezzo da pagare ogni giorno
per non doverne più pagare il prezzo.

Mentre gli spettri si pasciono dei loro gioielli
e delle loro memorie provvisorie
fatte di carte, norme, articoli e decreti,
mentre si beano dei loro deserti
credendo di poter estirpare
ciò che è stato seminato
in orde preziose di corpi e di secoli,
a noi non rimane che in cuore un tumulto
e l’amore inaudito che cucirà questo ennesimo sfregio.

Agli aguzzini la squallida contabilità
di uno splendore inconoscibile,
la faccia di sasso del loro terrore.
Ai servi, ai complici, ai devoti,
a chi pur vedendo non vuol vedere,
solo il baratro delle loro meschinità,
l’inferno della loro solitudine.

Alfredo,
in faccia alla tortura e allo strazio
possa ciascuno di noi
strapparti un briciolo della tua fame
toglierti un grammo del tuo dolore
cavarti una goccia della tua sete.
Esserti fianco, stomaco, spalla,
sangue e saliva.
Esserti mani, gambe, occhi e denti
nel mordere il buio che ti stringe.
Esserti ognuno corpo nel tuo corpo.
Grido nel tuo grido.
Rivolta nella tua rivolta.

Ogni giorno sogniamo il tuo sogno.
Ogni giorno sogniamo l’insulto delle stelle al calare del buio.
Sogniamo l’odore del fuoco nella città assediata.
Il fragore dei castelli che crollano.
Le vampe, le danze, le urla di gioia.
Ogni giorno sogniamo la suprema bellezza della tempesta,
il furore delle onde, la sfrontatezza del cielo spazzato dal vento.
Sogniamo le immense e indecifrabili spire degli stormi,
l’eco sontuoso di ali e di stridi.
Come bambini perduti in preda al loro cantare
con le guance in fiamme, gli occhi già pieni dell’orizzonte,
corriamo verso l’oceano che ci aspetta.

Ogni giorno con te sogniamo.
Ogni giorno con te corriamo.

Possa ciascuno di noi
essere coraggio del tuo coraggio.
In odio al nemico,
in faccia all’oltraggio.

ODE all’IO

“Fare dell’anarchia una tensione scientista,programmatica e programmata, nonché organizzata, sta rendendo quest’ultima sempre più simile al cancro marxista.Scopritore di nuove catene, in nome della rivoluzione nuova civiltà, nuove istituzioni, nuova morale, nuova umanità.

L’IO soggiogato dai malanni comunitari, identità e violenza cognitiva: la spocchia di rinchiudere i desideri dell’io in una forma o in una moltitudine: il “proletariato”, gli/le sfruttatx.

Il comunismo anarchico, positivista, organizzatore o federato, è pregno di realismo febbricitante.

Poi, sulle rive di questa fumosa oscenità, vi è l’ego irridente, refrattario e solitario che sogghigna del traboccante umanitarismo in cui verte l’anarchia organizzata, che sempre più spesso si macchia di quel rosso autoritario.
Del resto, non vi può esistere militante nella tensione Anarchia individuale e nichilista, non c’è nessun fine, non esiste la destinazione, non vi è Fede.”  

                       Leo Souvarine  

204: La Paura cambi di campo

 

 

 

 

 

“Si istituiscono processi agliAnarchici
per quello che gli Anarchici sono, nemici dello stato”.
Anna Beniamino

Chi ha fatto dell’anarchia un atto deflagrante e ha gioito nel momento nel momento di rottura totale con l’ordine imposto non si fermerà neanche di fronte alla richiesta di 204 anni carcere da parte di un servo frustato.
204 sono, infatti, gli anni complessivi richiesti per i nostri compagni dello Scripta Manent.
A tutti loro va sempre più forte e salda la nostra complicità e affinità. Allo Stato e ai suoi servi la promessa del nostro odio eterno.

Per l’Anarchia!

SUL BATTELLO EBBRO DELLE NUOVE INSURREZIONI di Luca G.

Scritto in data 06/12/2018

SUL BATTELLO EBBRO DELLE NUOVE INSURREZIONI di Luca G.

 

C’è nell’aria nuova un vecchio odore di rivolta

Armi nelle mani di chi vive un’altra volta.

(Stigmathe)

 

Qualcosa di antico ma inaspettatamente nuovo scuote il vecchio mondo da qualche anno a questa parte.

Piazza Syntagma, Gezi Park, le rivolte in medio-oriente ieri, i “gilet jaunes” in Francia oggi: arriva di soppiatto, infetta distrugge e poi sparisce lasciando però segni indelebili sui muri delle città e sulle esistenze di chi la vive.

Brevemente e ancora incagliato fra l’ottusa stupidità delle narrazioni del tempo sulle contrapposizioni tra piazze di destra e piazze di sinistra vorrei provare a parlare del risveglio di una mai sopita voglia di libertà a dispetto di ogni dispositivo di potere e di ogni illusione di pacificazione, al di là delle “divise” e delle singole rivendicazioni.

Perché il punto non è la provincia o l’impero, la destra o la sinistra, l’organizzazione o lo spontaneismo, il punto è il fuoco.

 

AL FUOCO! o del perché la rivolta non bussa ma entra sicura

 

Marinus, Marinus, hörst Du mich?

Marinus, Du warst es nicht

es war König Feurio!

 

(Einsturzende Neubauten)

 

Partiamo dalla grigia cronaca del fatto: dopo l’aumento delle aliquote della benzina voluta da Macròn (ovvia operazione di greenwashing che va a discapito delle classi meno abbienti), in Francia grazie al tamtam di Facebook si sviluppa un grande movimento caratterizzato dal portare il giubbotto catarifrangente da indossare in autostrada.

Il 17 novembre questo strano movimento opera più di 2000 blocchi stradali, la settimana successiva una serie di cortei selvaggi si scontra con la polizia a Parigi, il movimento cresce in Francia assumendo di volta in volta connotati più fascistoidi (compresa l’infame e schifosa denuncia nei confronti di alcuni migranti nascosti in un camion) o più rivoluzionari. Successivamente, si sviluppa in maniera farsesca e reazionaria in Italia e più seriamente in Belgio, dove a Bruxelles si verificano grossi scontri con la polizia il 30 novembre.

Il giorno dopo a Parigi è sommossa generale: la polizia deve ripiegare più volte, macchine e negozi dati alle fiamme, licei occupati.

Il 4 dicembre Macròn decide di non aumentare più il prezzo della benzina.

In questa situazione di difficilissima da decifrare e problematica da rivendicare, si presenta l’ospite più inquietante: la rivolta.

Sei un lavoratore piccolo-borghese, forse di destra, forse liberale, che sta protestando perché oltre a subire da una vita lo sfruttamento, dovrà pagare ancora di più per andarci.

Sei una camionista che rischia la vita sulle autostrade ogni giorno, cui le aziende per cui lavori neanche rimborsano la benzina sprecata.

Sei una giovane studentessa che gli anni scorsi si è battuta contro gli sbirri per abolire la Loi Travail del socialista Hollande, e ancora ricordi i bei momenti di complicità coi tuoi compagni e le tue compagne a dispetto dello stato d’emergenza emanato nel 2015.

Sei un algerino di terza generazione e vivi in una banlieu un po’ come capita, nella tua memoria sono ben vivi i ricordi dei soprusi dei flics contro i tuoi amici, le tue amiche, i tuoi parenti.

Sei una compagna libertaria, una “zadista”, memore della strenua resistenza e del vivere altro di Notre Dame des Landes.

Parigi si blocca grazie ai camionisti e ai piccolo-borghesi – dei quali non si conosce il pensiero e che magari nutre in sè abissi spaventosi – ma quando arriva la polizia a disperderli ci sono tutte e tutti gli altri.

La rabbia per una vita passata a sopravvivere accomuna, per una volta, vite altrimenti distantissime.

Gli scontri con la polizia superano ben presto le loro rivendicazioni riformiste che i loro partigiani a distanza snocciolano a ogni piè spinto, in quell’assurda logica per cui le richieste siano più importanti della vita presente.

Non importa più il motivo in mezzo alla sommossa, giacché la rivolta parla una lingua a sé stante.

 

Nel 1778 il Parlamento Inglese emana il Catholic Relief Act, un provvedimento che attenua le discriminazioni nei confronti dei cattolici.

Il 2 giugno del 1780 il Lord conservatore George Gordon convoca una manifestazione per convincere la Camera a ritirare il provvedimento; al suo rifiuto, la folla si riversa nelle strade.

In 7 giorni di sommossa il carattere esplicitamente reazionario delle rivendicazioni originali viene superato e in larga parte abolito da una rivolta furiosa che assalta le caserme, distrugge le carceri e dà fuoco alle carceri: la plebe inizialmente fomentata da ingiuste richieste s’inebria della possibilità della distruzione.

Nei primi mesi del 1898 in Italia si verificano i “moti del pane”: dopo l’aumento del prezzo voluto dal governo Rudinì, fra gennaio e luglio ogni città verrà messa a ferro e fuoco dalla popolazione, tanto che a Milano il tristemente famoso Bava Beccaris ordinerà di cannoneggiare la folla in tumulto.

Nel gennaio 1921 la Russia viene scossa per 9 giorni dall’affaire Kronstadt, cittadella militare fortificata che tanto nel 1905 quanto nel 17 era stato, nelle parole di quel Trotskij che ne sarà boia, “valore e gloria della Russia rivoluzionaria”.

Affamati dal comunismo di guerra e stufi del controllo repressivo della Ceka i marinai di Kronstadt formano un comitato, in prevalenza menscevico e socialrivoluzionario, e stilano una serie di richieste di stampo socialdemocratico da proporre al governo bolscevico.

Come si sa, il potere alla mitezza risponde con il disprezzo più sdegnoso, ma ad esso Kronstadt risponde con un’insurrezione in cui la parola d’ordine supera in radicalità di gran lunga le iniziali richieste: “Tutto il potere ai soviet, non ai partiti!”

Come si può notare, non è raro che una grande rivolta sorga da un contesto banalmente riformista o chiaramente reazionario, e infatti non va scordato che alcuni moti del pane avevano carattere nazionalista e un certo numero di marinai russi avevano tensioni antisemite.

Eppure, la reazione e la riforma appartengono al potere e quando la rivolta scoppia è molto facile che ogni situazione si ribalti e assuma carattere rivoluzionario (molto facile ma non certo, ricordiamo i pogrom russi ad esempio).

Sembra stia accadendo ora in Francia, dove le sommosse stanno in parte superando le contraddizioni iniziali.

 

 SENTENZIARE E PUNIRE: miseria dell’ideologia

 

 Just because I dress like this doesn’t mean I’m a communist.

 

(Billy Bragg)

 

Ecco arrivare, ad ogni moderna sommossa, i recuperatori!

Tanto la fascista Marine Le Pen quanto il “populista di sinistra” Jean Luc Melenchon hanno cercato di tirare dalla loro parte un movimento che, inizialmente, sembrava poter venir indirizzato a scopi elettorali.

Così chi guardava da lontano l’ideologia ha creato due fazioni contrapposte: “i settari e le settarie”, come il sottoscritto, che inizialmente bollavano come completamente reazionarie piccoloborghesi e prefasciste queste mobilitazioni e “partigiani e partigiane” chi se le rivendicava acriticamente, tirando fuori dal cilindro qualche frase di Lenin.

Grida nel vuoto entrambe: la pretesa nei tempi odierni di egemonizzare in senso vetero-ideologico si frantuma sullo scoglio della vita quotidiana.

Il crollo delle ideologie ha portato sì i padroni a sedersi comodamente sui propri privilegi, ma allo stesso tempo ha visto le cosiddette masse impermeabili ai discorsi politicisti.

Certo, il monopolio del recupero ce l’ha ancora il capitale, ma almeno i recuperatori della sinistra controrivoluzionaria e i militantisti vengono per lo più ignorati.

E infatti tutti sono pronti a dissociarsi: Marine Le Pen, i vertici della CGT e Melenchon hanno in brevissimo tempo condannato le “violenza” ripetendo la vecchia solfa de “i casseurs infiltrati che spaccano tutto”.

Intanto, i ridicoli partiti dell’ “estrema sinistra” cortocircuitano sulle loro grottesche posizioni: per i rossi ieri le lotte LGBTQI erano borghesi perché interclassiste, oggi i gilet gialli sono interessanti perché interclassisti. I liberali intanto urlano al fascismo, la post-disobbedienza si rivendica tutto ma nessuno le crede.

Se si fosse letto e ancor più compreso Furio Jesi in Spartakus, si capirebbe cha la rivolta supera tanto i suoi ispiratori quanto chi la vuole imbrigliare.

Ma poco importa, gli ideologi crollano sotto il peso della realtà, ed è uno dei rari conforti di questi tempi: l’ideologo è il poliziotto che frena chi capovolge l’esistente.

 

 SAVE THE CITY BURN IT DOWN: del perché la rivolta è tale solo quando è distruttiva

 

Sembra più una festa

 che un massacro di innocenti.

 

(Plastic Surgery)

 

Durante il primo maggio 2015 a Milano un manifestante, prestatosi incautamente alla telecamera, dichiara: “È stata una bella esperienza.”

La prospettiva della distruzione è, in ultima istanza, una dialettica alla portata di chiunque e desiderabile per tutt*: per l’impiegato la banca diventa il simbolo del suo sfruttamento, per il camionista la concessionaria è genitrice dei suoi mali, per la studentessa un supermercato dove spende i pochi spicci che le danno i genitori, per l’algerino il negozio di lusso è lo specchio della sua povertà, per la zadista i simboli di un capitalismo che devasta e saccheggia.

La distruzione è un momento di riappropriazione totale, anche se temporaneo, di una vita pienamente vissuta.

Parafrasando Debord, il vandalismo contro le cose le riempie di linfa vitale, ridotte come sono ad altari del culto della merce.

Queste splendide città intoccabili con le loro belle vetrine, i loro bei monumenti, le periferie chimiche e i/le senzatetto morti assiderati sul marciapiede, queste città sono la linea di separazione fra l’umano e le sue possibilità di agire nello e sullo spazio che si vive.

Il vandalismo oltrepassa questa linea e il soggetto agente reimpara a modificare l’esistente.

Non è un caso che il vandalismo è urgenza adolescenziale, il momento più furioso della vita, l’età dell’urgenza, e si sopisce con l’obbedienza e l’abitudine al compromesso della maturità.

Citando ancora lo Jesi di Spartakus: “Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’“haut-lieu” e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze immediate.”

 

        

MILLENIUM PEOPLE: del ceto medio impoverito e della composizione mista nelle nuove rivolte

 

Al netto dei toni trionfalistici di certi organismi della sinistra, i gilet jaunes sembravano realmente sovradeterminati dall’estrema destra.

Del resto, un “movimento” con rivendicazioni molto basse e con una composizione prevalentemente piccolo-borghese e bianca non può che far pendere l’ago della bilancia verso la reazione.

Gli ultimi anni hanno visto un continuo tentativo di larga parte del movimento alla disperata ricerca di una nuova classe di accodarsi al fenomeno populista per volgerlo in chiave rivoluzionaria: i forconi, il referendum, il malcontento l’UE, addirittura a volte alcune componenti hanno addirittura sostenuto la tesi dell'”esercito di riserva” pe strizzare l’occhio al nuovo fascismo.

Dicono che bisogna entrare nelle contraddizioni, ma anche se la prendessimo in esame nell’accezione puramente maoista del termine (che fine ha fatto il plusvalore?), non si riesce a scorgere nessun punto A o punto B, solo due borghesie- quella finanziaria e quella bottegaia- in lotta fra di loro quanto lo erano ai tempi di fascismo versus perfida Albione.

Dicono che andando incontro al malcontento popolare contro le istituzioni si può diventare massa, ma cos’è la massa? Un’idea e null’altro, un fantasma, l’equivalente del gregge cristiano. A ogni armata rossa si contrappone un’armata bianca, è il rapporto di forza a determinare la vittoria e questo non è regolato dal quantitativo, sennò ogni tentativo insurrezionale sarebbe fallito.

Se il proletariato non è altro se non la classe di chi “non ha altro da perdere se non le proprie catene” il ceto medio impoverito proletariato non è: ha ancora tutta una serie di privilegi da cui, per quanto si senta depredato dalle “elite”, non ha intenzione di staccarsi.

Oggi, se vogliamo trovare un nuovo proletariato, dobbiamo aprire gli occhi su una serie di sfruttamenti e discriminazioni diversificate e sulle soggettività che ne costituiscono la loro negazione: la persona migrante, proveniente dai ghetti del mondo, che in quanto tale porta sulle spalle il peso di secoli di sfruttamento e l’abolizione dell’istituzione autoritaria chiamata “Nazione”; la soggettività queer, vittima di discriminazione e recuperi continui, che con la sua stessa corporeità nega il dominio patriarcale e l’istituzione borghese della famiglia nucleare; la vittima del lavoro nero, fenomeno endemico nelle società valoriali e più alta contraddizione fra “Legge” e “mercato”; la persona disoccupata e/o precaria, simbolo di un mondo che obbliga al lavoro e al contempo costruisce le basi per far morire di fame.

Niente a che vedere con le moltitudini di negriana memoria però, perché tutte queste soggettività vanno a costruire una reale classe globale che s’inscrive perfettamente in quella del proletariato, e che può mutare facilmente un contesto a forte rischio reazionario in insurrezionale.

Infatti i gilet gialli sono cominciati a diventare attraversabili dalle soggettività in lotta – e quindi a costruire situazioni pre-insurrezionali – solo dove la composizione era più diversificata come a Parigi dove studenti e studentesse, militanti rivoluzionari/e e soprattutto abitanti delle banlieue hanno partecipato alle rivolte.

Questo non è successo in altre zone più “bianche” e più colonizzate dal Front National, e non è successo in Italia con il movimento dei forconi, proprio per la limitatezza della sua composizione.

Il fenomeno del proletariato misto è ben visibile anche in Italia, dove i momenti più radicali nelle lotte non “militanti” si verificano nella logistica, nel settore degli “smart works” (ad esempio i rider) dove la composizione “etnica” è molto diversificata, o dove la soggettività migrante è predominante come nei lager CPR e nelle carceri, in cui le rivolte, seppur di minor spessore dato il contesto e meno spettacolarizzate, non hanno nulla di invidiare a quelle francesi.

Un discorso di classe non può prescindere dalla presa d’atte che le classi sono mutate, pena il seguire le orme del populismo reazionario dimenticando un discorso di liberazione totale, la completa scomparsa, il trionfo della morte.

 

LANCIANDO IL SASSO PIÙ IN LÀ: come salire sul battello ebbro

Nothing ever burns down by itself, every fire needs a little bit of help.

 

(Chumbawamba)

 

I Gilet Jaunes hanno vinto, Macròn ha ritirato la tassa.

Se continueranno con le proteste non è dato saperlo, probabilmente i recuperatori reazionari congloberanno il movimento in una nuova – per la Francia – forma di populismo di destra per la gioia dei neo-sansepolcristi di tutto il mondo.

Vada come vada, sommossa chiama sommossa e i/le giovani che ieri si battevano contro la Loi Travail oggi lo facevano insieme ai gilet gialli: agire la libertà diventa un’abitudine, lo sa chiunque abbia partecipato a un riot e si trovi a passare davanti

Azione chiama azione e, malgrado questi tempi siano caratterizzati da una palese ondata di nuovi fascismi, questi momenti di parziale e temporanea destabilizzazione sono utili per trovare complicità e alzare il livello dell’attacco, costruire situazioni tra sfruttati e sfruttate che dissolvano i rapporti di micropotere e, quando verrà il momento in cui il fascismo si paleserà completamente, ed è molto vicino, rispondere con la dovuta preparazione.

Lanciare il sasso più in là, perché da queste rivolte non nasce la rivoluzione, ma da chi oggi porta il conflitto a un livello più alto nascerà l’insurrezione di domani.

 

 

COLPIAMOLI A CASA LORO!!!Treviso: Attaccata sede della Lega (12/08/2018)

Che stia finendo la pacchia anche alla Lega e al suo seguito di “ingordi” di odio?

È solo l’inizio, in un’epoca di silenzio e indifferenza  la deflagrazione ci ha svegliato più pronti che mai a lottare con tutti i mezzi in nostro possesso contro la democrazia da Terzo Reich.

Un saluto complice alla Cellula Cellula Haris Hatzimihelakis/Internazionale nera (1881-2018)

COLPIAMOLI A CASA LORO!!!!

Stanchi di tacere, stanchi di vedere ogni giorno violenze sistematica tramite il razzismo, il sessismo, il lavoro salariato che avvengono in questa società, i cui essenziali valori sono l’autorità e il profitto. Nauseati dallo sfruttamento vediamo come principali responsabili tutti i partiti politici i quali reprimono la libertà tramite l’apparato statale, riformatore e repressivo (TV, mass-media, associazioni, esercito, protezione civile, ecc). Lo stato ed il capitale sono i più grandi criminali, infrangono persino le loro leggi rubano sotto forma di tasse, uccidono tramite la guerra e il lavoro salariato, i respingimenti in mare e nei lager per immigrati in Europa ed Africa, contaminano irreversibilmente l’uomo, gli animali ed il pianeta terra, tutto per il loro profitto e potere.

Non dimentichiamo la complicità ipocrita di questa società composta da cittadini che fingono di non vedere gli orrori del razzismo, del nazionalismo di oggi e di ieri. Questa accettazione è il pilastro del totalitarismo e della democrazia: L’autorità che si fonda sull’indifferenza, la paura, l’apatia, nel tempo ha potuto creare i Gulag, i campi di concentramento nazisti, ed oggi quelli in Libia o sotto casa nostra. E’ una storia che si ripete.

12/08/2018
All’alba, la sede della Lega a Treviso, stata attaccata con 1 ordigno, rivendichiamo la collocazione contro politici, sbirri, e loro tirapiedi. A tutto questo non vogliamo essere complici, alla violenza indiscriminata degli Stati ci opporremo con la violenza discriminata contro i responsabili di tutto ciò. La quasi totale pacificazione in Italia, dove le masse sono occupate a farsi la guerra fra poveri, uno dei nostri obiettivi è opporci alla rassegnazione, all’impotenza ed all’immobilismo. Lo Stato ed il capitale utilizzano tutte le tecniche e le violenze per distogliere l’attenzione dai veri problemi degli sfruttati e primo tra tutti l’odio tra i più deboli e diseredati, tra una frontiera ed un’altra, tra un genere un altro, tra un colore della pelle ed un altro. Va da sé che nessuna fazione di insignificanti politici autoritari sarebbe mai in grado di soddisfare i nostri desideri. State parlando di governo “giallo –verde”, di sinistra e di destra, noi vogliamo che lo stato sia distrutto. State promettendo aumenti di stipendio, tasse ridotte, posti di lavoro, noi vogliamo l’eliminazione del denaro, della merce e del lavoro. State combattendo per migliori condizioni del governo, ma noi vogliamo solo divertirci sulle rovine fiammeggianti delle vostre città. Voi fate politica, noi la guerra sociale. Le cose sono difficili, c’è un abisso esistenziale tra noi e non c’è spazio per il dialogo. Quindi tutto questo ci rende chiaro dove colpire! Attaccare nello specifico il razzismo e lo sfruttamento. Colpire lo stato, il capitale i suoi responsabili. L’azione diretta ci rende chiaro perché e come.

Per una solidarietà internazionalista, ribelle, Anarchica!
Per un mondo senza frontiere, autorità!

Salutiamo con questa azione l’invito lanciato dai compagni “cellula Santiago Maldonado” che hanno proposto di rafforzare gli attacchi alla pace dei rappresentanti e complici del dominio.
Salutiamo ogni individualità e cellula Anarchica che continua a propagare la fiamma attraverso l’azione, qui e ora!

“Oggi siamo noi a prendere in mano la fiaccola dell’anarchia, domani sarà qualcun altro. Purché non si spenga!“[1]

Solidarietà a tutte/i le/i prigioniere/i, Tamara Sol, Juan Aliste, Juan Flores, Freddy, Marcelo, J.Gan, Marius Mason, Meyer-falk, Dinos Yatzoglou, Lisa Dorfer, i membri delle CCF e Lotta Rivoluzionaria.
Agli Anarchici di Firenze, Torino, Napoli, Cagliari, Cile, Russia, Germania, Polonia, dell’operazione scripta manent.
E a tutte/i le/i ribelli rinchiuse/i nelle patrie galere nel mondo!

Cellula Haris Hatzimihelakis/Internazionale nera (1881-2018)

 

Paska: non ti aspetteremo inermi

 

Il 27 marzo la procura di Firenze ha accolto in cassazione, il ricorso dell’accusa in merito alla custodia cautelare per tentato omicidio, in relazione al ferimento dello sbirro per l’azione contro la Libreria fascista a Firenze. Il giorno seguente il nostro compagno e fratello Paska, indagato per tale reato, è stato portato in carcere a Teramo.

E’ il marzo e la procura di Firenze decide di accogliere in cassazione l’accusa nei confronti di Paska, l’ordine di custodia cautelare per tentato omicidio per i fatti accaduti contro la libreria fascista e il ferimento dello sbirro (che faceva il suo lavoro di servo e anche male ndr.)

Dunque Paska torna in carcere a Teramo, e potrei dire quanto sia infame il lavoro del giudice e di tutto l’apparato statale. Potrei anche aggiungere che tutte le galere andrebbero rase al suolo, ma rimarrebbe solo una parola scritta, e la rabbia che ci anima in queste ore, in questi giorni si trasforma in frustrazione per l’ennesimo fratello anarchico arrestato. Non sono un giudice e non mi interessano i cavilli, le leggi, le presunzioni di colpa che potremmo analizzare.

La solidarietà è fatta di “parola scritta”, ma pure, e soprattutto, di azione che veramente può abbattere le mura di ogni prigione che può cambiare i destini delle lotte.

Viviamo in tempi in cui la repressione di stato si è fatta sempre più pressante e proprio ora è il momento di tirare fuori la rabbia sopita, perché se lo stato è potente non ci deve far paura, è una lotta che si protrae dalla notte dei tempi e qualche audace l’ha pure vinta.

 

È un momento in cui scambiamo gli aguzzini ( giudici, pm) per portatori sani di democrazia, ma noi siamo anarchici, la democrazia è forse la peggiore versione di tutte le dittature esistenti. Non lasciamoci ingannare, il nemico è sempre lo stesso:Lo stato.

 

La mia affinità e complicità a Paska

Che tu possa tornare libero attraverso l’azione!

 

Sara Zappavigna

 

L’indirizzo di Paska è :

PIERLORETO FALLANCA

C.C CASTROGNO

C.DA CEPPATA 1

64100 TERAMO