La decisione del tribunale di sorveglianza di Roma, resa nota il 19 dicembre, di confermare la detenzione in regime di 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito è di fatto una condanna a morte, stante la decisione del compagno di non interrompere lo sciopero della fame ad oltranza iniziato il 20 ottobre. Lo Stato mostra i muscoli e si prepara alla prova di forza. Il suo motto potrebbe essere sintetizzato con ammazzarne uno per arrestarne cento, puntando alla liquidazione del movimento anarchico, almeno quello della nostra generazione. Quella che invece sta dando, in realtà, è una prova di debolezza. Sono due mesi che ci diciamo che non è il tempo di analisi e riflessioni, che la situazione è urgente, che bisogna agire.
Eppure, se è vero che per l’anarchismo la teoria non è mai separata dalla pratica, siccome esse si intrecciano in maniera indissolubile, forse è allora proprio questo il momento non tanto di fermarsi a riflettere, ma di ragionare continuando ad agire.
In estrema sintesi. Riteniamo che lo Stato italiano abbia commesso un grosso errore decidendo di aprire il 41 bis per la prima volta ad un anarchico imprigionato. Questo errore ha comportato il verificarsi della più grande mobilitazione di denuncia e di lotta, concreta e internazionale, contro il 41 bis da quando questo infame regime di annientamento e tortura è stato inaugurato nel 1992. Questo movimento non è guidato da sinceri democratici, ma è spinto nella sua essenza propulsiva dall’azione individuale di un compagno indomito, che in questa lotta sta mettendo a repentaglio la sua stessa vita, e da tante azioni e iniziative, individuali e collettive, di un movimento anarchico che ha saputo ritrovare rabbia e vitalità.
Di fronte a tutto questo, paradossalmente, oggi lo Stato potrebbe valutare che – posto che ormai l’errore è stato compiuto e che lo si dovrà pagare – ammazzare Alfredo Cospito possa essere l’opzione meno dolorosa. L’alternativa sarebbe la sconfitta e il dover fare un importante passo indietro, anche perché il movimento anarchico internazionale non promette, dal canto suo, di fare passi indietro in cambio della vita di un compagno. L’anarchismo non sta barattando (né potrebbe mai farlo), una sorta di disarmo in cambio della declassificazione di Alfredo. Così lo Stato non ha nessuna garanzia che gli anarchici si fermeranno. Anzi, teme che saranno rinvigoriti da una vittoria contro il 41 bis.
Si tratta di una scommessa azzardata. E la vita di Alfredo oggi passa dai dadi di questi infami giocatori d’azzardo.

Gli anarchici in 41 bis: genesi di un tentativo di sfondamento politico-militare

Siamo nella primavera del 2022. Il Paese è sorretto dal governo di Unità Nazionale guidato da quello che secondo molti è l’uomo più autorevole delle élites politiche ed economiche europee: Mario Draghi. La pace sociale è asfissiante. In compenso c’è la guerra, quella vera, alle porte d’Europa. Il governo Draghi, in particolare la sua componente di centrosinistra, è fervente sostenitore della politica della NATO. In assoluto uno dei governi più guerrafondai dell’alleanza. Questo provoca enormi sacrifici per la popolazione. Draghi lo sa bene e sa altrettanto bene che la pace sociale è un matrimonio fragile, che può crollare da un momento all’altro. Draghi lo sa bene proprio perché, da direttore della Banca Centrale Europea, è uno dei responsabili della macelleria sociale in Grecia.
Gli anarchici possono essere proprio quella miccia che fa deflagrare la situazione: sono gli unici che, nei fatti, non hanno mai disarmato le ragioni dell’offensiva, quindi la significatività di un connubio tra critica e pratica che per sua natura è profondamente sociale e mai meramente politico. Questo perché – come spesso amiamo ripetere – ci poniamo direttamente all’interno del conflitto, sfruttati tra sfruttati, oppressi tra oppressi, senza affrontarlo o indirizzarlo dall’esterno. Tuttavia gli anarchici appaiono in quel momento, agli occhi dei governanti, quanto mai deboli e divisi. Bisogna ricordare che il 41 bis è in assoluto il momento più politico dell’intero meccanismo giudiziario, tanto che è il ministro della giustizia a firmare i decreti di internamento, cosa che non avviene per nessun’altra ordinanza o sentenza di ogni ordine e grado. E così l’allora ministra Marta Cartabia il 4 maggio firma il decreto di detenzione in 41 bis per l’anarchico Alfredo Cospito, un provvedimento che il giorno seguente diviene esecutivo.
Siamo in tempi di guerra e allora può tornare utile una metafora di tipo militare. Lo Stato in quei mesi ha tentato uno sfondamento in profondità, l’attacco contro il movimento anarchico doveva servire da testa di ponte per un giro di vite complessivo contro chi persevera a credere nella possibilità realizzativa della trasformazione rivoluzionaria e, più in generale, contro l’antagonismo e l’opposizione sociale. Sono i mesi nei quali la procura di Piacenza, per fare l’esempio più eclatante, arrivò ad arrestare sei sindacalisti accusandoli di estorsione perché chiedevano aumenti salariali al padrone. Se contro il movimento antagonista bastano delle severe sferzate, contro gli anarchici si punta alla liquidazione, alla pena esemplare; lo Stato non vuole vincere, vuole stravincere. Nel giro di poche settimane arrivano la condanna di Juan Sorroche a 28 anni per l’attacco esplosivo contro la sede della Lega di Villorba, in provincia di Treviso, del 12 agosto 2018, arriva il trasferimento di Alfredo Cospito in 41 bis e arriva, in cassazione, sempre contro Alfredo e contro Anna Beniamino, la riqualificazione da «strage contro la pubblica incolumità» in «strage contro la sicurezza dello Stato» di una delle accuse (inerente il duplice attacco esplosivo contro la Caserma Allievi Carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, del 2 giugno 2006) per cui sono già stati condannati, in primo grado e in appello, nel processo Scripta Manent. Se chiedete a qualcuno per strada cosa è una strage, questi sicuramente risponderà l’assassinio di molte persone. In realtà non è così, in Italia si può essere condannati per strage anche in assenza di morti o feriti.
L’articolo 285 del codice penale è il più grave in assoluto del codice penale italiano. Andrebbero scolpite nella pietra, ad eterna infamia, le parole di un passaggio delle motivazioni della corte di cassazione alla sentenza del 6 luglio scorso. Ai difensori, che obiettavano che l’articolo 285 non è stato utilizzato nemmeno per le stragi di mafia e per le stragi dei fascisti (quelle vere), la corte replica che «in quelle sedi le contestazioni riguardavano vicende nelle quali, in presenza di vittime umane, la distinzione dogmatica tra strage comune e strage politica perde di significato» (pag. 63). Detto in altri termini, quando ci sono i morti non è importante applicare l’articolo 285, tanto l’ergastolo arriva lo stesso, ma con gli anarchici, per un crimine meno cruento, bisogna per forza punirli con il reato più grave. Altrimenti come facciamo ad arrivare all’ergastolo?
Un passaggio, questo, che non solo consegna all’infamia perpetua e infanga per la storia il nome di chi lo ha scritto – Luciano Imperiali, presidente della corte – ma che è indicativo di cosa stesse maturando: componenti enormi dello Stato, a tutti i livelli, dal ministro della giustizia ai vertici del supremo organo giudiziario italiano, stavano «cospirando» per ottenere la strage politica dell’anarchismo. Questa è stata la presuntuosa scommessa dello Stato italiano. Tanti i personaggi che si sono messi in gioco, che hanno macchiato la propria onorabilità borghese per giungere al risultato.

Il passo più lungo della gamba: la più grande mobilitazione di tutti i tempi contro il 41 bis

Rimanendo sulla metafora bellica. Lo Stato tenta uno sfondamento in profondità, un’accelerazione repressiva come non se ne vedevano da parecchio tempo. Desidera una testa di ponte dove far affluire nuove truppe e quindi dilagare. Come in ogni guerra, lo sfondamento in profondità presenta dei pericoli enormi: in particolare, la difficoltà a difendere la posizione avanzata che si è conquistata. Una strage senza morti, non è facile da difendere. Un ergastolo senza morti, non è facile da giustificare. Così come non risulta facile spiegare come mai il 41 bis, nato per combattere i mafiosi, allargato poi nel silenzio generale ai compagni delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente arrestati nel 2003, venga adesso impiegato anche per gli anarchici.
Lo Stato non sa difendere questa posizione. E la cosa incredibile è che non lo fa. Non si difende, non si spiega. In due mesi di sciopero della fame non un solo editorialista, non un solo intellettuale, ci ha «messo la faccia» per scrivere un articolo, fare un’intervista, mettersi in gioco per dire che sì, è giusto che un anarchico detenuto venga trasferito in 41 bis e ci resti per tutta la vita. Si affrettano ad ammazzare Alfredo e non lo motivano pubblicamente. Giocano d’azzardo, ma non hanno le carte. Questa condotta prosegue, appunto, per tutti i primi due mesi di sciopero della fame, fino alla pubblicazione (come detto, il 19 dicembre) dell’ordinanza del tribunale di sorveglianza di Roma per l’udienza del 1° dicembre sul ricorso contro il trasferimento in 41 bis, quando in alcune testate spuntano «timidamente» i primi titoli che, in maniera stentata, tentano di sostenere il provvedimento. Ma è ben poca cosa.
L’anarchismo è davvero qualcosa di meraviglioso e ci presenta sempre delle grandi conferme. Mai come nel caso di Alfredo Cospito azione individuale e azione di massa appaiono intrecciati, indistinguibili; perché è un individuo, Alfredo, in primo luogo, a fare la differenza. Alfredo ha deciso che una vita senza alcun contatto, una vita senza un dialogo con i suoi compagni, non è degna di essere vissuta. Nella Fenomenologia dello Spirito Hegel descrive una immaginaria lotta per la vita e per la morte fra due individui. Uno dei due ha paura della morte e si sottomette all’altro, così nasce la civiltà. Il servo sceglie la vita e rinuncia alla libertà. Alfredo ha dimostrato di non essere servo, sta dimostrando che nella civiltà dei servi non ci vuole vivere e, soprattutto, che la libertà vale più della sua stessa vita.
Il 20 ottobre il compagno entra in sciopero della fame. L’occasione è un’udienza al tribunale di sorveglianza di Sassari inerente un sequestro della corrispondenza. La sua dichiarazione non l’abbiamo letta, forse non la leggeremo mai, sequestrata come tutto quello che viene dal 41 bis. Chi è rinchiuso in 41 bis non ha il diritto di parlare, non una sua parola deve uscire da quelle mura. Nemmeno quelle che sarebbero potute essere le ultime parole della sua vita, nemmeno la dichiarazione dove annuncia uno sciopero della fame fino alla morte.
Questo ennesimo tassello nella coltre d’isolamento imposta dallo Stato diviene per quest’ultimo un primo punto debole. È in questo frangente che si comincia a scrivere, a tradurre in molteplici lingue, che in Italia c’è un compagno anarchico in sciopero della fame fino alla morte, ma che lo Stato gli impedisce di spiegare le sue motivazioni. Anche all’estero si comincia a concepire, ancora vagamente, che genere di inferno è il 41 bis.
I telegiornali occidentali ci martellano tutti i giorni con i crimini commessi dalle dittature loro nemiche. Ci raccontano delle infamità di Putin, ma poi troviamo gli oppositori politici di Putin che scrivono su Twitter dal carcere. Ci raccontano delle condanne a morte dei manifestanti in Iran, e nel farlo toccano le nostre emozioni con le loro ultime parole. Ora nel mondo si viene a sapere che in Italia c’è un condannato a morte a cui è stata tolta anche l’ultima parola.
L’infamia del 41 bis – le 22 di isolamento al giorno, la socialità massimo in quattro persone, l’ora di colloquio al mese con vetro divisorio, la censura della corrispondenza, i giornali che arrivano con gli articoli proibiti ritagliati, le finestre oscurate, i passeggi dove non passa la luce, il divieto di avere foto, disegni, libri – diventano di dominio pubblico. Nel momento in cui i governi ci chiedono sempre maggiori sacrifici nella propria guerra perpetua ai tiranni loro nemici, comincia a diventare indifendibile il fatto che in Italia i rivoluzionari vengano rinchiusi in 41 bis.
Lo Stato italiano si è messo proprio in un bel guaio. Un’ombra come non si era mai vista si addensa allargandosi sul corpo dell’antimafia – e conseguentemente, sulla sua struttura direzionale, la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, responsabile diretta del trasferimento del compagno in 41 bis e organo di coordinamento per le più recenti operazioni repressive contro gli anarchici –, fino allo scorso 20 ottobre un’istituzione eroica e intoccabile per i più, mentre oggi nei muri di molte città italiane c’è scritto a caratteri cubitali che «l’antimafia tortura» o che occorre «chiudere il 41 bis». Intanto i boia si chiudono ancora nel mutismo. Come se sperassero di farla franca, di uccidere Alfredo nel silenzio generale.

Una mobilitazione radicale. I riformisti restano alla coda

Non bisogna sottovalutare la radicalità di quanto sta avvenendo, perché essa è un fatto inedito, quantomeno per la nostra generazione. Lo sciopero della fame di Alfredo contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo non è, per fare un esempio storico, paragonabile allo sciopero della fame che fecero alcuni dissociati negli anni ‘80 del secolo scorso contro l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario (antenato del 41 bis). Cospito non è un dissociato, non è ravveduto, finché ha potuto ha continuato e perseverato a scrivere dal carcere articoli, contributi e interventi, sostenendo sempre la significatività dell’azione rivoluzionaria contro lo Stato e il capitale. Questo aspetto rende di per sé radicale quanto sta accadendo: la più grande mobilitazione della storia contro il 41 bis ha come «punta di sfondamento» un compagno anarchico rivoluzionario che sta mettendo a repentaglio la propria esistenza, contribuendo enormemente a rafforzare il senso e la prospettiva di una solidarietà rivoluzionaria internazionale.
Il sostegno ad Alfredo Cospito ha preso corpo, quantomeno per buona parte della mobilitazione, non come una generica denuncia del 41 bis in quanto regime detentivo di annientamento psico-fisico, ma come sostegno specifico nei confronti della lotta di un compagno avente una connotazione rivoluzionaria ben precisa. Naturalmente non tutti condividono, o affrontano volentieri, l’intera storia di Alfredo, ma è evidente che questa stessa storia esiste. È un fatto, limpido e ineludibile. Mentre, invece – e ciò non rappresenta o comunque non dovrebbe rappresentare un problema per quanti, nel nostro movimento, hanno vedute differenti –, molti altri possono affermare, come abbiamo fatto anche noi, di avere con Alfredo una condivisione profonda e radicale dei princìpi dell’anarchismo, di rispettare senza se e senza ma la sua storia, di sostenere le ragioni e il valore delle pratiche per cui è stato imputato e condannato o che ha rivendicato (come nel caso del ferimento dell’ingegnere Adinolfi, responsabile della catastrofe nucleare).
Questa evidenza inerente la natura della mobilitazione ha comportato che per la prima volta, per quanto riguarda la nostra generazione, stiamo assistendo a una situazione nella quale i riformisti, i garantisti, i democratici, quando ci sono, restano alla coda. È un fatto talmente inedito per i nostri occhi per cui ci troviamo a confronto con la necessità di dover sviluppare degli strumenti politico-culturali adeguati. Nel rapporto con movimenti antagonisti o istanze di critica sociale a determinate realizzazioni del potere, siamo sempre stati abituati ad essere – consentiteci la semplificazione – l’«area più dura» dentro le lotte, quelli spesso allontanati da dirigenti, o aspiranti tali, e dai servizi d’ordine, quando non ne siamo proprio al di fuori, talvolta disprezzando queste stesse lotte per la loro connotazione riformista o del tutto recuperabile. Avversi a ogni logica frontista, ci troviamo a sostenere una lotta nella quale non c’è alcun fronte comune volto ad aggregare entità aventi una concezione radicalmente differente dello scontro e dei compiti dei rivoluzionari: come detto poc’anzi, le «componenti» non rivoluzionarie attente alla lotta in corso si trovano, per forza di cose, costrette a inseguire gli eventi, magari riservandosi di sbuffare per le «truculenze» degli anarchici, però senza poter fare sostanzialmente nulla di più. Allo stesso modo, irrimediabilmente avversi ad ogni adeguamento al ribasso nel terreno del metodo, ci troviamo in una dimensione in cui il motore propulsivo è rappresentato dalla radicalità dell’anarchismo rivoluzionario: quindi quella dei compagni in sciopero della fame e delle azioni in solidarietà.
Detto ciò, un’iniziativa riformista-democratica in effetti c’è stata, con la presa di posizione sulla situazione di Alfredo da parte di alcuni importanti intellettuali: Luigi Manconi, collezionista di percorsi politici (ex Lotta Continua, ex Verdi, ex Partito Democratico); Frank Cimini, giornalista di cronaca giudiziaria; il filosofo Massimo Cacciari e la filosofa Donatella di Cesare; i Wu Ming, brillanti scrittori esponenti del mondo della disobbedienza civile; il vignettista impegnato Zerocalcare. Non ci interessa particolarmente il discorso mediatico, ma seguire la storia di questi due mesi attraverso la stampa borghese può risultare in questo caso utile quale intellegibile di ritorno per dimostrare come i riformisti questa volta sono stati alla coda della mobilitazione.
Quando Alfredo, e successivamente gli altri compagni – prima Juan Sorroche e Ivan Alocco il 25 e 27 ottobre, poi Anna Beniamino il 7 novembre –, hanno iniziato e intrapreso lo sciopero della fame la «potenza di fuoco» della stampa democratico-riformista era relegata a riviste specialistiche e di bassissima tiratura. Quando gli anarchici (già prima dell’inizio dello sciopero, in solidarietà con Alfredo recluso in 41 bis) hanno cominciato a rovinare la festa ai democratici e ai falsi critici nelle loro kermesse, poi a sciopero iniziato a svolgere cortei spontanei, ad occupare Amnesty International e le gru, a tappezzare le città di scritte murali, a porre in atto le più disparate iniziative in solidarietà, la stampa locale ne ha dovuto parlare. Intorno e a seguito della manifestazione del 12 novembre a Roma con i suoi tafferugli, i riformisti guadagnano le pagine nazionali: Cacciari scrive un articolo su “La Stampa” e Manconi su “La Repubblica”. I direttori delle principali testate si pongono il problema editoriale di spiegare che diavolo sta succedendo, visto che i loro lettori ne sanno ben poco dato che fino a pochi giorni prima vigeva l’assoluta censura sul tema. E così via, dopo le azioni dirette sempre più distruttive.
La crescita della campagna democratica si è potuta dare solo nelle condizioni di crescita della mobilitazione, radicalmente rivoluzionaria, degli anarchici e degli altri compagni solidali. E, naturalmente, nel protrarsi dello sciopero della fame e quindi nella drammatizzazione della condizione di Alfredo, che però – lo abbiamo ricordato – è un compagno con una chiara identità, quindi peraltro difficilmente strumentalizzabile in termini umanitaristici.
Ben curioso come alcuni di questi personaggi – in particolare Frank Cimini e Luigi Manconi – abbiano cominciato a preoccuparsi quando le azioni dirette hanno cominciato ad assumere certe proporzioni, sia dal punto di vista della distruttività sul terreno materiale che in quello della rilevanza mass-mediatica assunta da alcune di esse. Non solo prese di distanza, di cui non dubitavamo, ma Frank Cimini arriva a dire che «le manifestazioni esterne di solidarietà rischiano di alimentare la tesi della pericolosità sociale ed essere controproducenti come già accaduto in passato per altri detenuti politici», mentre Manconi ad affermare di voler «proprio conoscere quel genio di un anarchico che ha ritenuto utile, al fine di sostenere lo sciopero della fame di Alfredo Cospito contro il 41 bis, realizzare un attentato incendiario contro la prima consigliera dell’ambasciata italiana ad Atene», dato che quest’azione avrebbe «creato confusione e […] intimidito qualcuno», peraltro consentendo «al titolista del Giornale […] di scrivere che, dal momento che Massimo Cacciari e io abbiamo trattato l’argomento, Cospito avrebbe “sedotto i salotti chic”». Indispettito dopo l’attacco incendiario contro i veicoli di Susanna Schlein, il povero Manconi ci illumina pure informandoci che «solo una concezione politicista e burocratica, in sostanza autoritaria, della lotta politica può spiegare l’azione di Atene». I riformisti, in altre parole, dando alla realtà una lettura completamente auto-centrata, confondono l’effetto con la causa e non vedono come, se mai hanno avuto qualche voce in questa vicenda, essa è debitrice esclusivamente della mobilitazione intrapresa dagli anarchici, non il contrario.

La bilancia dello Stato

Quanto detto conduce però, paradossalmente, all’esito drammatico di questi giorni. Posto che per lo Stato sia stato un errore questo tentativo di sfondamento, posto che una cricca di «manettari» ha fatto precipitare il Paese all’interno di questi sussulti, ormai che dentro la tempesta ci siamo, gli apparati istituzionali più profondi in questi giorni stanno probabilmente mettendo sul piatto della bilancia due alternative: ci facciamo meno male se lo ammazziamo o se lo salviamo?
Declassificare Alfredo per lo Stato significherebbe fare un passo indietro di grande valore. Non si tratta infatti di un errore specifico, di quello che i benpensanti chiamerebbero un errore giudiziario. Se paragoniamo lo Stato a un organismo vivente, abbiamo visto mettersi in moto, in maniera organizzata e persino organica, numerose strutture. Una catena «proteica» che va dal precedente governo di Unità Nazionale con i suoi ministri più autorevoli (nel caso di Marta Cartabia si è spesso parlato di possibile prima donna alla presidenza della repubblica), passa da una struttura auto-sufficiente e incontrastabile come l’antimafia, coinvolge i giudici della cassazione, discende fino agli uffici di numerose procure italiane (Torino per il processo Scripta Manent, quindi l’accusa di strage, Perugia e Milano per le indagini contro la pubblicistica anarchica, in particolare contro il giornale anarchico “Vetriolo”, quindi l’accusa-insinuazione di «ispirare» o «orientare» le azioni, ecc.).
Oltretutto questo passo indietro avverrebbe senza alcuna garanzia. Gli anarchici non promettono niente allo Stato, non lo hanno mai fatto, non lo possono fare per propria natura e in quanto non hanno alcuna struttura politica unitaria. Soprattutto, non lo vogliono fare. Lo Stato italiano perderebbe la battaglia senza nessun premio di consolazione. Lo stesso ergastolo per Alfredo ed Anna è oggi più difficile da ottenere, dopo la decisione del 5 dicembre del tribunale di Torino di rivolgersi alla corte costituzionale ritenendo di dubbia legittimità l’essere obbligati (come pretende la cassazione) a dare un ergastolo in assenza di vittime.
Infine lo Stato ha delle strutture di auto-sufficienza, dei veri e propri «bunker» immuni da qualunque cosa succeda all’esterno. Nemmeno Silvio Berlusconi, quando era presidente del consiglio, è riuscito a fermare i magistrati che lo volevano condannare. Come può riuscirci Alfredo Cospito? Il tribunale di sorveglianza di Roma, addetto alla conferma dei provvedimenti di detenzione in 41 bis, è un organo che nella sua storia li ha sempre confermati tutti. Sono persone pagate per rigettare i ricorsi degli avvocati dei reclusi in 41 bis. Non fanno mai passi indietro, sono una fabbrica di rigetti e si sono confermati tali anche in questa occasione. Rivolte e appelli sui giornali, attentati e prese di posizione dei politici, non sentono nessuno.
Nondimeno lo Stato, intendendo ammazzare Alfredo, sceglie di giocare a dadi con il Diavolo. Non si sa dove lo porterà la partita. La speranza che muove gli esponenti della linea dura è che Alfredo possa fermarsi all’ultimo momento o che, uccidendolo, si possano raccogliere numerosi elementi di prova a carico di chi si sta mobilitando così da effettuare un’ondata di arresti e (illudersi di) chiudere la partita con gli anarchici. Ammazzarne uno per arrestarne cento.
Si tratta di una scommessa azzardata perché essa viene completamente giocata stando seduti dalla parte del torto. Vero è che non basta avere ragione per ottenere il successo; anzi, il fatto che sul pianeta Terra domini l’ingiustizia indica semmai il contrario. Tuttavia, quanto già detto – la natura vessatoria e disumana del 41 bis, la strage senza vittime, l’ergastolo senza morti, l’inaugurazione del 41 bis per gli anarchici – è talmente difficile da giustificare che lo Stato non avrà gioco facile nell’avanzare verso il massacro di Alfredo e di noi tutti. Ormai la vicenda Cospito è di pubblica opinione, ogni telegiornale ne ha parlato per diversi giorni e ne continuerà a parlare. Mentre, lo ripetiamo, non c’è un solo leccapiedi delle procure – non un Saviano, non un Travaglio, non un esponente di governo – che mette la faccia per spiegare perché è giusta la condanna a morte di un anarchico imprigionato.

Segnali di stanchezza dal fronte borghese

Il 19 dicembre arriva quindi il rigetto da parte del tribunale di Roma che si era riunito il 1° dicembre sul ricorso contro il provvedimento di trasferimento in 41 bis. Quasi tre settimane per dire di no, che Alfredo deve morire. La sera il telegiornale dell’emittente televisiva LA7 trasmette un lungo servizio di quattro minuti sulla vicenda. Alla fine del quale il direttore in persona, Enrico Mentana, prende la parola e dice delle cose molto pesanti.
Prima di riportarle, una premessa sul ruolo editoriale de LA7 e sulla figura di Mentana. Nata con l’ambizione di diventare il terzo polo televisivo, LA7 nei suoi 15 anni di vita ha cercato di presentarsi come alternativa sia delle televisioni di proprietà della famiglia Berlusconi che della televisione di Stato, la RAI. Con la scalata dell’editore Urbano Cairo, LA7 entra a far parte di un grande blocco editoriale che controlla anche quello che da sempre è il giornale più autorevole della borghesia italiana, il “Corriere della Sera”. Il blocco LA7-Corriere rappresenta dunque la voce del padrone; un padrone equilibrato, centrista, moderato, benpensante.
In questo quadro svolge un ruolo eminente il direttore del telegiornale. Mentana presenta egli stesso il telegiornale delle ore 20:00 e lo fa attraverso quella che molto spesso appare come una fastidiosa presentazione commentata dei fatti. Dopo alcuni servizi, si prende una manciata di secondi per i suoi commenti non richiesti. Mentana gioca a fare quella parte che nelle tragedie greche era occupata dal coro: la pubblica opinione che empatizza o stigmatizza le vicende dell’eroe. E cosa dice Mentana questa volta?
«È una questione molto molto spinosa. All’osservatore che, come nel mio caso, magari non ha tutti i dati sottomano, sembra che non ci sia proporzione nel chiedere il carcere più duro possibile a chi non ha ucciso né ferito, a chi ha compiuto reati non tali da essere accomunati a quelli di Totò Riina e simili, non è questo il caso. Oltretutto l’interesse di tutti è non creare un caso così spinoso che porta anche a queste reazioni. Ma c’è una questione di giustizia, e lo sapevamo, e non lo si scopre oggi».
La voce della borghesia, per bocca del corifeo Enrico Mentana, dice almeno due cose molto pesanti. La prima, di carattere umanitario: non c’è proporzione tra gli anarchici e la mafia, tra Alfredo Cospito e Totò Riina, il 41 bis per Cospito è sproporzionato. Si tratta di una affermazione ovvia, oggettiva, banale. Conferma il fatto che lo Stato sta facendo una scommessa essendo seduto dalla parte del torto. Persino i direttori dei telegiornali ormai lo affermano e, neanche questa volta, qualcuno che si faccia avanti presso l’opinione pubblica per sostenere il contrario. Lo vanno ad ammazzare e non difendono la propria decisione. Lo vanno ad ammazzare e cercano ancora di farlo in silenzio, sono completamente «impazziti» e non vedono che il silenzio ormai è rotto. Stanno zitti, si mettono i tappi nelle orecchie, e danno un altro giro alla garrota.
La seconda affermazione, però, è addirittura clamorosa: «Oltretutto l’interesse di tutti è non creare un caso così spinoso che porta anche a queste reazioni». Il commento si riferisce alle azioni dirette avvenute negli ultimi giorni, azioni di cui aveva appena parlato il servizio andato in onda. La borghesia italiana, con questa brevissima affermazione, sta dicendo una cosa molto pesante: noi siamo stanchi. La borghesia non comprende per quale ragione gli apparati di sicurezza l’abbiano infilata in questo guaio. Abbiamo già a che fare con la guerra, con la crisi, con il caro energia, perché diavolo ci avete scatenato gli anarchici, per di più con delle ripercussioni a livello internazionale? Poi, perché a partire da una posizione così debole da difendere?
Infine, la stilettata ai responsabili di questo disastro: in Italia c’è un problema di magistratura e non lo si scopre oggi.
In Italia, a partire dal 1992, si è infatti costituito un blocco di potere incontrastabile. Se fossimo dei sinceri democratici preoccupati per le sorti del Paese lo definiremmo «un blocco di potere eversivo». La logica dell’antimafia è una logica del tutto indifferente al mondo e alle sue sollecitazioni. E lo è in maniera costitutiva. Nella paranoia della mafia, nessuno può fermare l’antimafia. Se l’ordinamento avesse previsto, per esempio, che un ministro, il parlamento, una commissione potesse fermare l’antimafia, il pensiero paranoico avrebbe potuto dire: chi ci garantisce che quel ministro, che quel parlamento, che quella commissione non sia in mano alla mafia stessa?
Oggi la borghesia italiana sta pagando il prezzo delle fibrillazioni provocate dal movimento in solidarietà con lo sciopero della fame intrapreso da Alfredo Cospito. L’antimafia, come ogni istituzione, a prescindere dalla propria retorica di autosufficienza, si regge sul sostegno popolare. Il suo «bunker» politico-militare è stato costruito in quel sostegno. Oggi la vita di Alfredo passa anche attraverso la denuncia delle responsabilità dell’antimafia. Quel sostegno deve e può essere messo in discussione. Chi vuole uccidere Alfredo deve sapere che facendolo sta spargendo una pennellata di merda sui baffi di Falcone e Borsellino.
In conclusione, una componente dello Stato ha inteso condannare i compagni Anna Beniamino e Alfredo Cospito puntando a pene che potessero arrivare all’ergastolo e ha voluto trasferire Alfredo in 41 bis affinché ciò fungesse, in termini di deterrenza, da monito contro il movimento anarchico. Allo stesso modo, quella stessa componente dello Stato intende oggi uccidere Alfredo come estrema prova di forza. Ma questa in realtà è una prova di debolezza. Davanti alla determinazione di Alfredo e alla mobilitazione solidale, l’organismo complesso Stato-capitale non è affatto coeso, dato che in esso esistono evidentemente delle spinte contrastanti, delle contraddizioni innestatesi proprio su questa stessa vicenda dello sciopero della fame. Sono dalla parte del torto e non sono capaci di motivare pubblicamente l’assassinio che hanno premeditato. La testa di ponte che lo Stato ha provato ad erigere trasferendo per la prima volta un anarchico in 41 bis è fragile. I rifornimenti sono difficili. Hanno voluto andare troppo in fondo e ora non hanno il coraggio di ritirarsi.
Come ha scritto il compagno Ivan Alocco, cominciando il 22 dicembre un nuovo sciopero della fame al fianco di Alfredo e in solidarietà con i compagni imprigionati: «Che sia attraverso la tortura psicologica dell’isolamento (una forma di morte sociale ed intellettuale) o attraverso la tortura fisica di una morte lenta, quello che vogliono è annientare uno dei loro nemici. Ma Alfredo non è solo. Non lo sarà mai. Il suo coraggio di fronte all’accanimento distruttore della repressione fa aumentare la nostra determinazione». Dobbiamo continuare, continuare, continuare. Alfredo è ancora vivo. Oggi come ieri, non riusciranno a spegnere il pensiero e le pratiche antiautoritarie, a spezzare la tensione rivoluzionaria.

Emmeffe
Efferre

24 dicembre 2022