Antonio(Pavel), Alessio e Lomaz LIBERI SUBITO!!!

  • Published on 2016/11/0417:17 by thehole
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Emma Goldman sulla Rivoluzione Russa

Tratto da My disillusionment in Russia
1. I critici socialisti non bolscevichi del fallimento della Russia sostengono che la rivoluzione non poteva riuscire perché in questo paese l’industria non aveva raggiunto il livello di sviluppo necessario. Fanno riferimento a Marx, secondo cui la rivoluzione sociale è possibile solo in paesi con un sistema industriale altamente sviluppato, e con gli antagonismi sociali che ne derivano. Questi critici ne deducono che la rivoluzione russa non poteva essere una rivoluzione sociale, e che storicamente doveva passare attraverso una fase costituzionale, democratica, completata dallo sviluppo di una industria, al fine di rendere il paese economicamente maturo per un cambiamento fondamentale.
Questo marxismo ortodosso tralascia di considerare un elemento importante, forse ancor più essenziale di quello industriale, per la possibilità e il successo di una rivoluzione sociale. Mi riferisco alla coscienza delle masse in un dato momento. Perché la rivoluzione sociale non è esplosa, ad esempio, negli Stati Uniti, in Francia o addirittura in Germania? Questi paesi hanno certamente raggiunto il livello di sviluppo industriale stabilito da Marx come fase culminante. La verità è che lo sviluppo industriale e le potenti contraddizioni sociali non sono affatto sufficienti a dare vita ad una nuova società o a scatenare una rivoluzione sociale. La coscienza sociale e la psicologia di massa necessarie mancano in paesi come gli Stati Uniti e in quelli che ho appena citato. Il che spiega perché là non è avvenuta nessuna rivoluzione sociale.
Da questo punto di vista, la Russia possedeva un vantaggio rispetto a paesi più industrializzati e «civilizzati». È vero che era meno avanzata sul piano industriale rispetto ai suoi vicini occidentali, ma la coscienza delle masse russe, ispirata e intensificata dalla rivoluzione di febbraio, ha progredito così rapidamente che in pochi mesi la gente era pronta ad accettare slogan ultra-rivoluzionari come «Tutto il potere ai soviet» e «La terra ai contadini, le fabbriche agli operai».
Non bisogna sottovalutare il significato di queste parole d’ordine. Hanno espresso in larga misura il desiderio istintivo e semi-cosciente del popolo, la necessità di una completa riorganizzazione sociale, economica ed industriale della Russia. Quale paese, in Europa o in America, è pronto a mettere in pratica queste parole d’ordine rivoluzionarie? Eppure in Russia, durante i mesi di giugno e luglio 1917, queste parole d’ordine sono diventate popolari; sono state riprese attivamente con entusiasmo, sotto forma di azione diretta, dalla maggior parte dei contadini ed operai di un paese di oltre 150 milioni di abitanti. Ciò dimostra a sufficienza la «maturità» del popolo russo per la rivoluzione sociale.
Per quanto riguarda la «preparazione» economica, nel senso marxiano del termine, non dobbiamo dimenticare che la Russia è principalmente un paese agricolo. Il ragionamento di Marx presuppone la trasformazione della popolazione contadina in una società industriale altamente sviluppata, un passo verso le condizioni sociali necessarie ad una rivoluzione.
Ma gli eventi in Russia nel 1917 hanno dimostrato che la rivoluzione non aspetta questo processo di industrializzazione e — fatto ancora più importante — che non si può far attendere la rivoluzione. I contadini russi hanno cominciato ad espropriare i proprietari terrieri e gli operai si sono impadroniti delle fabbriche senza prendere conoscenza dei teoremi marxisti. Questa azione popolare, in virtù della sua propria logica, ha introdotto la rivoluzione sociale in Russia, sconvolgendo tutti i calcoli marxiani. La psicologia dello slavo si è dimostrata più solida delle teorie social-democratiche. Questa consapevolezza si basava su un desiderio appassionato di libertà, alimentato da un secolo di agitazione rivoluzionaria fra tutte le classi sociali. Per fortuna, il popolo russo è rimasto abbastanza sano sul piano politico: non è stato infettato dalla corruzione e dalla confusione creata nel proletariato di altri paesi dall’ideologia delle libertà «democratiche» e dell’auto-governo. In questo senso i russi sono rimasti un popolo semplice e naturale, estraneo alle sottigliezze della politica, degli accordi parlamentari e dei cavilli giudiziari. D’altra parte, il suo primitivo senso di giustizia e di bene era robusto e vitale, privo della disgregante finezza della pseudo-civiltà. Il popolo russo sapeva quello che voleva e non ha atteso che le «circostanze storiche inevitabili» glielo portassero su un piatto: ha fatto ricorso all’azione diretta. Per esso la rivoluzione era un fatto di vita, non una semplice teoria da discutere.
È così che la rivoluzione sociale è scoppiata in Russia nonostante l’arretratezza industriale del paese. Ma fare la rivoluzione non era sufficiente. Occorreva che progredisse e si allargasse, che sfociasse in una ricostruzione economica e sociale. Questa fase della rivoluzione comportava che le iniziative personali e gli sforzi collettivi potessero esercitarsi liberamente. Lo sviluppo e il successo della rivoluzione dipendevano dal più ampio esercizio del genio creativo del popolo, dalla collaborazione tra proletariato intellettuale e manuale. L’interesse comune è il filo conduttore di tutti gli sforzi rivoluzionari, specialmente nel loro lato costruttivo.
Questo spirito di obiettivo e di solidarietà reciproci hanno trascinato la Russia in una possente onda durante i primi giorni della rivoluzione russa, nell’ottobre-novembre 1917. Queste forze entusiaste avrebbero potuto spostare le montagne, se guidate con intelligenza dall’esclusiva preoccupazione di raggiungere il benessere dell’intera popolazione. Il modo efficace per fare ciò era a disposizione: le organizzazioni operaie e le cooperative che coprivano la Russia con una rete di contatti che univa le città con le campagne; i soviet che si moltiplicavano per soddisfare le esigenze del popolo russo; e, infine, l’intellighenzia le cui tradizioni per un secolo avevano servito eroicamente la causa dell’emancipazione della Russia.
Ma una simile evoluzione non faceva assolutamente parte del programma dei bolscevichi. Per molti mesi dopo l’ottobre, essi hanno tollerato la manifestazione di forze popolari, hanno lasciato che il popolo sviluppasse la rivoluzione in contesti sempre più ampi. Ma appena il Partito Comunista si è sentito sufficientemente saldo al governo, ha cominciato a limitare l’ambito delle attività popolari. Tutti gli atti dei bolscevichi che seguirono — la loro politica, i loro cambiamenti di linea, i loro compromessi e battute d’arresto, i loro metodi di repressione e di persecuzione, il loro terrorismo e sterminio di tutte le altre idee politiche — tutto ciò rappresentava solo dei mezzi al servizio di un fine: la concentrazione del potere statale nelle mani del Partito. In effetti i bolscevichi stessi, in Russia, non ne hanno fatto mistero. Il Partito Comunista, affermavano, incarna l’avanguardia del proletariato, e la dittatura deve rimanere nelle sue mani.
Sfortunatamente per loro, i bolscevichi non avevano tenuto conto del loro ospite, i contadini, che né la razvyortska (Ceka), né le fucilazioni di massa riuscirono a persuadere a sostenere il regime bolscevico. I contadini diventarono lo scoglio contro cui tutti i piani e i progetti ideati da Lenin sono andati a sbattere. Ma Lenin, abile acrobata, era abile a muoversi nonostante uno stretto margine. La NEP (Nuova Politica Economica) venne introdotta appena in tempo per respingere il disastro che stava, lentamente ma inesorabilmente, spazzando via l’intero edificio comunista.
2. La NEP ha sorpreso e scioccato la maggior parte dei comunisti. Hanno visto in questa manovra il contrario di tutto quanto il loro partito aveva proclamato — il rifiuto del comunismo stesso. In segno di protesta, alcuni dei più vecchi membri del Partito, uomini che avevano affrontato il pericolo e la persecuzione sotto il vecchio regime mentre Lenin e Trotsky vivevano al sicuro all’estero, lasciarono il Partito Comunista amareggiati e delusi. I leader allora decisero una specie di serrata. Ordinando che il Partito venisse ripulito da tutti gli elementi «sospetti». Chiunque venisse sospettato di avere un atteggiamento indipendente e tutti quelli che non accettavano la nuova politica economica come fosse l’ultima parola della saggezza rivoluzionaria furono espulsi. Tra di essi c’erano comunisti che per anni avevano fedelmente servito la causa. Alcuni di loro, feriti sul vivo da questa procedura brutale e ingiusta, e sconvolti dal crollo di ciò che adoravano, ricorsero perfino al suicidio. Ma era necessario che il nuovo Vangelo di Lenin potesse diffondersi senza problemi, questo Vangelo che ormai predica la santità della proprietà privata e la libertà della concorrenza spietata in mezzo alle rovine causate da quattro anni di rivoluzione.
Tuttavia, l’indignazione comunista contro la NEP esprimeva solo la confusione mentale degli oppositori di Lenin. Come spiegare altrimenti l’approvazione dei numerosi salti e acrobazie politiche di Lenin, e poi l’indignazione davanti al suo ultimo salto mortale che costituiva la loro conclusione logica? Il problema dei comunisti devoti è che si aggrapparono al dogma dell’Immacolata Concezione dello Stato socialista, Stato che si presume dovrebbe salvare il mondo con l’aiuto della rivoluzione. Ma la maggior parte dei leader comunisti non hanno mai coltivato tale illusione. Lenin meno di tutti.
Fin dal mio primo incontro con lui, ho avuto l’impressione che fosse un politico subdolo che sapeva esattamente quello che voleva e che non si sarebbe fermato davanti a niente pur di raggiungere i suoi scopi. Dopo averlo sentito parlare in diverse occasioni ed aver letto i suoi libri, mi sono convinta che Lenin non abbia molto interesse per la rivoluzione e che per lui il comunismo sia un qualcosa di molto remoto. La divinità di Lenin era lo Stato politico centralizzato, a cui bisognava sacrificare tutto. Qualcuno ha detto che Lenin avrebbe sacrificato la rivoluzione per salvare la Russia. La sua politica, tuttavia, ha dimostrato che era pronto a sacrificare sia la rivoluzione che il paese, o almeno una parte di esso, allo scopo di attuare il suo progetto politico in quello che rimaneva della Russia.
Lenin era il politico più flessibile della storia. Poteva essere al tempo stesso un super-rivoluzionario, un uomo di compromessi e un conservatore. Quando il grido di «Tutto il potere ai Soviet» si diffuse come un’onda potente in tutta la Russia, Lenin seguì la corrente. Quando i contadini si impadronirono delle terre e gli operai delle fabbriche, non solo Lenin approvò questi metodi di azione diretta, ma andò oltre. Lanciò il famoso slogan: «Espropriate gli espropriatori», slogan che seminò la confusione nelle teste e causò danni irreparabili all’ideale rivoluzionario. Mai prima di lui un rivoluzionario aveva interpretato l’espropriazione sociale come il trasferimento della ricchezze da un gruppo di persone ad un altro. Tuttavia, è esattamente questo che significa lo slogan di Lenin. I raid ciechi ed irresponsabili, l’accumulo delle ricchezze della vecchia borghesia nelle mani della nuova burocrazia sovietica, gli imbrogli permanenti contro coloro la cui unica colpa era la loro precedente condizione sociale, tutto ciò fu il risultato della «espropriazione degli espropriatori». Tutta la successiva storia della Rivoluzione è un caleidoscopio dei compromessi di Lenin e del tradimento dei suoi stessi slogan.
Le azioni e i metodi dei bolscevichi a partire dalla rivoluzione d’Ottobre possono sembrare in contraddizione con la NEP. Ma in realtà fanno parte degli anelli della catena che stava forgiando l’onnipotente governo centrale, di cui il capitalismo di Stato era l’espressione economica. Lenin aveva una visione molto chiara ed una volontà di ferro. Sapeva come far credere ai suoi compagni, dentro e fuori la Russia, che il suo progetto era il vero socialismo e che i suoi metodi erano la rivoluzione. Non meraviglia che Lenin disprezzasse così tanto i suoi sostenitori da non esitare a urlare loro in faccia. «Solo degli imbecilli possono credere che il comunismo sia possibile ora in Russia», rispondeva agli oppositori della nuova politica economica.
Di fatto, Lenin aveva ragione. Il vero comunismo non è mai stato tentato in Russia, a meno di pensare che trentatré livelli di salari, un sistema differenziato di razioni alimentari, dei privilegi assicurati per alcuni e l’indifferenza per la grande massa siano il comunismo.
All’inizio della rivoluzione fu relativamente facile per il Partito Comunista impadronirsi del potere. Tutti gli elementi rivoluzionari, spinti dalle promesse ultra-rivoluzionarie dei bolscevichi, li aiutarono a prendere il potere. Una volta in possesso dello Stato, i comunisti iniziarono il loro processo di eliminazione. Tutti i partiti e i gruppi politici che rifiutarono di sottomettersi alla loro nuova dittatura dovettero andarsene. Prima gli anarchici e i socialisti-rivoluzionari di sinistra, poi i menscevichi e altri oppositori della destra, e infine tutti quelli che osavano avere un parere personale. Lo stesso accadde a tutte le organizzazioni indipendenti. O si subordinavano alle esigenze del nuovo Stato, oppure venivano distrutte, come fu il caso dei Soviet, dei sindacati e delle cooperative — i tre pilastri delle speranze rivoluzionarie.
I soviet sono apparsi per la prima volta durante la rivoluzione del 1905. Hanno svolto un ruolo importante durante quel breve ma significativo periodo. Anche se la rivoluzione venne schiacciata, l’idea dei soviet rimase radicata nella testa e nel cuore delle masse russe. Alla prima alba che illuminò la Russia nel febbraio 1917, i soviet riapparvero di nuovo e fiorirono rapidamente. Per il popolo, i soviet non erano assolutamente contro lo spirito della rivoluzione. Anzi, nei soviet la rivoluzione avrebbe trovato la sua espressione pratica più elevata e più libera. Questo è il motivo per cui i soviet si diffusero spontaneamente e rapidamente in tutta la Russia. I bolscevichi compresero dove andavano le simpatie del popolo e si unirono al movimento. Ma una volta alla guida del governo, i comunisti si resero conto che i soviet costituivano una minaccia per la supremazia dello Stato. Allo stesso tempo non potevano distruggerli arbitrariamente senza compromettere il proprio prestigio, sia in patria che all’estero, in quanto promotori del sistema sovietico. Iniziarono a privare gradualmente i soviet dei loro poteri per subordinarli infine alle proprie esigenze.
I sindacati russi erano molto più facili da indebolire. Sul piano numerico e dal punto di vista della fibra rivoluzionaria, erano ancora nella loro infanzia. Dichiarando obbligatoria l’appartenenza sindacale, i sindacati russi acquisirono una certa forza numerica, ma il loro spirito rimase quello di un neonato. Lo Stato comunista divenne allora la bambinaia dei sindacati. A loro volta, queste organizzazioni facevano da servitori allo Stato. «Una scuola di comunismo», dichiarò Lenin nella famosa controversia sul ruolo dei sindacati. Aveva ragione. Ma una scuola antiquata in cui lo spirito del bambino viene legato e schiacciato. In nessun paese del mondo i sindacati sono sottomessi alla volontà e agli ordini dello Stato come nella Russia bolscevica.
Il destino delle cooperative è troppo noto per dilungarsi in proposito. Le cooperative costituivano il più importante legame tra la città e la campagna. Il loro apporto alla Rivoluzione in quanto mezzo popolare ed efficace di scambio e di distribuzione, nonché di ricostruzione della Russia, era di incalcolabile valore. I bolscevichi le hanno trasformate in ingranaggi della macchina governativa e quindi distrutto la loro utilità e la loro efficacia.
3. Ormai è chiaro il motivo per cui la rivoluzione russa, guidata dal Partito Comunista, è fallita. Il potere politico del Partito, organizzato e centralizzato nello Stato, voleva mantenersi con tutti i mezzi a sua disposizione. Le autorità centrali cercarono di incanalare con la forza le attività del popolo in forme corrispondenti agli obiettivi del Partito. L’unico obiettivo dei bolscevichi era di rafforzare lo Stato e monopolizzare tutte le attività economiche, politiche, sociali — perfino le manifestazioni culturali. La rivoluzione aveva uno scopo completamente diverso, per sua natura incarnava la negazione dell’autorità e della centralizzazione. Si è sforzata di aprire campi sempre più ampi per l’espressione del proletariato e di moltiplicare le possibilità di iniziative individuali e collettive. Gli obiettivi e le tendenze della rivoluzione erano diametralmente opposte a quelle del partito politico dominante.
Anche i metodi della rivoluzione e dello Stato sono diametralmente opposti. I metodi della rivoluzione si ispirano allo spirito della rivoluzione stessa, l’emancipazione da tutte le forze che opprimono e limitano, si tratta quindi di principi libertari. I metodi dello Stato, al contrario — dello Stato bolscevico o di qualsiasi governo — si basano sulla coercizione, che a poco a poco si trasforma necessariamente in violenza, oppressione e terrorismo. C’erano quindi due tendenze in lotta fra loro: lo Stato bolscevico contro la rivoluzione. È stata una lotta fino alla morte. Avendo obiettivi e metodi contrastanti, queste due tendenze non potevano operare in armonia; il trionfo dello Stato significava la sconfitta della rivoluzione.
Sarebbe un errore pensare che la rivoluzione sia fallita solo a causa della personalità dei bolscevichi. Fondamentalmente, la rivoluzione è fallita a causa dei principi e dei metodi del bolscevismo. La mentalità e i principi autoritari dello Stato hanno soffocato le aspirazioni libertarie e liberatrici. Se un altro partito avesse governato la Russia, il risultato sarebbe stato essenzialmente lo stesso. Non sono stati tanto i bolscevichi ad aver ucciso la rivoluzione russa quanto l’idea bolscevica. Si trattava di una forma modificata di marxismo; insomma, un fanatico statalismo. Solo una tale comprensione delle forze sottostanti che hanno schiacciato la rivoluzione può dare la vera lezione di questo evento che ha scosso il mondo. La rivoluzione russa riflette su piccola scala la lotta secolare tra il principio libertario e il principio autoritario. Infatti, che cos’è il progresso se non l’accettazione più generale dei principi di libertà contro quelli di coercizione? La rivoluzione russa è stata una fase libertaria sconfitta dallo Stato bolscevico, dalla vittoria temporanea dell’idea reazionaria, dall’idea statalista.
Questa vittoria è dovuta a diverse cause. Ho affrontato la maggior parte di esse nei precedenti capitoli di questo libro. Ma la causa principale non fu l’arretratezza industriale della Russia, come hanno scritto molti autori. Questa causa fu di ordine culturale, e se offriva al popolo russo alcuni vantaggi rispetto ai suoi vicini più sofisticati, essa ha avuto anche inconvenienti fatali. La Russia era «culturalmente arretrata» nel senso che non era intaccata dalla corruzione politica e parlamentare. D’altra parte, le mancava l’esperienza nei confronti dei giochi politici ed ha ingenuamente creduto nel potere miracoloso del partito che parlava più forte e faceva più promesse. Questa fede nel potere dello Stato è stata utilizzata per rendere il popolo russo schiavo del Partito comunista, prima che le grandi masse si accorgessero del giogo che era stato messo attorno al loro collo.
Il principio libertario era potente nei primi giorni della rivoluzione, il bisogno di libertà d’espressione si rivelò inarrestabile. Ma quando la prima ondata d’entusiasmo fece un passo indietro per lasciare spazio alle difficoltà prosaiche della vita quotidiana, occorrevano salde convinzioni per mantenere viva la fiamma della libertà. Solo una manciata di uomini e donne, sul vasto territorio della Russia, hanno mantenuto viva questa fiamma: gli anarchici, il cui numero era ridotto e i cui sforzi, ferocemente repressi sotto lo zar, non ebbero il tempo di dare i loro frutti. Il popolo russo, che in certa misura è anarchico per istinto, non conosceva abbastanza i veri principi e metodi anarchici per poterli mettere in pratica con efficacia nella vita.
Sfortunatamente la maggior parte degli stessi anarchici russi era ancora impegolata in piccoli gruppi e in battaglie individuali, piuttosto che in un grande movimento sociale e collettivo. Uno storico imparziale un giorno certamente ammetterà che gli anarchici hanno svolto un ruolo molto importante nella rivoluzione russa — un ruolo assai più significativo e fecondo di quanto il loro numero relativamente basso poteva lasciar credere. Eppure, l’onestà e la sincerità mi costringono a riconoscere che la loro opera avrebbe avuto un valore pratico infinitamente maggiore se fossero stati meglio organizzati e attrezzati per guidare le ribollenti energie popolari al fine di riorganizzare la vita sociale secondo i fondamenti libertari.
Ma il fallimento degli anarchici durante la rivoluzione russa, nel senso che ho indicato, non significa affatto la sconfitta dell’idea libertaria. Al contrario, la rivoluzione russa ha chiaramente dimostrato che lo statalismo, il socialismo di Stato, in tutte le sue manifestazioni (economiche, politiche, sociali ed educative), è completamente e definitivamente votato alla sconfitta. Mai nella storia, l’autorità, il governo, lo Stato, hanno mostrato come siano di fatto statici, reazionari e anche contro-rivoluzionari. Essi incarnano l’antitesi stessa della rivoluzione.
Come dimostra ogni progresso, solo lo spirito e il metodo libertario possono far avanzare l’uomo nella sua eterna lotta per una vita migliore, più piacevole e più libera. Applicata ai grandi sconvolgimenti sociali noti come rivoluzioni, questa tendenza è potente quanto nell’ordinario processo di evoluzione. Il metodo autoritario è fallito durante tutta la storia dell’umanità ed ora è fallito ancora una volta durante la rivoluzione russa. Finora l’intelligenza umana ha scoperto solo il principio libertario, perché l’uomo ha compreso una grande saggezza quando ha capito che la libertà è la madre dell’ordine, non sua figlia.
Nonostante le pretese di tutte le teorie e di tutti i partiti politici, nessuna rivoluzione può avere davvero successo in modo permanente se non si oppone ferocemente alla tirannia e alla centralizzazione, e se non lotta con determinazione per rendere la rivoluzione una rivalutazione di tutti i valori economici, sociali e culturali. Non la sostituzione di un partito con un altro affinché controlli il governo, non il camuffamento di un regime autocratico sotto slogan proletari, non la dittatura di una nuova classe su una classe più vecchia, non le manovre nei corridoi del teatro politico, no, solo il completo rovesciamento di tutti i principi autoritari servirà la rivoluzione.
In campo economico, questa trasformazione deve essere nelle mani delle masse industriali: hanno la possibilità di scegliere tra uno Stato industriale e l’anarco-sindacalismo. Nel primo caso, lo sviluppo costruttivo della nuova struttura sociale sarà minacciata tanto quanto dallo Stato politico. Sarà un peso morto che graverà sulla crescita di nuove forme di vita. Ecco perché il solo sindacalismo (o industrialismo) non è sufficiente, come ben sanno i suoi sostenitori. Solo quando lo spirito libertario impregnerà le organizzazioni economiche dei lavoratori, le molteplici energie creative delle persone potranno manifestarsi liberamente, e la rivoluzione potrà essere preservata e difesa. Solo la libertà di iniziativa e la partecipazione popolare nelle faccende della rivoluzione può prevenire i terribili errori commessi in Russia. Ad esempio, dato che pozzi di petrolio sorgevano a un centinaio di chilometri soltanto da Pietrogrado, questa città non avrebbe sofferto il freddo se le organizzazioni economiche dei lavoratori di Pietrogrado avessero potuto esercitare la loro iniziativa in favore del bene comune. I contadini dell’Ucraina non avrebbero avuto difficoltà a coltivare la loro terra se avessero avuto accesso ai macchinari agricoli immagazzinati nei depositi di Kharkov e in altri centri industriali, che aspettavano gli ordini di Mosca per distribuirli. Questi pochi esempi dello statalismo e della centralizzazione bolscevichi devono mettere in guardia i lavoratori d’Europa e d’America contro gli effetti distruttivi dello statalismo.
Solo la potenza industriale delle masse, che si esprime attraverso le loro associazioni libertarie, attraverso l’anarco-sindacalismo, può organizzare in modo efficace la vita economica e portare avanti la produzione. D’altra parte, le cooperative, lavorando in armonia con il settore industriale, servono da mezzi di distribuzione e di scambio tra le città e la campagna, e allo stesso tempo costituiscono un legame fraterno tra gli operai e i contadini. Si crea così un legame comune di appoggio e di servizi reciproci, e questo legame è il più solido baluardo della rivoluzione — molto più efficiente del lavoro forzato, dell’Armata Rossa o del terrore. Solo in questo modo la rivoluzione può fare da leva che accelera l’avvento di nuove forme di vita sociale e incoraggia le masse a realizzare cose più grandi.
Ma le organizzazioni operaie libertarie e le cooperative non sono l’unico mezzo di interazione tra le complesse fasi della vita sociale. Esistono anche le forze culturali che, sebbene siano strettamente legate alle attività economiche, svolgono un proprio ruolo. In Russia, lo Stato comunista è diventato l’unico arbitro di tutte le esigenze della società. Ciò ha provocato un ristagno culturale completo e la paralisi di tutti gli sforzi creativi. Se vogliamo evitare una tale débacle in futuro, le forze culturali, pur rimanendo radicate nell’economia, devono beneficiare di un ambito di attività indipendente e di una totale libertà d’espressione.
Non è la loro adesione al partito politico dominante, ma la loro devozione alla rivoluzione, le loro conoscenze, il loro talento e soprattutto i loro impulsi creativi che permetteranno di determinare la loro attitudine al lavoro culturale. In Russia questo è stato reso impossibile, quasi fin dall’inizio della rivoluzione d’ottobre, perché si è violentemente separato le masse dagli intellettuali. È vero che all’inizio la colpa fu degli intellettuali, soprattutto dell’intellighenzia tecnica, che in Russia si è aggrappata con tenacia alle sottane della borghesia — come fa in altri paesi. Incapace di comprendere il significato degli eventi rivoluzionari, si è sforzata di arginare la marea rivoluzionaria praticando il sabotaggio. Ma in Russia esisteva un’altra frazione della intellighenzia — che aveva un passato rivoluzionario glorioso da un secolo. Questa frazione aveva conservato la sua fiducia nel popolo, anche se non accettò senza riserve la nuova dittatura. L’errore fatale dei bolscevichi fu di non fare alcuna distinzione tra le due categorie.
Combatterono il sabotaggio instaurando un terrore sistematico e indiscriminato contro l’intera classe degli intellettuali e lanciarono una campagna di odio ancora più intensa della persecuzione della borghesia stessa — metodo che creò un abisso tra intellighenzia e proletariato ed impedì qualsiasi lavoro costruttivo.
Lenin fu il primo a rendersi conto di questo errore criminale. Sottolineò che si trattava di un grave errore far credere agli operai che potevano costruire industrie e impegnarsi in un lavoro culturale senza l’aiuto e la collaborazione degli intellettuali. Il proletariato non possedeva né le conoscenze né la formazione per svolgere questi compiti e occorreva restituire alla intellighenzia la direzione della vita industriale. Ma il fatto di aver riconosciuto un errore non impedì a Lenin e al suo Partito di commetterne immediatamente un altro. L’intellighenzia tecnica venne chiamata alla riscossa, ma in un modo da rafforzare al tempo stesso la disgregazione sociale e l’ostilità contro il regime.
Mentre gli operai continuavano ad aver fame, gli ingegneri, i periti industriali ed i tecnici ricevevano alti stipendi, privilegi speciali e razioni migliori. Diventarono i beniamini dello Stato e i nuovi sorveglianti delle masse ridotte in schiavitù. Educate per anni nell’idea errata che per il successo della rivoluzione contano solo i muscoli e che solo il lavoro manuale sia produttivo, e da campagne di odio che denunciavano tutti gli intellettuali come contro-rivoluzionari e speculatori, le masse non poterono ovviamente fare la pace con chi avevano imparato a disprezzare e sospettare.
Purtroppo la Russia non è l’unico paese in cui predomina questo atteggiamento ostile del proletariato nei confronti dell’intellighenzia. Ovunque, politici demagoghi giocano sull’ignoranza delle masse, insegnano loro che l’istruzione e la cultura sono pregiudizi borghesi, che gli operai possono farne a meno e sono in grado di ricostruire da soli la società. La rivoluzione russa ha tuttavia dimostrato molto chiaramente che cervello e muscoli sono indispensabili per rigenerare la società. Il lavoro intellettuale e il lavoro manuale cooperano strettamente nel corpo sociale, come il cervello e la mano nel corpo umano. L’uno non può funzionare senza l’altra.
È vero che la maggior parte degli intellettuali si considerano come una classe a parte, superiore ai lavoratori, ma ovunque le condizioni sociali minano rapidamente il piedistallo della intellighenzia. Gli intellettuali sono costretti ad ammettere che anche loro sono proletari, e che sono dipendenti dai padroni dell’economia ancor più dei lavoratori manuali.
A differenza del proletario manuale che lavora con la sua forza fisica, che può raccogliere i suoi strumenti e viaggiare per il mondo al fine di migliorare la sua situazione umiliante, i proletari intellettuali sono radicati assai di più al loro ambiente sociale specifico e non possono facilmente cambiare mestiere o modo di vivere. Questo è il motivo per cui è essenziale spiegare agli operai che gli intellettuali si stanno rapidamente proletarizzando — cosa che crea un legame tra di loro. Se l’occidente vuole trarre insegnamento dalle lezioni della Russia, deve farla finita con le lusinghe demagogiche alle masse, come alla cieca ostilità verso l’intellighenzia.
Ciò non significa, tuttavia, che i lavoratori devono mettere il loro destino nelle mani degli intellettuali. Al contrario, le masse devono iniziare immediatamente a prepararsi, ad attrezzarsi per il grande compito che la rivoluzione richiederà loro. Dovranno acquisire le conoscenze e le abilità tecniche necessarie per gestire e dirigere i complessi meccanismi delle strutture industriali e sociali dei loro rispettivi paesi. Ma anche se impiegano tutte le loro capacità, gli operai avranno bisogno della collaborazione degli specialisti e degli intellettuali.
Da parte loro, questi ultimi devono anche capire che i loro veri interessi sono identici a quelli delle masse. Una volta che le due forze sociali impareranno a fondersi in un tutto armonico, gli aspetti tragici della rivoluzione russa saranno in gran parte eliminati. Nessuno verrà fucilato perché «ha fatto degli studi». Lo scienziato, l’ingegnere, lo specialista, il ricercatore, l’insegnante e l’artista creativo, così come il falegname, il macchinista e tutti gli altri lavoratori sono parte integrante della forza collettiva che permetterà alla rivoluzione di costruire il nuovo edificio sociale.
Non userà l’odio, ma l’unità; non l’ostilità, ma il cameratismo; non il plotone di esecuzione, ma la simpatia — queste sono le lezioni da trarre dal grande fallimento russo, per gli intellettuali come per gli operai. Tutti devono imparare il valore del mutuo appoggio e della cooperazione libertaria. Tuttavia, ciascuno deve essere in grado di rimanere indipendente nella propria sfera particolare e in armonia con il meglio di quanto può apportare alla società. Solo in questo modo il lavoro produttivo e gli sforzi educativi e culturali si esprimeranno in forme sempre più nuove e ricche. Questa è per me la lezione essenziale, universale, che ho imparato dalla rivoluzione russa.
4. Ho cercato di spiegare il motivo per cui i principi, i metodi e le tattiche dei bolscevichi hanno fallito, e perché questi stessi principi e metodi falliranno domani in qualsiasi altro paese, anche il più industrializzato. Ho anche dimostrato che non è solo il bolscevismo ad aver fallito, ma lo stesso marxismo. L’esperienza della rivoluzione russa ha dimostrato il fallimento dello statalismo, del principio autoritario. Se dovessi riassumere il mio pensiero in una frase, direi: per natura, lo Stato tende a concentrarsi, a ridurre e controllare tutte le attività sociali; al contrario, la rivoluzione tende ad accrescere, ad espandersi e diffondersi in cerchi sempre più ampi.
In altre parole, lo Stato è istituzionale e statico, mentre la rivoluzione è fluida e dinamica. Queste due tendenze sono incompatibili e destinate a distruggersi reciprocamente. Lo statalismo ha ucciso la rivoluzione russa e svolgerà lo stesso ruolo nelle prossime rivoluzioni, a meno che non prevalga l’idea libertaria. Ma devo andare oltre. Non sono solo il bolscevismo, il marxismo e lo statalismo ad essere fatali alla rivoluzione e al progresso dell’umanità. La causa principale della sconfitta della rivoluzione russa è molto più profonda. Essa risiede nella concezione socialista della rivoluzione stessa.
La concezione dominante, la più diffusa, della rivoluzione — in particolare tra i socialisti — è che la rivoluzione provoca un violento cambiamento delle condizioni sociali nel corso del quale una classe sociale, la classe operaia, diventa dominante e trionfa su un’altra classe, quella capitalista. Questa concezione si basa su un cambiamento puramente materiale, e quindi comporta soprattutto manovre politiche dietro le quinte e rattoppi istituzionali. La dittatura della borghesia è sostituita dalla «dittatura del proletariato» – o da quella della sua «avanguardia», il Partito comunista. Lenin prende il posto dei Romanov, il gabinetto imperiale viene ribattezzato Consiglio dei commissari del popolo, Trotsky viene nominato ministro della Guerra e un operaio diventa governatore militare generale di Mosca. Ecco a cosa si riduce sostanzialmente la concezione bolscevica della rivoluzione, almeno quando viene messa in pratica. E, tranne un paio di dettagli, questa è anche l’idea di rivoluzione condivisa da altri partiti socialisti.
Questa concezione è intrinsecamente sbagliata e destinata al fallimento. La rivoluzione è certamente un processo violento. Ma se porta solo a una nuova dittatura, a un semplice cambiamento di nomi e di personalità al potere, allora è inutile. Un risultato così limitato non giustifica tutte le lotte, i sacrifici, le perdite di vite umane e le violazioni dei valori culturali provocati da tutte le rivoluzioni. Se una tale rivoluzione portasse un grande benessere sociale (il che non è stato il caso in Russia), ciò non varrebbe di più il terribile prezzo da pagare; si può migliorare la società senza fare ricorso a una rivoluzione cruenta. Lo scopo della rivoluzione non è di mettere in atto alcuni palliativi o qualche riforma.
L’esperienza della rivoluzione russa ha notevolmente rafforzato la mia convinzione che la grande missione della rivoluzione, della rivoluzione sociale, è un cambiamento fondamentale dei valori sociali e umani. I valori umani sono ancora più importanti perché fondano tutti i valori sociali. Le nostre istituzioni e le condizioni sociali si basano su idee profondamente radicate. Se si cambiano queste condizioni senza toccare le idee e i valori sottostanti, si tratterà allora solo di una trasformazione superficiale, che non può essere duratura né portare a un reale miglioramento. Si tratta solo di un cambiamento di forma, non di sostanza, come ha tragicamente dimostrato la Russia.
È al tempo stesso il grande fallimento e la grande tragedia della rivoluzione russa: essa ha cercato (sotto la direzione del partito politico dominante) di modificare solo le istituzioni e le condizioni materiali, ignorando totalmente i valori umani e sociali che una rivoluzione comporta. Peggio ancora, nella sua folle passione per il potere, lo Stato comunista ha pure rafforzato e sviluppato le stesse idee e concetti che la rivoluzione era giunta a distruggere. Lo Stato ha sostenuto e incoraggiato i peggiori comportamenti anti-sociali ed ha sistematicamente soffocato lo sviluppo di nuovi valori rivoluzionari. Il senso di giustizia e di uguaglianza, l’amore per la libertà e la fratellanza umana — questi pilastri di una autentica rigenerazione della società — lo Stato comunista li ha combattuti allo scopo di annientarli. L’istintivo senso di equità è stato deriso come manifestazione di sentimentalismo e di debolezza; la libertà e la dignità umana sono diventate superstizioni borghesi; la sacralità della vita, che è la base stessa della ricostruzione sociale, è stata condannata come non-rivoluzionaria, quasi contro-rivoluzionaria.
Questa terribile perversione dei valori fondamentali portava in sé il germe della distruzione. Se si aggiunge l’idea secondo cui la rivoluzione era solo un mezzo per impadronirsi del potere politico, era inevitabile che tutti i valori rivoluzionari venissero subordinati alle esigenze dello Stato socialista; peggio ancora, che fossero sfruttati per aumentare la sicurezza del nuovo potere governativo.
«La ragione di Stato» camuffata sotto la maschera degli «interessi della Rivoluzione e del popolo», è diventata l’unico criterio di azione, e anche dei sentimenti. La violenza, la tragica fatalità di sconvolgimenti rivoluzionari, è diventata una consuetudine consolidata, un’abitudine, ed è stata vantata come una istituzione «ideale». Zinoviev non ha canonizzato Dzerzinskij, il capo della sanguinaria Ceka, presentandolo come il «santo della Rivoluzione»? Lo Stato non ha tributato i più grandi onori a Uritskij, fondatore e sadico capo della Ceka di Pietrogrado?
Questa perversione dei valori etici si è rapidamente cristallizzata nello slogan onnipresente del Partito comunista: il fine giustifica tutti i mezzi. Già in passato l’Inquisizione e i gesuiti adottarono questo motto subordinandogli ogni moralità. Questa massima si vendicò dei gesuiti come si è vendicata della rivoluzione russa. Questo precetto non ha fatto che incoraggiare la menzogna, l’inganno, l’ipocrisia, il tradimento e l’omicidio, pubblico e segreto.
Coloro che si interessano di psicologia sociale dovrebbero domandarsi il motivo per cui due movimenti, così separati nel tempo e dalle idee così differenti come gesuitismo e bolscevismo, hanno portato esattamente agli stessi risultati applicando questo principio. Il parallelo storico, passato quasi inosservato finora, contiene una lezione fondamentale per tutte le rivoluzioni future e per l’avvenire dell’umanità.
Nulla è più falso del credere che gli obiettivi e gli scopi siano una cosa, i metodi e le tattiche un’altra. Questa concezione minaccia seriamente la rigenerazione sociale. Tutta l’esperienza dell’umanità ci insegna che i metodi ed i mezzi non possono essere separati dal fine ultimo. I mezzi impiegati diventano, attraverso le abitudini individuali e le pratiche sociali, parte integrante dell’obiettivo finale; lo influenzano, lo modificano, poi fini e mezzi finiscono col diventare identici. L’ho sentito fin dal primo giorno del mio ritorno in Russia, prima vagamente, poi sempre più chiaramente e consapevolmente. I grandi obiettivi che ispiravano la Rivoluzione sono stati talmente oscurati dai metodi usati dal potere politico dominante che è diventato difficile distinguere tra i mezzi temporanei e l’obiettivo finale. Sul piano psicologico e sociale, i mezzi influenzano necessariamente gli obiettivi e li modificano. Tutta la storia dell’umanità dimostra che appena ci priviamo dei metodi ispirati a concetti etici, si sprofonda nella demoralizzazione più acuta. Questa è la vera tragedia della filosofia bolscevica applicata alla rivoluzione russa. Speriamo che si saprà imparare la lezione.
Nessuna rivoluzione diventerà mai un fattore di liberazione se i mezzi utilizzati per approfondirla non sono in armonia, nel loro spirito e nella loro tendenza, con gli obiettivi da realizzare. La rivoluzione costituisce la negazione dell’esistente, una protesta violenta contro la disumanità dell’uomo verso l’uomo e le migliaia di schiavitù che comporta. La rivoluzione distrugge i valori dominanti su cui è stato costruito un complesso sistema di ingiustizia e di oppressione, basato sull’ignoranza e sulla brutalità. La rivoluzione è l’araldo di nuovi valori, perché porta alla trasformazione dei rapporti fondamentali tra gli uomini, così come tra gli uomini e la società. La rivoluzione non si limita a curare alcuni disturbi, a porre qualche balsamo, a cambiare forme ed istituzioni, a ridistribuire il benessere sociale. Certo, ha fatto tutto ciò, ma è di più, molto di più. È innanzitutto e soprattutto il vettore di un cambiamento radicale, portatore di nuovi valori. Insegna una nuova etica che ispira l’uomo inculcandogli una nuova visione della vita e dei rapporti sociali. La rivoluzione innesca una rigenerazione mentale e spirituale.
Il suo primo precetto etico è l’identità tra mezzi utilizzati ed obiettivi ricercati. L’obiettivo finale di ogni cambiamento sociale rivoluzionario è di stabilire la sacralità della vita umana, la dignità dell’uomo, il diritto di ogni essere umano alla libertà e al benessere. Se questo non è l’obiettivo principale della rivoluzione, allora i cambiamenti sociali violenti non hanno alcuna giustificazione. Perché sconvolgimenti sociali esterni possono essere, e sono stati, compiuti nel quadro del normale processo evolutivo.
La rivoluzione, al contrario, non significa solo un cambiamento esterno, ma un cambiamento interno, fondamentale, essenziale. Questo cambiamento interno di concetti e di idee si diffonde in strati sociali sempre più ampi, per culminare infine in un sollevamento violento chiamato rivoluzione. Un simile apice è in grado di invertire il cambiamento radicale dei valori, rivoltarsi contro di esso, tradirlo? Questo è quanto successo in Russia. La rivoluzione deve accelerare e approfondire il processo di cui essa è l’espressione cumulativa; la sua missione principale è quella di ispirarlo, di portarlo verso maggiori altezze, di dargli il massimo spazio per la sua libera espressione. Solo in questo modo la rivoluzione è fedele a se stessa.
In pratica, ciò significa che il presunto «periodo di transizione» deve introdurre nuove condizioni sociali. Esso rappresenta la soglia di una nuova vita, della nuova casa dell’uomo e dell’umanità. Deve essere animato dallo spirito della nuova vita, in armonia con la costruzione del nuovo edificio. L’oggi genera il domani. Il presente proietta la sua ombra lontano nel futuro. Questa è la legge della vita, sia del singolo che della società. La rivoluzione che si sbarazza dei suoi valori etici pone i primi semi dell’ingiustizia, dell’inganno e dell’oppressione nella società futura.
I mezzi utilizzati per preparare il futuro diventano la sua pietra miliare. Basta osservare l’attuale tragica condizione della Russia. I metodi della centralizzazione statale hanno paralizzato l’iniziativa e lo sforzo individuali; la tirannia della dittatura ha spaventato la gente, l’ha immersa in una sottomissione servile ed ha completamente spento la fiamma della libertà; il terrore organizzato ha corrotto e brutalizzato le masse, soffocando tutte le aspirazioni ideali; l’omicidio istituzionalizzato ha svalutato il valore della vita umana; tutte le nozioni di dignità umana, di valore della vita, sono state eliminate; la coercizione ha reso ogni sforzo più duro, trasformando il lavoro in una punizione; la vita sociale è ridotta ora ad una serie di inganni reciproci, gli istinti più bassi e più brutali dell’uomo sono stati di nuovo risvegliati. Triste eredità per cominciare una nuova vita basata sulla libertà e sulla fratellanza.
Non si sottolineerà mai abbastanza che la rivoluzione è inutile se non è ispirata dal suo ideale finale. I metodi rivoluzionari devono essere in armonia con gli obiettivi rivoluzionari. I mezzi utilizzati per approfondire la rivoluzione devono corrispondere ai suoi obiettivi. In altre parole, i valori etici che la rivoluzione saprà infondere nella nuova società devono essere disseminati dalle attività rivoluzionarie del «periodo di transizione». Quest’ultimo può facilitare il passaggio verso una vita migliore, ma solo a condizione che sia costruito con gli stessi materiali della vita nuova che vogliamo costruire. La rivoluzione è lo specchio dei giorni che seguiranno; è il bambino che annuncia l’uomo di domani.

Repubblica Ceca: Processo Fenix – Tutti assolti (09/2017)

ithttps: //anarhija.info/library/repubblica-ceca-processo-fenix-tutti-prosciolti-09-2017-it

3 anni di mancanza di prova – 3 anni che hanno rovinato le nostre vite

Il clamoroso caso  Fenix , che consiste in numerosi accuse di molti crimini, dalla cosidetta “istigazione al terrorismo” alla preparazione di attacchi terroristici. Queste erano le più discusse all’ultima udienza presso il Tribunale Municipale di Praga. Durante il verdetto la giudice ha assolto tutti i cinque incriminati del caso Fenix ​​1. È questa una vittoria? Perché questa decisione non è definitiva? Il seguente articolo è una traduzione della sintesi di udienze e alcune analisi sulla nostra situazione e esperienze scritte un mese fa, originariamente in lingua ceca.

Questo lungo processo riguardava cinque anarchici, tre dei loro accusati di aver congiurato un attacco terroristico contro un treno che trasportava attrezzatura militare. Due di loro erano accusati di essere stati a conoscenza di questi piani e di non aver fermato i presunti autori. Due di queste cinque persone furono anche accusate di aver preparato un attacco con molotov contro veicoli di polizia durante la sgombero dello spazio occupato Cibulka. In sostanza, secondo gli agenti di polizia dispiegati, si trattava in totale di cinque persone coinvolte e di tre crimini differenti. (E tutto questo solo per Fenix ​​1, dato che alcune di queste persone si trovano davanti a ulteriori accuse nel contesto di Fenix ​​2).

Nel gruppo in cui erano coinvolti i cinque accusati, c’erano due poliziotti infiltrati. Questi due individui attivamente preparavano entrambi gli attacchi, e li hanno anche parzialmente avviato. Tuttavia, la giudice non ha identificato le loro azioni come una provocazione solo perché i documenti che avrebbero rilevato questa provocazione non erano disponibili.

La giudice, Hana Hrncirova, ha sottolineato che ha assolto tutti gli imputati proprio per mancanza di prove sufficienti. Ha ribadito la mancata trasparenza nel lavoro di polizia: “Il motivo per cui la corte ha emesso una tale decisione sta nel fatto che durante la valutazione delle prove il giudice ha espresso forti dubbi sulla trasparenza dei metodi di polizia, sia prima dell’inizio del procedimento penale, che dopo quando viene ottenuta l’autorizzazione legale per impiegare gli agenti nel caso”.

La giudice ha affermato che la polizia ha agito per mesi senza avere un mandato, e quando l’avvocato di difesa aveva chiesto la documentazione sulla loro attività, la polizia non l’aveva: “La corte non possiede alcuna traccia di tale documentazione”, ha detto la giudice. Poi ha aggiunto: “L’avvocato di difesa ha cercato di ottenere questi documenti perché si può presumere, in base a questi permessi individuali, che ci deve essere qualche documentazione da qualche parte. Questa documentazione non è mai stata inclusa nel fascicolo.”

Secondo le parole di polizia, la documentazione del primo mese di infiltrazione “non esiste o non può essere utilizzata”. Quindi, esiste un’altra pila di fascicoli, fascicoli con la trascrizione di intercettazioni telefoniche, che in realtà possono essere usati. Soprattutto per dimostrare che gli agenti infiltrati, l’infiltrazione stessa e la costruzione del caso non sono una questione del passato, come spesso abbiamo sentito. Il momento comico era quando la giudice ha alzato la pila sopra la sua testa (un volume di circa 400 pagine A4), dicendo che da tutte queste trascrizioni neanche una cosa ha valore di prova.

Il verdetto non è definitivo, perché il P.M. Pazourk sente che non ha ancora distrutto abbastanza le vite di queste persone e perciò ha fatto appello in loco. Come ex agente di polizia, il P.M. è convinto che la polizia ha agito correttamente e spera che la Corte d’Appello confermi la sua posizione. Senza dubbio farà del suo meglio per trovare qualcosa che “deve esserci e può essere utilizzato”. Noi quindi possiamo solo sperare che questa caccia agli anarchici (era lui che aveva proposto minimo 12 anni di carcere per gli accusati in Fenix) come anche i ruoli recitati in Fenix 2 presenteranno elementi che non avranno nessun valore come prove pure al prossimo processo.

A differenza di Pazourek, il ministro degli interni, amante di armi, socialdemocratico, Josef Chovanec, non ha tempo per aspettare il tribunale superiore. Le elezioni parlamentari si stanno avvicinando e deve dare priorità alla lustrazione della propria immagine, presentandosi come un padre giusto e corretto. E quindi, dopo tre anni ha improvvisamente notato che nel caso Fenix c’è qualcosa “che non quadra”. Sul suo profilo “Twitter” ha lasciato alcuni commenti facendo riferimento a fatti appartenenti alla storia ceca: “Qualora risultasse che si trattava solo di provocazione poliziesca, chiederò un’indagine approfondita e punizione dei colpevoli. La polizia di un simile stato democratico […] non può arbitrariamente distruggere le vite delle persone, indifferentemente dalle loro idee politiche… Spero che il “Processo Omladina”[1] appartenga al nostro passato e non al nostro presente”. Peccato che non era presente a dire tali parole quando, nel periodo della detenzione di Marting Ignacak, l’investigatrice principale, guardando il fascicolo, dichiarò: “possiamo fare tutto!”.

Non sappiamo se lo stesso Chovanec è direttamente o parzialmente responsabile del processo contro il movimento anarchico, e ci vorrà molto tempo prima che lo scopriamo. Per certo sappiamo se la corte deciderà di mandare dietro le sbarre queste cinque persone lui, possiamo scommettere, darà pacche sulle spalle a questa gente “per il buon lavoro che avete svolto”. Però, se succede il contrario, lui può incolpare per gli errori e abuso di potere solo un paio di individui al di fuori della polizia e apparato punitivo, che altrimenti è “senza macchia” e “di grande aiuto per tutta la comunità”.

VINCE LA MANCANZA DI PROVE

Per molti di noi il verdetto della corte rappresenta un sollievo. Per un momento possiamo respirare, incontrarsi per cena e vedere i nostri amici in uno stato mentale più rilassato, fuori dalle mura del carcere. Questi momenti sono importanti nella vita ed è positivo che possiamo goderceli. Il carcere è un’istituzione inutile, divide le relazioni, isola le persone e distrugge le vite. Per questo motivo il verdetto, non importa quanto più piacevole di “colpevole” sia, non rappresenta per noi una vittoria totale. Non dimentichiamo cosa hanno significato i tre anni di infiltrazione e poi le indagini. Ales, Martin e Peter sono tutti stati incarcerati per 27 mesi in totale, Lukas 7 mesi, e prima di questo era per un anno latitante. Tutti loro in attesa di processo (appello di Fenix 1 e per alcuni di loro e altri due compagni Fenix 2). Alcuni di loro con possibile ergastolo ancora nell’aria. Non dimentichiamoci Igor che, oggi proclamato innocente e per tre mesi in più dura custodia cautelare, ancora affronta severe misure di restrizione e deve presentarsi al servizio per la libertà vigilata per quasi un anno e mezzo. E oltre a tutto ciò, ancora rischia la deportazione dalla Repubblica Ceca a causa della custodia cautelare.

I famigliari, gli amici e i cari degli imputati e dei detenuti, come anche quelli direttamente colpiti dal caso Fenix, si trovano di fronte ad una notevole pressione emotiva e separazione. La polizia aveva fatto irruzione in numerosi appartamenti, portando sempre più persone via per interrogarle. La polizia utilizza metodi in loro potere come portare le persone in foresta, minacciare i partner e i parenti dei sospetti. Una lista di tutto ciò che è successo durante le varie azioni repressive (e stiamo parlando solo di ultimi tre anni sulla scena anti-autoritaria in csd. Repubblica Ceca) sarebbe probabilmente lunga e inquietante.

In breve, è chiaro che non c’è nulla da festeggiare. Il bisogno di distruggere il sistema repressivo è ancora in gioco, solo che è necessario pensare una strategia migliore e trovare nuovi modi di lotta. In casi come Fenix è necessario capire di cosa veramente si tratta. Sin dall’inizio abbiamo detto che la polizia non sta cercando lunghe detenzione di singoli anarchici. Le unità repressive non hanno paura di noi, non li intimoriscono Martin, Peter, Sasha, Ales, Katarina, Radka, Igor, Lukas, Ales e molte altri imputati. Quello che li spaventa è che ci saranno sempre nuove persone che si identificheranno con le nostre idee, specialmente se inizieranno ad utilizzare una più ampia varietà di tattiche. I protettori dello status quo investono molta energia, forze e risorse per mantenere le persone convinte che questo è la libertà sognata.

Le persone anti-autoritarie e anarchiche convinte che la propria vita può essere vissuta in modo più autentico da quello offerto dal neoliberismo, e che non c’è bisogno di Stato e di Politica, possono offrire un’alternativa che potrebbe interferire con questo stile di vita consumista. La repressione viene allora vista come lo strumento ideale per sopprimere le idee. E così l’apparato statale ci vuole discreditare attraverso i media sensazionalisti, etichettandoci come terroristi, per intimidirci, utilizzando il carcere e per dividere il movimento tra “radicali” e “i non-violenti”, e metterci gli uni contro gli altri. Paralizzarci con la paranoia.

La domanda è dove questo tentativo di repressione è efficace e su quali punti possiamo lavorare su noi stessi. Come non cadere nelle trappole a prima vista invisibili, e come demolire i muri nelle nostre menti. I muri dentro di noi, e tra noi e altre persone. Come rompere questi muri e costruire ponti fuori da essi. Come vincere la paura, ottenere ciò per cui combattiamo e rispettarci a vicenda. E ultimo, ma non meno importante, come non cadere nell’urgenza di vincere nel gioco che non è il nostro, e che solamente ci distrae da cose e attività importanti.

Il caso Fenix è diventato un punto cruciale per molti di noi. Possiamo imparare tanto da questo. Prenderlo come punto di riferimento per capire meglio come funzionano le strutture di potere e comprenderci a vicenda, come anche analizzare criticamente i nostri sbagli. Non vogliamo pretendere di possedere risposte a tutte le domande. Ma abbiamo imparato una cosa. Se vogliamo che le nostre azioni e il nostro organizzarsi siano veramente efficaci e pericolosi per le strutture di repressione che ci tengono sotto controllo, questo deve provenire da discussioni comuni e dibattiti che superano le linee definite dallo Stato. Abbiamo imparato che non ha senso nascondersi dalla repressione, che è meglio essere pronti ad affrontarla e creare condizioni che renderanno tali operazioni inerti. Finché le persone vengono prima messe in carcere e poi, dopo la detenzione, viene discusso se questo è la misura giusta da applicare o meno, esiste un motivo per continuare a lottare. Questo non vuol dire se il procedimento legale si svolge in ordine inverso allora la questione è risolta, ma che dobbiamo immaginare un mondo completamente differente. Un mondo senza prigioni, frontiere e polizia, dove veramente dobbiamo risolvere da soli i problemi, invece di nasconderli dietro i muri.

Fenix non è un’operazione mirante ad alcuni anarchici ingenui, essa è un attacco al futuro della sovversione in totale. È anche una dimostrazione del potere della polizia e del lavoro degli agenti segreti di Stato nella democrazia, che così spesso sentiamo essere sinonimo di libertà.

Non fatevi prendere!

In Solidarietà, Croce Nera Anarchica, Praga, Equinozio d’Autunno 2017.

“I miei pilastri di valori sono: Vita, Giustizia, Libertà ed Eguaglianza. Le persone che costruiscono casi e vogliono imprigionare altre persone difficilmente comprendono questi valori. Sono pronto per ogni verdetto, e lo affronterò a testa alta. Un verdetto che influirà sulla mia vita e sulla vita degli altri.” – Il finale del discorso di Martin Ignacak

[1]  Nel 1894 il Processo Omladina [ gioventù, ndt ], celebrato Nella Capitale regionale austro-ungarica, Praga, palesemente Porto nel tribunale l’Anarchismo e l’anarco-sindacalismo Ceco, e Nello SPECIFICO condannò 68 nazionalisti Cechi per Attività Radicali.

La Tana- Barbarie

Interessante spunto di riflessione e dibattito da “Barbarie”, e se il superamento dei limiti e la distruzione degli idoli non avesse creato il nuovo che molti auspicavano, ma solo un germe di paura in costante crescita sotto molteplici forme paralizzanti?

La tana

 

La tana

Della paura come identità ultima dell’umano, del suo superamento

I. L’ATTO CREATORE DELLA PAURA

Alone, with too much generosity
A theatre mask of hostility attracts
Assaults occur, infrequently
And those who come, to conquer?
(Colin Newman – Alone)

Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, la condizione umana a seguito del gotterdammerung, il crepuscolo degli dei, non ha saputo creare che il deserto, garantendosi l’invivibilità della propria condizione piuttosto che il balzo in avanti proprio di ogni ente naturale.
In altre parole, la perdita della speranza in una qualsiasi alterità e il conseguente crollo della metafisica non ha dato seguito all’alba della consapevolezza di classe materialista né all’aristocrazia degli Oltreuomini, ma ha creato un processo di assottigliamento di qualsiasi benché minima idea, rendendo l’uomo in costante compartecipazione ontologica con la propria alienazione.
Ecco il bloom, il transumano, insensibile a null’altro che sia l’idea di sé, completamente trasfigurato nelle azioni che compie (e nel valore che ne ricava) e con sogni a basso costo.
Questa condizione esigeva ed esige la nascita di una nuova forma di piacere, un godere proprio del Tempo che domina, un processo desiderante che non generasse desiderio, e così nasce la paura come atto creatore.
Da sempre questo sentimento nato come normale istinto di autoconservazione è stato utilizzato per guidare gli istinti delle masse, dalle prime mitopoiesi escatologiche al terribile occhio di Dio, tutto ciò per giustificare sempre sfruttamento e massacri, eppure mai come oggi la paura assume i connotati di eruzione (nel senso di erupto, eruttare spinta vitale), divenendo la libido di poter ritrovare quel sogno che l’uomo ha perso tanto tempo fa: l’identità.
Immaginiamo un ente secolarmente educato ad obbedire alla trinità Dio-Patria-Famiglia, o meglio a temere il primo, soddisfare la seconda e sentirsi protetto dalla terza in una vita di continua schiavitù consapevole; immaginiamo poi che la Storia (e il suo processo di scrittura e decodificazione) dimostri che queste tre entità non sono altro che fantasmi, e che l’uomo si ritrovi nel corso di due secoli completamente sradicato da qualsiasi appartenenza.
La prima reazione di quest’orfano è stata quella di produrre e consumare con bulimica ferocia, e per più di cinquant’anni la società occidentale ha assunto l’aspetto del parassita, finché non è rimasta più carne sul cadavere del presente e a quel punto, orfano una volta di più anche della società che gli aveva promesso il benessere, sia diventato finalmente nomade, non più padrone del tempo e con la possibilità di imporre la propria volontà solo sul proprio divenire.
Immaginiamo che non abbia neanche scorto questa possibilità e si sia trovato sperduto nel deserto, con un passato che è solo menzogna e presente e futuro che son la ripetizione di giorni uguali, con la morte e la miseria come unica variabile.
L’uomo è una macchina desiderante, e a questo punto si poteva scegliere di “stringersi l’un l’altro con più forza e amore (…) comprendendo di essere rimasti soli l’uno per l’altro” oppure di desiderare la creazione di identità virtuali, un atto di necrofilia della volontà: necrofili, scelsero la seconda, e decisero che l’ente di produzione di identità fosse proprio quel sentimento a un tempo naturale e servile che è la paura.

II. LA PORNOGRAFIA DELLA PAURA

You love me because you’re frightened
I can easily believe my eyes
Your fear is my finest hour
My fear is your disguise
(Magazine – Because you’re frightened)

Oltre la fine del piacere vi è solo la pornografia, il piacere del piacere, e ad oggi la paura è il sentimento morboso che riesce ad eccitare il noumeno del Bloom.
La crisi, il terrorismo, la povertà, l’immigrazione, la disoccupazione e poi la morte: l’uomo gode nell’averne paura, perché si sente parte di qualcosa, ritrova un Dio una patria e una famiglia semplicemente applicando una dialettica negativa nei confronti di situazioni.
È esplicativa di ciò tutta l’opera di Kafka, e in particolare un ritratto di questa, per dirla con Blanchot, “sovranità del neutro”, il racconto “Davanti alla legge”.
In esso un contadino si trova di fronte alla porta che lo separa dalla Legge sorvegliata da un guardiano che gli dice “Per ora non puoi entrare e, comunque, davanti a me troveresti altre porte e altri guardiani”.
Passano gli anni, il contadino cerca di convincere ripetutamente e inutilmente il guardiano a farlo passare, finché stremato dalla vecchiaia non si trova in procinto di morire; il guardiano allora gli confessa che quella porta era destinata solo a lui, e ora che è moribondo va a chiuderla.
“Dove si credeva vi fossero leggi c’era desiderio, e desiderio soltanto” è scritto in “Kafka per una letteratura minore” ed effettivamente il contadino non scorge una linea di fuga, un superamento della sua condizione attuale (l’attesa) ma semplicemente il divieto, creandosi così l’identità dell’uomo che attende.
Così la paura, tanto comoda alle strutture di potere in quanto stasi dell’individuo, tanto comoda per quest’ultimo in quanto ultima possibilità di piacere.
Pensiamo agli ultimi massacri di Daesh: si annusavano sotto i pantaloni e le gonne del Bloom quelle sensazioni bagnate dei coiti notturni.
A Parigi un commando entrava in un noto locale per giovani e apriva il fuoco, a Bruxelles morivano bruciate ingenti quantità di persone (la morte come processo industriale, lezioni ben imparate dalle guerre occidentali) in aeroporto e in metro, a Nizza un camion falciava simpatici turisti vogliosi di prendere il sole e festeggiare la repubblica francese…
Tutta l’umanità, ergo il mondo capitalista, si stringe in un tremante abbraccio: finalmente qualcuno da odiare, finalmente potersi dire occidentali, finalmente la paura, finalmente noi.
La paura nella società dello spettacolo è il collante per anime altrimenti sradicate, ed è al contempo l’unica spinta vitale dell’umanità.

III. LA DIALETTICA DELLA PAURA

I love tube disasters
I wanna marry a tube disaster
I want another one like the last one
cause I live for tube disasters yeah
(Flux Of Pink Indians – Tube Disasters)

La paura come paradigma.
La paura disciplina e regge lo stato di cose presenti, poiché un individuo senza le speranze di benessere di ieri e senza il terrore dell’oggi è una grande possibilità insurrezionale: quando hai paura di perdere il poco che ti è rimasto, che poi sono gli spiccioli per bere e drogarti e un/una partner con cui condividere la tua solitudine, non potrai neanche immaginare un superamento.
Disarticolare ogni paura è il primo compito per contrastarla: la morte violenta c’è sempre stata, non sono i fascisti dello Stato islamico ad averla creata, il lavoro salariato è un’invenzione dei padroni, perderlo vorrebbe dire tornare allo stadio primigenio dell’esistenza, con tutta la sua moltitudine di possibilità evolutive, e così anche per la mancanza di ricchezze e proprietà.
Ogni terrore è intuizione dialettica, sono tutte parole, niente è vero. Se così è, non si può temere più nulla, perché tutto è lecito.

La paura come linguaggio.
Uomini e donne sono sottoposti/e a un bombardamento di paure costante, così da non scordarsi mai di essere soggettività paurose (quindi identità fisse).
Telegiornali, siti web, giornali, tutto concorre a sviluppare un linguaggio della paura: troppe bombe in giro per così pochi morti.
A costo di assumere posizioni Necaeviste -per non dire Machiavelliche- la guerra sociale ha bisogno di sfruttare il linguaggio della paura facendosene carico.
I militanti jihadisti, pur nella loro delirante visione del mondo, hanno indovinato la strategia: divenendo volutamente oggetto della paura, attirando su di loro le paure di tutti/e con azioni gratuitamente sanguinarie, sono diventati oggetto di desiderio da parte di coloro che la paura non volevano più subirla.
Dimostrando una grande intelligenza tattica, ISIS si spinge oltre all’organizzare la jihad contro il mondo occidentale. Tutto ciò che attacca quel mondo producendo paura da una parte e desiderio di elargirla da un’altra, è automaticamente ISIS. Non importano le intenzioni, le relazioni e le storie di chi agisce, in un conflitto la posta in gioco non è la coerenza ma l’offensività: la messa in serie di atti che facciano progredire il conflitto stesso. L’accumulo di potenza e lo sviluppo di rapporti di forza favorevoli: il mezzo.
Ciò non significa che la militanza rivoluzionaria debba utilizzare gli stessi metodi -tanto più constatando quanto i rapporti di forza ci vedano minoritari- né che debba tornare a utilizzare una metodologia definita “terrorista”.
Che peraltro non fa più paura a nessuno.
Prova ne è l’ultimo teorema datato 6 settembre della magistratura italiana contro gli/le anarchiche/i che, malgrado il polverone montato dagli scribacchini, non ha innescato il benché minimo processo timoroso-desiderante nei confronti dei cittadini.
Piuttosto utilizzare questo linguaggio contro ciò che si vuole intimorire.
Una sommossa, un riot, distrugge anche se per poche ore il quotidiano delle masse, dando l’assalto al loro spazio-la città devastata.
Come si è potuto non capire che il polverone mediatico all’indomani di ogni grande scontro di piazza era la prova che le azioni di quella giornata avevano lasciato un segno interiore nel pubblico molto più grosso delle due vetrine spaccate?
Come non capire che ci si era confrontati con lo spettacolo finalmente sullo stesso piano e non più in posizione difensiva?
Incutere paura al quotidiano, oltre la distruzione dello spazio, vuol dire frenare i meccanismi di produzione, ergo stoppare il tempo.
Il piccolo sabotaggio nei pressi della stazione di Bologna del 23 dicembre 2014rallentò per ore il transito di passeggeri, blocco il traffico di merci umane, incutendo molto più terrore di qualsiasi grido barricadero. Il terrore del cittadino di non potere, anche per quel giorno, trascinare avanti normalmente la propria miserabile esistenza aggrappata agli scampoli di un benessere in rapido esaurimento.
Allo stesso modo ogni blocco dei camion operato dalle/dai compagni/e ai magazzini della logistica suscitano il terrore –un terrore omicida– nei padroni e nei loro affiliati: è un incubo che qualcuno alzi la testa rallentando sia il processo di ristrutturazione dei cosiddetti “diritti dei lavoratori” che la distribuzione delle merci in un paese quasi completamente post-industriale.
Il modo migliore per un rivoluzionario per incutere paura oggi è ridefinire spazio e tempo, che sia quindi lo spazio che creiamo (anche distruggendo) e il tempo che viviamo.

IV. OLTRE LA PAURA, VERSO IL DESIDERIO.

So if you ever think that life is just not worth living
If you doubt that you have anything left at all, worthy of truly giving
When life’s not making any sense and you’re filled with anger and resent
Remember love can conquer all, it is the start of state hates final fall
(Conflict – A Message To Who)

La macchina desiderante “uomo” non ha smesso di desiderare con la merce, lo ha semplicemente diretto nella ricerca dell’identità sradicata dallo spettacolo: sentirsi parte di qualcosa, di una nazione, di un genere, di una famiglia.
La paura è l’unico mezzo rimasto per raggiungere ciò, essendo venute a mancare tutte quelle condizioni filosofiche e sociali che avevano eretto le sovrastrutture autoritarie: avendo appurato che l’inconoscibile era irraggiungibile, ci si è messi a temerlo.
Una vita differente, culture lontane, soggettività indisciplinate, tutto è una minaccia.
La crisi del capitalismo finanziario poteva essere una eccezionale occasione per smarcarsi dal giogo del lavoro salariato e dal “migliore dei mondi possibili”, invece grazie a un’intelligente propaganda politica e massmediatica si è infuso terrore di morte e miseria nel cittadino che si è attaccato con le unghie e con i denti all’idea di “lavoro” (dove?) e “futuro”(quale?).
Questo terrore, lo ripetiamo ancora una volta, è una voglia. Sarebbe quantomeno ingenuo credere che la stragrande maggioranza di individualità occidentali siano a tal punto ottenebrate dalla propaganda massmediatica da credere sul serio a fantasmi ormai quasi trasparenti, il punto di base è che la paura tiene in costante veglia la personalità, fa sì che non si ponga domande, soddisfa quella pulsione repressa di generare desideri.
Alla crisi del piacere, che non trova più spazi se non nel piacere della paura, la risposta è un nuovo investimento libidinale nella creazione di relazioni non mercificate.
Se l’immaginario degli ultimi anni è completamente fondato sulla paura, bisogna opporre ad esso un nuovo immaginario fatto di corpi intrecciati, in continuo divenire, che soddisfano ogni necessità qui ed ora, senza deleghe né mezzi che non sia la volontà.
Anche qui la comune ritorna, il tentativo di tornare ad appagarsi di desiderio con la prospettiva di allacciare relazioni di condivisione sempre più ampie.
L’amplesso è più soddisfacente se inscritto in una prospettiva rivoluzionaria.
La paura è la pornografia che il capitale ci vende al modico prezzo della morte della voglia, l’insurrezione è la ricostruzione di un piacere senza limiti né freni.

 

 

SCRITTO DI ALFREDO COSPITO DAL CARCERE DI FERRARA

Pubblico in completa affinità e complicità col nostro fratello Alfredo

che da dietro le mura di un carcere riesce ad essere più vivo che mai

con le sue riflessioni, a non farsi abbattere dalla repressione imposta dal

vile Sparagna e dai suoi sgherri!

 

 

Alfredo ha scritto questo saluto per l’uscita del numero zero di Vetriolo nel novembre-dicembre 2016. Come è noto la lettera è stata bloccata dalla censura. Ora siamo finalmente in grado di divulgarla. Ricordiamo che in questi mesi la censura si è gravemente inasprita, un giro di vite evidentemente ordinato direttamente dal pm Sparagna, che non è occasionale zelo del secondino di turno. Sembrano esserci delle vere e proprie direttive su cosa deve e cosa non deve arrivare (Vetriolo per esempio in principio non è arrivato a nessuno). Per protestare contro la censura, Alfredo è stato in sciopero della fame dal 3 al 13 maggio.

ROMPERE L’ISOLAMENTO!

Con accuse da 30 anni sul groppone può sembrare assurdo sentire il bisogno di comunicare progetti e riflessioni. Con la censura che incalza stravolgendo tutto quello che scrivo e dico continuare imperterrito a comunicare e scrivere riflessioni, che inevitabilmente si prestano alla repressione, può sembrare stupido e folle. Stupidità e follia di cui non posso fare a meno per sentirmi a ancora vivo e partecipe.
Una sola scelta, spalle al muro, continuare la lotta. Continuare con ogni mezzo a mia disposizione.

L’ispirazione per questo articolo me l’ha data l’inquisitore Sparagna, il quale nel suo solitario “monologo-interlocutorio” ha sostenuto con malcelato imbarazzo che sarebbe arrivato a noi per esclusione, per il “terreno bruciato” che il movimento anarchico in Italia ci avrebbe fatto attorno. Possibile che il movimento anarchico qui in Italia sia caduto così in basso da non provare alcuna empatia nei confronti di compagni/e caduti nelle maglie della repressione arrivando a considerarci un corpo estraneo?
La verità non può essere cercata nella “logica” strumentale e demenziale di un P.M. di Torino. La verità si nasconde nelle pieghe, nelle varie espressioni di solidarietà che ci sono state rivolte, nell’opportunità che anche un’ondata repressiva come questa ci può dare. Lo dimostrano le tante azioni in nostra solidarietà in mezzo mondo, lo dimostrano i pochi ma significativi comunicati di solidarietà che ci sono arrivati. All’apparenza questi comunicati possono sembrare la solita solidarietà di facciata ma in realtà acquistano ai miei occhi un significato importante.
Forse per la loro provenienza, compagne/i con progetti diversi tra di loro e che nonostante tutto, si sono sentiti colpiti nel vivo in prima persona. Forse perché tutti queste/i compagni/e sono partecipi in qualche modo di quell’anarchismo della prassi che rende viva, vegeta e ben reattiva l’anarchia nel mondo. Per questo e per altri motivi ancora quelle parole di solidarietà non sono cose da poco e possono diventare un’opportunità soprattutto se riescono ad andare oltre il fatto repressivo.

L’opportunità che ci si presenta è la possibilità reale che percorsi diversi ma tutti decisi e aggressivi in alcuni momenti si possano incrociare. Non per niente il potere tende a dividere gli anarchici in buoni e cattivi. E qui entra in gioco Vetriolo.
È più forte di me. Quando il realismo e la logica mi dicono di tacere e aspettare, io rilancio.
Vetriolo un a-periodico di approfondimento in cui possano scontrarsi in maniera leale e chiara, senza peli sulla lingua, posizioni e idee diverse “sociali” e “antisociali”, attitudini “organizzatori”, “antiorganizzatori”, fautori dell’anonimato o meno.
Sono convinto che finché non si scioglieranno alcuni nodi continueremo ad arrancare. Non mi interessa l’unione sterile, matematica, quantitativa ma la possibilità reale che compagne/i con prospettive diverse possano collaborare senza condizionarsi a vicenda senza cedere in nulla, senza stravolgere la propria progettualità. È solo questione di metodo.
Nella testa ho mille domande e qualche risposta che un giornale di approfondimento teorico come Vetriolo dovrebbe affrontare. Come tutti quelli che cercano di mettere in pratica quello che dicono, ho molti più dubbi che certezze. In una palestra teorica, in un confronto/scontro tra idee diverse, spunti nuovi potrebbero saltare fuori regalandoci possibilità e strumenti più efficaci.

Gruppi di affinità, azioni individuali, organizzazioni. Semplici tecniche da usare secondo le opportunità che di volta in volta si presentano o qualcosa di più profondo da mettere in pratica secondo le proprie predisposizioni caratteriali, aspirazioni individuali?
Semplici tecniche da usare con freddezza, calcolo e determinazione in base alla situazione sociale per innescare un processo rivoluzionario che farà di noi dei rivoluzionari proiettandoci verso il futuro?
O scelte esistenziali che investono tutto il nostro essere più profondo e che fanno di noi dei ribelli coscienti che vivono la propria anarchia ora, subito, in uno scontro continuo con l’esistente?
Gruppi di affinità, azioni individuali, organizzazioni. Tecniche, strumenti, armi per colpire ognuna delle quali ha dei difetti e delle qualità. L’unica “unità di misura” che abbiamo per capire quale modo di muoversi faccia per noi è la naturale disposizione che ognuno ha come singolo individuo dentro di se.
È un “dare-avere” tra libertà che perdi e possibilità nuove che ottieni. Per alcuni/e limitare la propria libertà (dandosi delle regole) in cambio di una maggiore forza d’impatto può valere la candela, per altri no. È anche una cosa caratteriale, i fattori sono tanti e tutti riguardano la nostra libertà, la nostra sensibilità.
L’odio che proviamo verso il sistema a volte è così forte che può rendere trascurabile le apparenti libertà che perdiamo in cambio di una maggiore virulenza, di una maggiore forza e operatività. L’importante è prendere atto che le organizzazioni, gli atti individuali, i gruppi di affinità fanno parte tutti allo stesso titolo di quegli “strumenti” che gli anarchici storicamente si sono sempre dati. Ridicolo urlare allo scandalo se un anarchico/a si dia come strumento un organizzazione “informale” o “specifica” che sia, inutile indignarsi, ognuno fa la sua scelta.
Il punto secondo me è un altro: riuscire a far “comunicare” in alcuni momenti, per alcuni tratti senza conoscersi, compagni/e che hanno modi diversi di muoversi senza annullarsi a vicenda, senza pestarsi i piedi, senza coordinamenti e sovrastrutture egemoniche che scavalcano organizzazioni, individui, gruppi affini che mai devono entrare in contatto. Ma che devono unire le forze dandosi dei tempi d’azione in comune. Credo che questa sia la reale sfida che ci attende, il nodo principale che bisognerà sciogliere.

 

Alfredo Cospito

TUTTI VEDONO LA VIOLENZA DEL FIUME IN PIENA MA NON QUELLA DEGLI ARGINI CHE LO COSTRINGONO

Con immensa gioia e complicità che diffondo questo contributo che mi arriva da Firenze.

Anche noi siamo nati sulla sponda sbagliata di di questo “migliore dei mondi possibili”e non ci trascinerete mai dalla vostra parte!

 

 

 

Sono tempi duri se sei nato sulla sponda sbagliata di questo “migliore dei mondi possibili”. Le catene ci vengono strette sempre più forte intorno al collo, e ora se ne accorgono anche coloro i quali fin’ora ci hanno detto che esageravamo. Alzano muri, dispiegano polizie nelle strade, sgomberano gli spazi che facciamo rivivere dopo che lo stato li lascia all’abbandono per anni. Arrestano chiunque metta in discussione un ordine imposto in cui nessuno di noi si riconosce più. Ci vogliono spazzare via, è evidente.
Vogliono una città di turisti e ricchi, una gabbia d’oro al centro e tutto intorno la miseria e il disagio, tenuto ben lontano dal lunapark del centro. Ma è solo l’inizio, prima ci spazzano via dal centro, poi arriveranno anche nelle periferie. Retate, arresti, soldati, stupri, muri puliti e silenzio totale. Via i poveri, le puttane, i pazzi, gli immigrati, gli artisti disobbedienti al mercato, via tutti gli individui che rendono le strade e i quartieri vivi. A suon di manganelli, arresti, minacce,lacrimogeni sparati nelle finestre degli spazi liberati dalla speculazione. Violenze di ogni tipo.
Vogliono spazzarci via, in ogni modo, con ogni mezzo, approfittando della complicità silenziosa di cittadini e persone perbene. “Lo facciamo per voi”, consci del fatto di poter contare sulla paura dei manganelli. Perché il potere è forte solo finchè si ha paura, dal momento in cui la paura viene superata dalla volontà di osare, il potere si sbriciola.
Non ci stiamo, non ci pieghiamo ai manganelli, ai soldati e alla polizia che picchiano migranti e molestano donne in pieno centro. Che arrestano compagni e compagne basandosi su accuse infondate, in una vera e propria opera di pulizia sociale per asfaltare l’opposizione a un mondo di galere e filo spinato.
Se condividete questi pensieri, sappiate che non siete soli. Noi Abbiamo in mente un’idea esagerata di libertà, vogliamo osare qualcosa di più di quello schifo che ci concedono. Alla discoteca silenziosa noi rispondiamo con la musica a piene casse, all’isolamento sociale rispondiamo con incontri non autorizzati per conoscerci e organizzarci. A chi ci vuole chiusi in casa davanti uno schermo, soli e silenziosi, rispondiamo con socialità, riprendendoci spazi della città liberamente e senza paura.
Noi divisi in bande siamo il doppio di loro se ci uniamo, lo sanno bene, ecco perché puntano a isolarci, dividerci, con qualsiasi mezzo.
La paura non ha più senso adesso, perché non c’è più nulla da perdere. Se il loro obiettivo a questo punto è spazzare via la libertà, noi spazzeremo via loro.
Le feste, la libertà e la musica non hanno bisogno di autorizzazione.
Riprendiamoci gli spazi che ci vogliono togliere, riprendiamoci la gratuità della vita, la socialità non autorizzata e al di fuori degli schermi e dei canoni imposti. Abbiamo soppesato i diritti e i doveri di questa società e li abbiamo trovati insoddisfacenti. Per cui ora basta, ora vogliamo qualcosa di più, vogliamo tutto e lo vogliamo subito.
Iniziamo dal centro città, dal silenzio dato dalle cuffie, dal decoro e dai suoi muri puliti di censura . Diffondiamoci ovunque, rompiamo gli argini del controllo, inondiamo le città.
L’autunno nero sta arrivando, preparati a salpare.
LIBERTA’ PER GHESPE E PASCA
LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE
Anarchic* e dannat*

 

“VETRIOLO” numero 1 – autunno ‘17

Riprendiamo le nostre pubblicazioni con il numero 1 del “VETRIOLO“. Come già era stato chiarito fin dall’inizio, il “blog” non intende essere un elenco di tutte le azioni con i cui compagni anarchici ogni giorno attaccano l’esistente ( che possano moltiplicarsi !), ma piuttosto un luogo di dibattito e scambio di idee, sentiamo forte la necessità che “la PAROLA ritorni ad essere ARMATA”.

 

Infine abbiamo pubblicato il numero 1 del giornale anarchico Vetriolo. In concomitanza abbiamo anche ristampato il numero 0, per coloro che recentemente ce ne hanno chiesto copie, siccome esaurito da tempo. Dopo svariati mesi di censura è arrivato il contributo che il compagno anarchico Alfredo Cospito scrisse nell’inverno scorso per l’uscita del precedente numero; lettera che venne bloccata e sequestrata per ordine del giudice inquisitore Sparagna, mandante dell’operazione “scripta manent”.

In questo nuovo numero c’è spazio per approfondimenti su questioni aperte nel precedente, in particolare sulla questione delle città, sul frontismo e l’internazionalismo, sulla storia del movimento degli sfruttati, e il proseguo del tentativo di analisi ed elaborazione di una teoria anarchica dello Stato. Inoltre, abbiamo analizzato anche altre questioni: una riflessione etica sul concetto di coerenza; un’altra sulla sopravvivenza negli spazi urbani e sulle modificazioni che in questi avvengono; un articolo di analisi della tecnologia e, in particolare, della robotica, sia da un punto di vista ecologico che da quello delle conseguenze sociali e anti-sociali. Uno spazio importante lo dedichiamo al tema della “guerra”. Con il nostro tono spesso aspro e con articoli polemici, auspichiamo sempre al confronto e alla crescita del movimento anarchico rivoluzionario.

All’interno:

— La finestra sul porcile

— Contro la guerra, contro la pace

— Tempi maduri

— Azione e reazione

— In nome della coerenza

— L’unica amministrazione possibile

— Tradire il fare

— Il dominio tecnologico tra ideologia e realtà

— L’ora di ricreazione

— Un contributo a proposito di frontismo e internazionalismo

— Lo Stato non è un’app

— Una storia sinistra

— Scritto di Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara

Per copie del giornale o contatti rivolgersi alla mailvetriolo@autistici.org

Una copia: 2 euro. Per i distributori, dalle cinque copie in poi: 1,50. Spese di spedizione: 1,30. Spese di spedizione in Europa: 3,50. Gratis per le persone prigioniere.