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204: La Paura cambi di campo

 

 

 

 

 

“Si istituiscono processi agliAnarchici
per quello che gli Anarchici sono, nemici dello stato”.
Anna Beniamino

Chi ha fatto dell’anarchia un atto deflagrante e ha gioito nel momento nel momento di rottura totale con l’ordine imposto non si fermerà neanche di fronte alla richiesta di 204 anni carcere da parte di un servo frustato.
204 sono, infatti, gli anni complessivi richiesti per i nostri compagni dello Scripta Manent.
A tutti loro va sempre più forte e salda la nostra complicità e affinità. Allo Stato e ai suoi servi la promessa del nostro odio eterno.

Per l’Anarchia!

SUL BATTELLO EBBRO DELLE NUOVE INSURREZIONI di Luca G.

Scritto in data 06/12/2018

SUL BATTELLO EBBRO DELLE NUOVE INSURREZIONI di Luca G.

 

C’è nell’aria nuova un vecchio odore di rivolta

Armi nelle mani di chi vive un’altra volta.

(Stigmathe)

 

Qualcosa di antico ma inaspettatamente nuovo scuote il vecchio mondo da qualche anno a questa parte.

Piazza Syntagma, Gezi Park, le rivolte in medio-oriente ieri, i “gilet jaunes” in Francia oggi: arriva di soppiatto, infetta distrugge e poi sparisce lasciando però segni indelebili sui muri delle città e sulle esistenze di chi la vive.

Brevemente e ancora incagliato fra l’ottusa stupidità delle narrazioni del tempo sulle contrapposizioni tra piazze di destra e piazze di sinistra vorrei provare a parlare del risveglio di una mai sopita voglia di libertà a dispetto di ogni dispositivo di potere e di ogni illusione di pacificazione, al di là delle “divise” e delle singole rivendicazioni.

Perché il punto non è la provincia o l’impero, la destra o la sinistra, l’organizzazione o lo spontaneismo, il punto è il fuoco.

 

AL FUOCO! o del perché la rivolta non bussa ma entra sicura

 

Marinus, Marinus, hörst Du mich?

Marinus, Du warst es nicht

es war König Feurio!

 

(Einsturzende Neubauten)

 

Partiamo dalla grigia cronaca del fatto: dopo l’aumento delle aliquote della benzina voluta da Macròn (ovvia operazione di greenwashing che va a discapito delle classi meno abbienti), in Francia grazie al tamtam di Facebook si sviluppa un grande movimento caratterizzato dal portare il giubbotto catarifrangente da indossare in autostrada.

Il 17 novembre questo strano movimento opera più di 2000 blocchi stradali, la settimana successiva una serie di cortei selvaggi si scontra con la polizia a Parigi, il movimento cresce in Francia assumendo di volta in volta connotati più fascistoidi (compresa l’infame e schifosa denuncia nei confronti di alcuni migranti nascosti in un camion) o più rivoluzionari. Successivamente, si sviluppa in maniera farsesca e reazionaria in Italia e più seriamente in Belgio, dove a Bruxelles si verificano grossi scontri con la polizia il 30 novembre.

Il giorno dopo a Parigi è sommossa generale: la polizia deve ripiegare più volte, macchine e negozi dati alle fiamme, licei occupati.

Il 4 dicembre Macròn decide di non aumentare più il prezzo della benzina.

In questa situazione di difficilissima da decifrare e problematica da rivendicare, si presenta l’ospite più inquietante: la rivolta.

Sei un lavoratore piccolo-borghese, forse di destra, forse liberale, che sta protestando perché oltre a subire da una vita lo sfruttamento, dovrà pagare ancora di più per andarci.

Sei una camionista che rischia la vita sulle autostrade ogni giorno, cui le aziende per cui lavori neanche rimborsano la benzina sprecata.

Sei una giovane studentessa che gli anni scorsi si è battuta contro gli sbirri per abolire la Loi Travail del socialista Hollande, e ancora ricordi i bei momenti di complicità coi tuoi compagni e le tue compagne a dispetto dello stato d’emergenza emanato nel 2015.

Sei un algerino di terza generazione e vivi in una banlieu un po’ come capita, nella tua memoria sono ben vivi i ricordi dei soprusi dei flics contro i tuoi amici, le tue amiche, i tuoi parenti.

Sei una compagna libertaria, una “zadista”, memore della strenua resistenza e del vivere altro di Notre Dame des Landes.

Parigi si blocca grazie ai camionisti e ai piccolo-borghesi – dei quali non si conosce il pensiero e che magari nutre in sè abissi spaventosi – ma quando arriva la polizia a disperderli ci sono tutte e tutti gli altri.

La rabbia per una vita passata a sopravvivere accomuna, per una volta, vite altrimenti distantissime.

Gli scontri con la polizia superano ben presto le loro rivendicazioni riformiste che i loro partigiani a distanza snocciolano a ogni piè spinto, in quell’assurda logica per cui le richieste siano più importanti della vita presente.

Non importa più il motivo in mezzo alla sommossa, giacché la rivolta parla una lingua a sé stante.

 

Nel 1778 il Parlamento Inglese emana il Catholic Relief Act, un provvedimento che attenua le discriminazioni nei confronti dei cattolici.

Il 2 giugno del 1780 il Lord conservatore George Gordon convoca una manifestazione per convincere la Camera a ritirare il provvedimento; al suo rifiuto, la folla si riversa nelle strade.

In 7 giorni di sommossa il carattere esplicitamente reazionario delle rivendicazioni originali viene superato e in larga parte abolito da una rivolta furiosa che assalta le caserme, distrugge le carceri e dà fuoco alle carceri: la plebe inizialmente fomentata da ingiuste richieste s’inebria della possibilità della distruzione.

Nei primi mesi del 1898 in Italia si verificano i “moti del pane”: dopo l’aumento del prezzo voluto dal governo Rudinì, fra gennaio e luglio ogni città verrà messa a ferro e fuoco dalla popolazione, tanto che a Milano il tristemente famoso Bava Beccaris ordinerà di cannoneggiare la folla in tumulto.

Nel gennaio 1921 la Russia viene scossa per 9 giorni dall’affaire Kronstadt, cittadella militare fortificata che tanto nel 1905 quanto nel 17 era stato, nelle parole di quel Trotskij che ne sarà boia, “valore e gloria della Russia rivoluzionaria”.

Affamati dal comunismo di guerra e stufi del controllo repressivo della Ceka i marinai di Kronstadt formano un comitato, in prevalenza menscevico e socialrivoluzionario, e stilano una serie di richieste di stampo socialdemocratico da proporre al governo bolscevico.

Come si sa, il potere alla mitezza risponde con il disprezzo più sdegnoso, ma ad esso Kronstadt risponde con un’insurrezione in cui la parola d’ordine supera in radicalità di gran lunga le iniziali richieste: “Tutto il potere ai soviet, non ai partiti!”

Come si può notare, non è raro che una grande rivolta sorga da un contesto banalmente riformista o chiaramente reazionario, e infatti non va scordato che alcuni moti del pane avevano carattere nazionalista e un certo numero di marinai russi avevano tensioni antisemite.

Eppure, la reazione e la riforma appartengono al potere e quando la rivolta scoppia è molto facile che ogni situazione si ribalti e assuma carattere rivoluzionario (molto facile ma non certo, ricordiamo i pogrom russi ad esempio).

Sembra stia accadendo ora in Francia, dove le sommosse stanno in parte superando le contraddizioni iniziali.

 

 SENTENZIARE E PUNIRE: miseria dell’ideologia

 

 Just because I dress like this doesn’t mean I’m a communist.

 

(Billy Bragg)

 

Ecco arrivare, ad ogni moderna sommossa, i recuperatori!

Tanto la fascista Marine Le Pen quanto il “populista di sinistra” Jean Luc Melenchon hanno cercato di tirare dalla loro parte un movimento che, inizialmente, sembrava poter venir indirizzato a scopi elettorali.

Così chi guardava da lontano l’ideologia ha creato due fazioni contrapposte: “i settari e le settarie”, come il sottoscritto, che inizialmente bollavano come completamente reazionarie piccoloborghesi e prefasciste queste mobilitazioni e “partigiani e partigiane” chi se le rivendicava acriticamente, tirando fuori dal cilindro qualche frase di Lenin.

Grida nel vuoto entrambe: la pretesa nei tempi odierni di egemonizzare in senso vetero-ideologico si frantuma sullo scoglio della vita quotidiana.

Il crollo delle ideologie ha portato sì i padroni a sedersi comodamente sui propri privilegi, ma allo stesso tempo ha visto le cosiddette masse impermeabili ai discorsi politicisti.

Certo, il monopolio del recupero ce l’ha ancora il capitale, ma almeno i recuperatori della sinistra controrivoluzionaria e i militantisti vengono per lo più ignorati.

E infatti tutti sono pronti a dissociarsi: Marine Le Pen, i vertici della CGT e Melenchon hanno in brevissimo tempo condannato le “violenza” ripetendo la vecchia solfa de “i casseurs infiltrati che spaccano tutto”.

Intanto, i ridicoli partiti dell’ “estrema sinistra” cortocircuitano sulle loro grottesche posizioni: per i rossi ieri le lotte LGBTQI erano borghesi perché interclassiste, oggi i gilet gialli sono interessanti perché interclassisti. I liberali intanto urlano al fascismo, la post-disobbedienza si rivendica tutto ma nessuno le crede.

Se si fosse letto e ancor più compreso Furio Jesi in Spartakus, si capirebbe cha la rivolta supera tanto i suoi ispiratori quanto chi la vuole imbrigliare.

Ma poco importa, gli ideologi crollano sotto il peso della realtà, ed è uno dei rari conforti di questi tempi: l’ideologo è il poliziotto che frena chi capovolge l’esistente.

 

 SAVE THE CITY BURN IT DOWN: del perché la rivolta è tale solo quando è distruttiva

 

Sembra più una festa

 che un massacro di innocenti.

 

(Plastic Surgery)

 

Durante il primo maggio 2015 a Milano un manifestante, prestatosi incautamente alla telecamera, dichiara: “È stata una bella esperienza.”

La prospettiva della distruzione è, in ultima istanza, una dialettica alla portata di chiunque e desiderabile per tutt*: per l’impiegato la banca diventa il simbolo del suo sfruttamento, per il camionista la concessionaria è genitrice dei suoi mali, per la studentessa un supermercato dove spende i pochi spicci che le danno i genitori, per l’algerino il negozio di lusso è lo specchio della sua povertà, per la zadista i simboli di un capitalismo che devasta e saccheggia.

La distruzione è un momento di riappropriazione totale, anche se temporaneo, di una vita pienamente vissuta.

Parafrasando Debord, il vandalismo contro le cose le riempie di linfa vitale, ridotte come sono ad altari del culto della merce.

Queste splendide città intoccabili con le loro belle vetrine, i loro bei monumenti, le periferie chimiche e i/le senzatetto morti assiderati sul marciapiede, queste città sono la linea di separazione fra l’umano e le sue possibilità di agire nello e sullo spazio che si vive.

Il vandalismo oltrepassa questa linea e il soggetto agente reimpara a modificare l’esistente.

Non è un caso che il vandalismo è urgenza adolescenziale, il momento più furioso della vita, l’età dell’urgenza, e si sopisce con l’obbedienza e l’abitudine al compromesso della maturità.

Citando ancora lo Jesi di Spartakus: “Si può amare una città, si possono riconoscere le sue case e le sue strade nelle proprie memorie più remote e segrete; ma solo nell’ora della rivolta la città è sentita veramente come l’“haut-lieu” e al tempo stesso come la propria città: propria poiché dell’io e al tempo stesso degli altri; propria, poiché campo di una battaglia che si è scelta e che la collettività ha scelto; propria, poiché spazio circoscritto in cui il tempo storico è sospeso e in cui ogni atto vale di per se stesso, nelle sue conseguenze immediate.”

 

        

MILLENIUM PEOPLE: del ceto medio impoverito e della composizione mista nelle nuove rivolte

 

Al netto dei toni trionfalistici di certi organismi della sinistra, i gilet jaunes sembravano realmente sovradeterminati dall’estrema destra.

Del resto, un “movimento” con rivendicazioni molto basse e con una composizione prevalentemente piccolo-borghese e bianca non può che far pendere l’ago della bilancia verso la reazione.

Gli ultimi anni hanno visto un continuo tentativo di larga parte del movimento alla disperata ricerca di una nuova classe di accodarsi al fenomeno populista per volgerlo in chiave rivoluzionaria: i forconi, il referendum, il malcontento l’UE, addirittura a volte alcune componenti hanno addirittura sostenuto la tesi dell'”esercito di riserva” pe strizzare l’occhio al nuovo fascismo.

Dicono che bisogna entrare nelle contraddizioni, ma anche se la prendessimo in esame nell’accezione puramente maoista del termine (che fine ha fatto il plusvalore?), non si riesce a scorgere nessun punto A o punto B, solo due borghesie- quella finanziaria e quella bottegaia- in lotta fra di loro quanto lo erano ai tempi di fascismo versus perfida Albione.

Dicono che andando incontro al malcontento popolare contro le istituzioni si può diventare massa, ma cos’è la massa? Un’idea e null’altro, un fantasma, l’equivalente del gregge cristiano. A ogni armata rossa si contrappone un’armata bianca, è il rapporto di forza a determinare la vittoria e questo non è regolato dal quantitativo, sennò ogni tentativo insurrezionale sarebbe fallito.

Se il proletariato non è altro se non la classe di chi “non ha altro da perdere se non le proprie catene” il ceto medio impoverito proletariato non è: ha ancora tutta una serie di privilegi da cui, per quanto si senta depredato dalle “elite”, non ha intenzione di staccarsi.

Oggi, se vogliamo trovare un nuovo proletariato, dobbiamo aprire gli occhi su una serie di sfruttamenti e discriminazioni diversificate e sulle soggettività che ne costituiscono la loro negazione: la persona migrante, proveniente dai ghetti del mondo, che in quanto tale porta sulle spalle il peso di secoli di sfruttamento e l’abolizione dell’istituzione autoritaria chiamata “Nazione”; la soggettività queer, vittima di discriminazione e recuperi continui, che con la sua stessa corporeità nega il dominio patriarcale e l’istituzione borghese della famiglia nucleare; la vittima del lavoro nero, fenomeno endemico nelle società valoriali e più alta contraddizione fra “Legge” e “mercato”; la persona disoccupata e/o precaria, simbolo di un mondo che obbliga al lavoro e al contempo costruisce le basi per far morire di fame.

Niente a che vedere con le moltitudini di negriana memoria però, perché tutte queste soggettività vanno a costruire una reale classe globale che s’inscrive perfettamente in quella del proletariato, e che può mutare facilmente un contesto a forte rischio reazionario in insurrezionale.

Infatti i gilet gialli sono cominciati a diventare attraversabili dalle soggettività in lotta – e quindi a costruire situazioni pre-insurrezionali – solo dove la composizione era più diversificata come a Parigi dove studenti e studentesse, militanti rivoluzionari/e e soprattutto abitanti delle banlieue hanno partecipato alle rivolte.

Questo non è successo in altre zone più “bianche” e più colonizzate dal Front National, e non è successo in Italia con il movimento dei forconi, proprio per la limitatezza della sua composizione.

Il fenomeno del proletariato misto è ben visibile anche in Italia, dove i momenti più radicali nelle lotte non “militanti” si verificano nella logistica, nel settore degli “smart works” (ad esempio i rider) dove la composizione “etnica” è molto diversificata, o dove la soggettività migrante è predominante come nei lager CPR e nelle carceri, in cui le rivolte, seppur di minor spessore dato il contesto e meno spettacolarizzate, non hanno nulla di invidiare a quelle francesi.

Un discorso di classe non può prescindere dalla presa d’atte che le classi sono mutate, pena il seguire le orme del populismo reazionario dimenticando un discorso di liberazione totale, la completa scomparsa, il trionfo della morte.

 

LANCIANDO IL SASSO PIÙ IN LÀ: come salire sul battello ebbro

Nothing ever burns down by itself, every fire needs a little bit of help.

 

(Chumbawamba)

 

I Gilet Jaunes hanno vinto, Macròn ha ritirato la tassa.

Se continueranno con le proteste non è dato saperlo, probabilmente i recuperatori reazionari congloberanno il movimento in una nuova – per la Francia – forma di populismo di destra per la gioia dei neo-sansepolcristi di tutto il mondo.

Vada come vada, sommossa chiama sommossa e i/le giovani che ieri si battevano contro la Loi Travail oggi lo facevano insieme ai gilet gialli: agire la libertà diventa un’abitudine, lo sa chiunque abbia partecipato a un riot e si trovi a passare davanti

Azione chiama azione e, malgrado questi tempi siano caratterizzati da una palese ondata di nuovi fascismi, questi momenti di parziale e temporanea destabilizzazione sono utili per trovare complicità e alzare il livello dell’attacco, costruire situazioni tra sfruttati e sfruttate che dissolvano i rapporti di micropotere e, quando verrà il momento in cui il fascismo si paleserà completamente, ed è molto vicino, rispondere con la dovuta preparazione.

Lanciare il sasso più in là, perché da queste rivolte non nasce la rivoluzione, ma da chi oggi porta il conflitto a un livello più alto nascerà l’insurrezione di domani.

 

 

Chi ha orecchie per udire oda.

 

Sarò breve, come è mio costume, perchè voglio mettere in chiaro alcune cose che mi sono giunte inaspettate all’uscio.

Non sono tipo da “leccare il culo” a chicchessia e questo mi pare lampante, negli anni passati abbiamo portato avanti critiche assai dure, insieme ai miei affini, a molti anarchici INTOCCABILI senza arretrare nemmeno di un passo e questo ci ha vals l’appellativo di “carogne nichiliste”, tutto molto coreografico, ma noi fieramente non abbiamo mai avuto bisogno di chiedere scusa a nessuno per quello che abbiamo scritto o per gli approfondimeti proposti.

Torniamo ai giorni nostri, molte cose sono cambiate, del mio passato nulla rinnego, anzi è la mia forza e l’individuo che è stato forgiato in quel tempo non ha bisogno di leccare la mano di nessun “padrone dell’anarchia” per poter andare avanti, ma soprattutto di nessono sbirro anarchico che imputridisce l’aria che respiro.

La calunnia è un venticello, diceva una canzone, il venticello è giunto fino a me.

Sara Zappavigna

 

 

SU QUALE PELLE? LA NOSTRA – Riflessioni sull’infiltrazione del potere nella controcultura

 

La nostra pelle viene battuta come carne da macello, la vostra no. Il nostro sangue sgorga dalle ferite che ci avete inferto, il vostro no. Le nostre ossa si rompono sotto i colpi del vostro braccio armato, le vostre no. Il nostro cuore batte all’unisono, il vostro no. C’è chi si accontenta delle caramelle lanciate dall’alto di chi governa la società dello spettacolo, di chi cerca di venderci una storia, di incanalare la nostra attenzione giorno per giorno, storia per storia. Non abbiamo bisogno di un film del potere per sentirci giustificati per il nostro odio, non abbiamo bisogno di un film per conoscere ed empatizzare la brutalità dell’oppressione dello stato e del capitale. Lo viviamo ogni giorno e ogni giorno sentiamo il cuore e le spalle pesanti per la sofferenza che cercate di trasmettere a chi non la prova, agli automi, di un mondo indifferente, che avete creato. Non proietteremo il vostro film, non lo guarderemo e non vi aduleremo, come chi, sia nei propri salotti fisici che telematici, si è ormai arreso a una traduzione della storia fatta dal potere, che utilizza lo spettacolo per manipolare la vita fin nell’intimo delle nostre tane. In quanto anarchici parliamo solo per noi stessi e non entriamo nel merito per le compagne e i compagni, che invece hanno deciso di lasciare che la grande distribuzione parlasse per loro. Non vogliamo la vostra versione dei fatti. Non ci serve la vostra approvazione, nè i vostri mezzi per trasmettere ciò che sentiamo e viviamo, basta guardare il dolore nei nostri occhi, mentre le parole escono spezzate dalle nostre bocche. Parafrasando le parole dei nostri fratelli e sorelle d’oltremare: “Non ci servono film, piangiamo già per conto nostro”

 

La Gioventù che soffre

COLPIAMOLI A CASA LORO!!!Treviso: Attaccata sede della Lega (12/08/2018)

Che stia finendo la pacchia anche alla Lega e al suo seguito di “ingordi” di odio?

È solo l’inizio, in un’epoca di silenzio e indifferenza  la deflagrazione ci ha svegliato più pronti che mai a lottare con tutti i mezzi in nostro possesso contro la democrazia da Terzo Reich.

Un saluto complice alla Cellula Cellula Haris Hatzimihelakis/Internazionale nera (1881-2018)

COLPIAMOLI A CASA LORO!!!!

Stanchi di tacere, stanchi di vedere ogni giorno violenze sistematica tramite il razzismo, il sessismo, il lavoro salariato che avvengono in questa società, i cui essenziali valori sono l’autorità e il profitto. Nauseati dallo sfruttamento vediamo come principali responsabili tutti i partiti politici i quali reprimono la libertà tramite l’apparato statale, riformatore e repressivo (TV, mass-media, associazioni, esercito, protezione civile, ecc). Lo stato ed il capitale sono i più grandi criminali, infrangono persino le loro leggi rubano sotto forma di tasse, uccidono tramite la guerra e il lavoro salariato, i respingimenti in mare e nei lager per immigrati in Europa ed Africa, contaminano irreversibilmente l’uomo, gli animali ed il pianeta terra, tutto per il loro profitto e potere.

Non dimentichiamo la complicità ipocrita di questa società composta da cittadini che fingono di non vedere gli orrori del razzismo, del nazionalismo di oggi e di ieri. Questa accettazione è il pilastro del totalitarismo e della democrazia: L’autorità che si fonda sull’indifferenza, la paura, l’apatia, nel tempo ha potuto creare i Gulag, i campi di concentramento nazisti, ed oggi quelli in Libia o sotto casa nostra. E’ una storia che si ripete.

12/08/2018
All’alba, la sede della Lega a Treviso, stata attaccata con 1 ordigno, rivendichiamo la collocazione contro politici, sbirri, e loro tirapiedi. A tutto questo non vogliamo essere complici, alla violenza indiscriminata degli Stati ci opporremo con la violenza discriminata contro i responsabili di tutto ciò. La quasi totale pacificazione in Italia, dove le masse sono occupate a farsi la guerra fra poveri, uno dei nostri obiettivi è opporci alla rassegnazione, all’impotenza ed all’immobilismo. Lo Stato ed il capitale utilizzano tutte le tecniche e le violenze per distogliere l’attenzione dai veri problemi degli sfruttati e primo tra tutti l’odio tra i più deboli e diseredati, tra una frontiera ed un’altra, tra un genere un altro, tra un colore della pelle ed un altro. Va da sé che nessuna fazione di insignificanti politici autoritari sarebbe mai in grado di soddisfare i nostri desideri. State parlando di governo “giallo –verde”, di sinistra e di destra, noi vogliamo che lo stato sia distrutto. State promettendo aumenti di stipendio, tasse ridotte, posti di lavoro, noi vogliamo l’eliminazione del denaro, della merce e del lavoro. State combattendo per migliori condizioni del governo, ma noi vogliamo solo divertirci sulle rovine fiammeggianti delle vostre città. Voi fate politica, noi la guerra sociale. Le cose sono difficili, c’è un abisso esistenziale tra noi e non c’è spazio per il dialogo. Quindi tutto questo ci rende chiaro dove colpire! Attaccare nello specifico il razzismo e lo sfruttamento. Colpire lo stato, il capitale i suoi responsabili. L’azione diretta ci rende chiaro perché e come.

Per una solidarietà internazionalista, ribelle, Anarchica!
Per un mondo senza frontiere, autorità!

Salutiamo con questa azione l’invito lanciato dai compagni “cellula Santiago Maldonado” che hanno proposto di rafforzare gli attacchi alla pace dei rappresentanti e complici del dominio.
Salutiamo ogni individualità e cellula Anarchica che continua a propagare la fiamma attraverso l’azione, qui e ora!

“Oggi siamo noi a prendere in mano la fiaccola dell’anarchia, domani sarà qualcun altro. Purché non si spenga!“[1]

Solidarietà a tutte/i le/i prigioniere/i, Tamara Sol, Juan Aliste, Juan Flores, Freddy, Marcelo, J.Gan, Marius Mason, Meyer-falk, Dinos Yatzoglou, Lisa Dorfer, i membri delle CCF e Lotta Rivoluzionaria.
Agli Anarchici di Firenze, Torino, Napoli, Cagliari, Cile, Russia, Germania, Polonia, dell’operazione scripta manent.
E a tutte/i le/i ribelli rinchiuse/i nelle patrie galere nel mondo!

Cellula Haris Hatzimihelakis/Internazionale nera (1881-2018)