Il 10 aprile si è svolta a Roma l’assemblea contro il 41 bis, in sostegno ad Alfredo Cospito.
Qui riportiamo la traccia di un intervento di un caro compagno che vi ha preso parte.
La mobilitazione contro il 41bis e a sostegno di Alfredo Cospito non è soltanto un atto doveroso di solidarietà nei confronti di un compagno che si trova da molti anni nelle mani dello Stato, in condizioni inumane e nella privazione dei più elementari bisogni (leggere, condividere spazi di libertà, godere di
contatti fisici con le persone amate, etc).
Battersi contro il 41bis, da una prospettiva rivoluzionaria, significa anzitutto porre l’accento sulla necessità
della distruzione di una società caratterizzata dalla divisione in classi, dal dominio del Capitale e delle sue
propaggini repressive nei confronti di chi non si allinea, nei confronti di chi non piega la testa di fronte al potere, nei confronti dei più deboli, nei confronti di chi intende rompere il patto sociale imposto dal
Leviatano, per opporre ad esso la guerra sociale tesa alla realizzazione di un mondo nuovo.
Il carcere è da sempre, per sua natura, strumento di potere. La società del controllo utilizza tutti gli
strumenti repressivi (e burocratici) a propria disposizione per tacitare il dissenso. Il 41bis (e le altre misure
di Alta Sicurezza meno “stringenti” e quindi ben tollerate dalla borghesia illuminata che funge da utile idiota del potere) non rappresenta altro che la forma più lampante, più smaccata di tale sistema.
Per questo, il 41bis inorridisce anche gli intellettuali di “sinistra”, che si sperticano per chiedere nei confronti di Alfredo un carcere più “giusto”, misure più “umane”, metodi più “accettabili”. E’ proprio questa
la logica che dobbiamo rifuggire, mentre manifestiamo la nostra rabbia ed il nostro amore per la libertà.
Non esiste un “bel carcere”, non esiste nella società divisa in classi una forma di repressione sostenibile.
Certamente, qualsiasi elemento di allentamento dei gangli dello Stato nei confronti di Alfredo e di chi vive
una condizione di privazione permanente della propria libertà rappresenterebbe un piccolo spiraglio di luce
nella condizione d’invivibilità propria della carcerazione. Ma non ci accontenteremo di questo.
Il carcere stesso, anche nelle sue forme meno radicali del 41bis, attraverso la legislazione premiale ed
attraverso strumenti piccoli e grandi di cancellazione dell’identità dell’individuo riproduce al proprio
interno la logica di sopraffazione del dissenso. Per lavorare, è necessario riconoscere l’autorità. Per
ottenere colloqui, per ottenere libri, per ottenere cibo o piccoli oggetti di uso quotidiano, è sempre
necessario passare attraverso l’autorità.
L’autorità: proprio ciò che la rivoluzione intende distruggere. Nella società, nel carcere ed all’interno dello
stesso “movimento”, disarticolando l’idea che di tale principio s’impossessino piccoli leaders autoproclamatisi tali. E la cosa buffa è che la motivazione formale che sta dietro alla decisione del 41bis per
Alfredo Cospito sta proprio il riconoscimento di Alfredo come presunto “capo e organizzatore” di gruppi
terroristici.
Capo? Organizzatore? Che ridicolo paradosso, applicato nei confronti di chi – nella prassi e poi attraverso i
suoi scritti dal carcere – ha sempre espresso il rifiuto più netto possibile verso atteggiamenti leaderistici rivendicando piuttosto il libero esercizio della pratica rivoluzionaria al di fuori di qualsivoglia dinamica d’organizzazione verticistica.
Lo Stato, questo lo sa bene. Soltanto, necessita d’appigli formali per esercitare nelle forme più estreme il
proprio dominio. Tramite il 41bis, l’obiettivo del potere è quello di terrorizzare gli anarchici, i comunisti
rivoluzionari, i “diversi” che non si adeguano al riconoscimento dei principi d’autorità intorno ai quali si
regge il sistema capitalistico.
Mentre ci mobilitiamo per Alfredo, piangiamo la morte di due compagni che hanno dato la vita nella lotta
per la libertà. Ma la morte è insita nel regno del Capitale, cui contrapponiamo la vita attraverso la gioia rivoluzionaria. Sara e Sandro si sono opposti alla logica dell’annullamento dell’individuo rappresentato con evidenza dal carcere. Nell’opporsi al sistema, sono caduti. Così come Alfredo, nel praticare con l’azione diretta le istanze di libertà, ha perso la propria libertà formale.Chi ha partecipato al funerale di Sara ha percepito tutta l’ostilità che il Capitale ha espresso nei nostri confronti anche in un momento di riflessione e di dolore come quello. Un drone, telecamere, una strada militarizzata ed una presenza palpabile di forze di polizia. Ed ancora peggio poche ore più tardi, al cimitero. Poi, il fermo di 91 compagni e compagne la domenica mattina, in applicazione delle norme di restrizione delle libertà inasprite dal governo in carica. Oltre 10 ore di fermo, fogli di via e identificazioni. Per aver espresso solidarietà a due morti. A tanto, può arrivare il regime del terrore. Anche qui, una certa stampa democratica ed una certa sociologia hanno espresso sdegno, riprovazione. Perché il potere, secondo le anime belle del riformismo, non deve mai mostrare il proprio volto più cupo. Ricordo un vecchio politico che parlava di “capitalismo buono” e “capitalismo cattivo”. Ma la storia della società divisa in classi è essa stessa storia di divisione insanabile tra riforme e rivoluzione. Gli stessi che vogliono un capitalismo “buono” sono quelli che vogliono un carcere riformato, che vogliono consentire la partecipazione ad un funerale. Ma tutto ciò deve avvenire entro l’alveo di ciò che sia “democraticamente” accettabile. Insomma, niente di nuovo sotto il sole, un po’come la “guerra giusta” di Blair, di Obama e di Massimo D’Alema. Non ho altro da aggiungere, se non il mio auspicio alla costruzione di una mobilitazione che mostri la propria forza vitale oggi e nel tempo che verrà. Gridiamo con rabbia e con amore il nostro NO al 41bis, alle carceri di massima sicurezza, alle carceri in generale, al Capitale ed a tutte le sue forme di dominio e di controllo che sperimentiamo quotidianamente anche mentre respiriamo l’aria del mondo cosiddetto libero. Non esistono riforme possibili, non esiste un gradualismo che conduca progressivamente alla società senza classi. La forza della prospettiva rivoluzionaria sta proprio nella sua capacità di mettere in luce tutte le contraddizioni del sistema; contraddizioni che spesso avvolgono le nostre stesse esistenze e che si palesano sotto forma di catene più o meno visibili.
Con Sara e Sandro nel cuore. Con tutti i compagni e le compagne caduti nella lotta per la libertà. Con Alfredo Cospito e con tutti coloro che pagano a caro prezzo il non abbassare la testa di fronte al potere.
Viva la rivoluzione, viva la Libertà.
Un vecchio compagno.

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