Posts by thehole

Udine, 17.3.16, Contro il femminismo

 

https://alcunianarchiciudinesi.noblogs.org/post/2016/03/18/udine-17-3-16-contro-il-femminismo/

femminismoUdine, giovedì 17 marzo 2016

Cattiva, frusta, cattiva, sessista!
Questa fotografia è sessista? Che cosa c’è di sessista in questa immagine? E poi, noi siamo prima di tutto anti-sessisti o anti-autoritari? Perché nel primo caso urlare, starnazzare e zittire chiunque ti capiti a tiro sarebbe il più onorevole dei comportamenti, e noi cosa ci staremmo qui a crucciare e a spremere le meningi su come buttare nero su bianco lo schifo che proviamo per gli habita mentali movimentisti, assodati e indiscutibili? Nel secondo caso, invece, se l’anti-sessismo divenisse autoritario sarebbe semplicemente da accantonare e lasciare bello che intero e pronto per la prossima abbuffata di femminismo alle suore laiche dell’ultima religione che mi dice che cosa devo fare con il mio cazzo o con la mia figa. Ops, volevo dire con la mia clitoride, la figa è peccaminosa1.
A tutti questi dogmi sessuofobi, volti, nonostante tutti i proclami del caso, a normare il sesso, preferiamo stare dalla parte di chi impiega il suo corpo come meglio crede (ci viene in mente un articolo di una donna, anti-sessista, attaccata da un gruppo di femministe perché si dilettava di pratiche B.D.S.M., immaginiamo non come mistress o sarebbe andato tutto bene). E chi domina e chi è sottomesso lo decidiamo noi, non i cromosomi, il patriarcato, né le femministe. E dal momento che lo decidiamo, è un atto libero. Gli unici legislatori sono cattolici e femministe.
Dominique Karamazov, in Miseria del femminismo, scriveva: «Che si sia contro il fallocratismo, sì, ma perché si è contro il potere e per il fallo»2.

Dalla categoria-prigione del Dominio alla categoria-prigione del Movimento
Per gli amanti del genere, scusate il giuoco di parole, precisiamo, dopo questa breve introduzione, che chi scrive sono un uomo e una donna… ops, pardon, una donna e un uomo. Non che noi crediamo nei generi, sia chiaro, cioè nell’identificazione con essi. Vi è una differenza sostanziale fra l’ontologia e una descrizione. “Maschile” e “femminile” sono aggettivi di descrizione. Ma l’ontologia è un’altra cosa, è individuale e ce la creiamo noi. Non se ne voglia il sig. Movimento, ma è affar nostro e di nessun altro.
Il femminismo è anti-individualista. Nega, esplicitamente o implicitamente, quindi conseguentemente, l’individuo, l’io, l’unico, per impacchettarlo per bene in una delle categoria del collettivismo. Così come il Dominio, il patriarcato per es., ragiona in termini di categorie standardizzate e preconfezionate, l’uomo forte, il pater familias, e stronzate del genere, così il sig. Movimento, nel suo porsi come un dominio alternativo al dominio esistente, anziché come sua negazione e negazione di ogni possibile dominio, cioè di ogni possibile società, ricrea le sue categorie e i suoi ruoli. Ma non credendo noi in sistemi migliori, rigettiamo ogni categoria in cui l’unico possa essere preso in considerazione per un qualsiasi suo mero aspetto, che si volge in totalità ontologica, anziché per il suo semplice sé, perché l’unico demiurgo che ci può definire è l’io stesso.
Il femminismo e l’individualismo sono per noi quindi incompatibili, perché il primo crea un collettivismo di genere e il secondo distrugge ogni insieme imposto e annichilente l’io.
Si farà riferimento in questo breve scritto al già citato testo Miseria del femminismo di D. Karamazov3, di cui si condividono certi aspetti e altri no (per es., certe sue derive analitiche psicologiste – cfr. p. e. il riferimento4 al dott. Sigismund Schlomo Freud, detto Sigmund – dunque deterministiche, dunque incompatibili con qualsivoglia sogno di libertà, e il suo comunismo, che porta l’autore, pardon l’autor*, di quel trattato a scrivere menzogne come «Il comunismo non porterà regole e tabù che manterranno uomini e donne in un campo ristretto»5, perché è comunque una critica molto lucida, in particolare dal punto di vista del rapporto tra anti-capitalismo e femminismo. Inoltre noi qui ci addentriamo in altre critiche a cui D. Karamazov e la sua ideologia comunista non possono arrivare, cioè l’attacco al femminismo in quanto ismo collettivista.

Moralismo, neolingua, culi e asterischi
Il femminismo è proprio in tutto e per tutto una religione. “Vaffanculo”, “fottiti”, “bastardo” sono parole sessiste, ma entrate ormai da tempo nel linguaggio comune. Quindi è inutile stare troppo a cagare il cazzo (chiediamo venia) su certa terminologia, sulla struttura della lingua, con ipocrita e inutile puntigliosità. Con questo non stiamo dicendo sia inutile una riflessione sulle parole, ma stiamo criticando l’impiego di una neolingua di Movimento che pensa che un asterisco o una x piazzati qua e là ci liberino dal male (amen). La stessa attenzione poi non si applica a tutti gli ambiti del parlato, non si applica per es. l’anti-specismo alla lingua con lo stesso moralismo da caccia alle streghe con cui si fa per l’anti-sessismo. Quindi le femmine umane sono più importanti degli animali non umani, ricreando così una gerarchia.

Femminismo sessista e separatismo
Un capitolo a parte si apre sulla questione del separatismo che manteniene inalterato il sistema delle rette parallele, che non si incontrano mai, di due generi soltanto, maschile e femminile. Un transessuale non può essere ammesso in una congrega femminile? Non è forse sessista un tale atteggiamento? E poi, sarebbe sessista firmare un comunicato come “Uomini No T.A.V.” o “Papà No T.A.V.” o quanto meno risulterebbe strano, no? Perché al femminile invece è concesso (ripescando dalla magica borsa di Mary Poppins il tanto deprecato ruolo patriarcale di madri)? Forse che un data nocività guasta più alle donne che agli uomini?

Riduzionismo politico
La compagna Annalisa Medeot, parlando del femminismo, lo definisce «un’altra occasione mancata»6 e osserva «la sua parzialità, […] la sua incapacità di sognare»7.
Uno dei più grandi problemi degli ambienti anarchici al giorno d’oggi è il vivere la lotta a compartimenti stagni, con un atteggiamento analogo a quello del riduzionismo scientifico. Tutte lotte separate, femministe, animaliste, ambientaliste, operaiste… I risultati? Oggi siamo No T.A.V. e amici di politici e magistrati. Domani siamo contro i giudici perché, non capiamo come, ci hanno traditi e continuano a fare il loro lavoro. Quando rincorrevano Berlusconi però ci piacevano tanto. Dopodomani invece facciamo propaganda anti-elettorale, anzi no, aspetta, c’è un referendum, aspettiamo ancora un po’. Viva la democrazia diretta!
Il riduzionismo politico, non che della politica ci importi qualcosa, è deleterio. Il Dominio è uno e contro tutte le sue ramificazioni bisogna combattere. Il centro non esiste.

Vittorie del femminismo o del capitalismo?
Il femminsimo (certo ve ne sono di diversi, quello anarco, quello eco, etc. etc.) ha fino a oggi per lo più elemosinato e ottenuto diritti, libertà civili, carotine, sindacalismi, croccantini, giocando sempre nel pietoso ruolo della vittima. E così il cosiddetto Stato-capitale si è tinteggiato di nuovo, politicamente corretto. Evviva il rivendicazionismo! Evviva il riformismo! Evviva lo Stato!
I mutamenti della società sono mutamenti della galera, quindi non ci sarebbe proprio nulla da festeggiare. “Guarda, che bello!, adesso anche le donne hanno il diritto di stare in galera! Abbiamo vinto, le donne hanno diritto agli stessi tre metri per due come il maschiaccio cattivo, cattivo in cella! No al patriarcato, sì ai lavori forzati anche per le donne!”. Ve le immaginate delle stronzate del genere? Eppure se chiami la prigione “società” allora tutte queste assurde proposizioni divengono rivendicazioni nobili e giuste.
Ma passiamo oltre. Non solo quelle che vengono presentate come vittorie del femminismo sono fallimenti per la libertà dell’unico, ma non sono nemmeno vittorie del femminismo, bensì mutamenti dei ruoli degli schiavi del capitale, non solo indirettamente (la questione della società-galera), ma proprio direttamente. Il capitale muta e quindi non vuole più la figura del patriarca della società agricola e vuole la donna lavoratrice. Sono operazioni del capitale, in cui il femminismo si illude di aver avuto voce in capitolo.
Scrive D. Karamazov: «Le donne cessano di essere madri per andare ad occuparsi dei bambini negli asili, nelle scuole, negli ospedali; cessano di essere spose per “assistere” come dattilografe, segretarie i piccoli pascià d’ufficio»8.
La semplice lotta al patriarcato, cioè la lotta femminista, è vana perché il nemico ha la capacità di rigenerarsi continuamente. Che cosa si è ottenuto? Che anziché essere la famiglia il luogo centrale in cui inculcare l’idea dell’autorità al bambino, ora lo è la scuola, molto più efficace, centralizzata (una persona ha volta per volta 20-30 bambini a portata di mano anziché 1-2) e direttamente controllata dallo Stato o dalla Chiesa (anche tutta la questione della scuola pubblica da preferirsi alla privata, per i gusti del sig. Movimento, è una stronzata: non c’è alcuna differenza tra Stato e (Stato della) Chiesa). «Questa realtà continua il suo corso nella scuola»9.
«Ma, in secondo luogo, il femminismo come resistenza al movimento del capitale è anche la rivendicazione di ciò che denuncia»10.
«Il femminismo si nutre delle resistenze suscitate dal movimento di eguaglianza capitalistica della donna»11.
Ci si trova poi a dei bivii pensando alla stregua degli operaisti e delle femministe: è meglio un uomo operaio o una donna padrona o addirittura nobile? Ci viene in mente l’anarco-femminista Emma Goldman che condannò il regicidio di Sissi a opera del compagno Luigi Lucheni, non per il pacifismo con cui l’anarco-comunista organizzatore Errico Malatesta disdegnava gli atti di rivolta violenta individuale, ma perché l’imperatrice era una donna.

Il genere non mi rappresenta niente
Oh dio cromosama, ora pro nobis. Ma chi cazzo sono i cromosi X e Y? Che cosa vogliono dalla nostra vita? E che c’è?, una gerarchia dei cromosomi? Quello che decide se abbiamo l’uccello è più importante di quello che ci dà gli occhi azzurri? E allora la possiamo smettere di rinunciare a disegnare la propria ontologia liberamente? Oppure continuiamo a credere di essere “donne”, “uomini” e quantaltro fantasia, scienza, progresso, tecnologia e civilizzazione mi possano fornire. Perché se noi non siamo il nostro naso, i nostri capelli, etc., allora non siamo nemmeno il nostro cazzo. Siamo individui, non un genere.
Il femminismo «[…] rivela la sua essenza: gelosia e competizione con gli uomini – o piuttosto rivela un’immagine caricaturale degli uomini»1.
Certo, tutto influisce, ma nulla determina.

Omni-stupro
«Assimilando allo stupro il rimorchiare, la proposta sessuale o lo sguardo “che spoglia”, si denuncia una situazione in cui la donna è ridotta ad un oggetto di consumo. Ma in verità è il fatto stesso di desiderare che viene attaccato. Il problema della donna è ridotto a quello di non essere importunata; in tal modo i suoi desideri o le sue reazioni – eventualmente negative – al desiderio dell’altro sono negate»13.
«La forza della donna, il suo potere, è la possibilità di rifiutarsi, di non “lasciarsi fottere”. Da questo a sottrarsi come oggetto di desiderio, a degradarlo e a colpevolizzarlo in ciò che concerne i suoi istinti sessuali, e dunque nel suo bisogno della donna, non vi è che un passo e una rivincita. “In ogni uomo sonnecchia un porco”, è abbastanza noto. Questa reazione si trasferisce oggi nella politica»14.
Il femminismo giunse a invocare il carcere e la repressione per gli stupratori. «Ignobile quanto lo stupro è il fatto che individui, specialmente giovani, siano condannati ad anni di prigione, a pene che vanno dai 5 ai 10 anni. Lo stupro arriva ad essere punito più duramente del delitto passionale»15.

Civilizzazione e femminismo
La lotta per i diritti delle donne è una lotta tutta interna alla civilizzazione. Ted Kaczynski, in una lettera a un’anarchia turca, così si esprime: «Così, anche se il movimento degli anarchici verdi (GA) domanda di rigettare civilizzazione e modernità, rimane schiavo di alcuni tra i più importanti valori della società moderna. […]. Per prima cosa parte delle energie di questo movimento sono deviate rispetto al reale obbiettivo rivoluzionario – eliminare la tecnologia moderna e la civilizzazione in generale – in favore di traguardi pseudo-rivoluzionari come […] il sessismo […]»16.
Avete mai visto accoppiarsi due gatti? La natura è veramente sessista.

Commiato
Speriamo di continuare a pensarla così o potremmo ridurci in stati veramente ridicoli: «Negli USA, una pittrice [femminista] ha aperto dei corsi di masturbazione per donne e si è convertita alla vendita degli strumenti adatti»17.
Detto questo, e con i sessisterrimi gatti sempre a mente, ci accomiatiamo con un pensiero feroce alla sessista natura che ha voluto l’osteoporosi più frequente nelle donne. Che cattiva e maschilista la natura. Meno male che stiamo distruggendo il mondo naturale. Molto meglio una gabbia di acciaio, cemento e politically correct.

Due anarchici, un uomo e una donna
(per gli amanti di queste quisquilie – in particolare nel senso latino del termine)

1. C. LONZI, Sputiamo su Hegel.
2. D. KARAMAZOV, Miseria del femminismo, Edizioni Anarchismo, Trieste 2009 (1978), p. 61.
3. Ibid., p. 75.
4. Ibid., p. 60.
5. Ibid., pp. 75, 76.
6. A. MEDEOT, Nota introduttiva, in D. KARAMAZOV, op. cit., p. 7.
7. Ibid., p. 7.
8. D. KARAMAZOV, op. cit., pp. 71, 72.
9. Ibid., p. 69.
10. Ibid., p. 66.
11. Ibid., p. 63.
12. Ibid., p. 66.
13. Ibid., pp. 47, 48.
14. Ibid., p. 43.
15. Ibid., p. 32.
16. T. KACZYNSKI, Lettera ad un’anarchica turca, in «Croce Nera Anarchica», n. 2, p. 39.
17. D. KARAMAZOV, op. cit., p. 54.

Anti-Noi

corvo

Ogniqualvolta mi trovo ad affrontare riflessioni, a cercare di risolvere problemi, a confrontarmi con la realtà dei fatti, mi si para sempre di fronte quello che ritengo sia uno dei mali più subdoli che possa colpire l’essere umano, inteso come animale sociale e culturale. L’annullamento dell’Io. O meglio, la liquefazione dell’Io all’interno di un Noi anonimo e dai confini melliflui e indistinti. Lungi da me fare della psicanalisi, non solo non ne possiedo gli strumenti, ma non ritengo sia necessario farlo. Per descrivere questo fenomeno, basta l’osservazione attenta di una realtà che ci sta sotto gli occhi per la gran parte del tempo che impieghiamo confrontandoci con gli altri, dal rapporto di coppia fino a questioni più complesse e socialmente rilevanti. 
Il Noi è senza dubbio affascinante, ma è un concetto talmente pervasivo e pericoloso da fare paura. Viene usato per descrivere gruppi umani che decidono “spontaneamente” di unirsi e trarre forza vicendevolmente, per sostenere azioni e battaglie condivisibili o per sottolineare l’amore incondizionato tra due o più persone. Se ci si ferma all’epidermide della questione, il Noi risulta virtualmente inattaccabile, è un gesto d’amore generoso che fa si che l’Io si fonda placidamente in questo tutto, traendone in cambio forza e solidarietà reciproca. Il Noi è forte, l’Io da solo è piccolo e debole. Quantitativamente ineccepibile.
Ma.
C’è sempre un ma.
Il Noi è totalitario, il Noi richiede in maniera ontologica l’annullamento dell’Io. Tante singolarità che rinunciano alle loro peculiarità, alle loro libertà individuali e sociali per conformarsi in una massa amorfa, una coppia, una famiglia, un’associazione, un partito. Un luogo dove “si rema tutti dalla stessa parte”, dove il dissenso non è consentito,  o meglio, può essere praticato all’interno del Noi, ma poi verso l’esterno si agisce tutti insieme verso un fine comune, senza esitazioni, senza dubbi. I dubbi fanno parte dell’Io, le certezze del Noi. 
Come può funzionare un rapporto a due, se si rinuncia a sé stessi per creare questa specie di essere amorfo che è il Noi? Che poi nella quasi totalità dei casi, diventa un rapporto non più paritario, in quanto uno dei due sarà sempre più forte dell’altro, con idee più chiare, con capacità di controllo e di indirizzamento più subdole. In questo caso quindi, il Noi addirittura non esiste; siamo di fronte a un Io più forte che esercita potere sull’Io più debole. Questo è tanto più vero con il crescere dei soggetti coinvolti in un rapporto. Pensiamo ad un partito o addirittura alla stessa società statale. Ci verrà in mente una sorta di blob di persone senza contorno definito che si muove pecorescamente nella direzione indicata da qualche Io più forte che sta gerarchicamente sopra di loro. Alcune individualità più marcate di altre magari dissentiranno, rimarranno portatrici di un pensiero formalmente indipendente, ma si muoveranno comunque dalla stessa parte, perché l’urto di una tale massa di non individui genererà comunque una sorta di piccola gravità alla quale si rimarrà agganciati.
E’ una questione culturale, l’essere umano – lo dicevo prima – è animale sociale e culturale. Ed allora è giusto mettere in evidenza queste due peculiarità imprescindibili. L’ascetismo è per pochi; è una pratica estrema, a volte pure apprezzabile, ma che quasi nessuno riesce davvero a praticare. Abbiamo bisogno di socialità. Ma tutto questo senza annullarci. Con identiche motivazioni, abbiamo bisogno di confrontarci culturalmente; e quando dico culturalmente, non voglio certo dire che bisogna fare a gara per ostentare nozioni e saperi, tutt’altro. Abbiamo bisogno che ognuno di noi, ogni singolo Io metta a disposizione i propri pensieri e le proprie idee, abbia bisogno di stimoli e confronti con ciò che è diverso, ognuno ha bisogno di fare le proprie lotte ed il proprio percorso. E se su questo percorso si troveranno altri individui che ne vogliano condividere una parte, tanto meglio. Ma, per la salvaguardia della diversità e del pensiero critico, è necessario non fondersi in un Noi livellante verso il basso. Parrà una questione semantica, ma non è così. Noi non è uguale a Io+Io+Io+Io…. Noi è un calderone che annichilisce l’Io, lo semplifica fini ai minimi termini perché ha la necessità di trovare un minimo comune denominatore unificante, fa perdere i confini e il limite dell’individuo. E mi pare di poter dire che l’unico modo per definire una persona, anche fisicamente, sia tracciarne il proprio limite. Ognuno di noi ha un limite che lo definisce, un limite mobile, in continua evoluzione, mai statico. Ma esiste. L’illimitato non esiste, sarebbe l’ammissione dell’esistenza di Dio. Se questo limite viene meno, perché sento la necessità di fondermi in un insieme amorfo, perdo le peculiarità di individuo e divento massa. 
Per questo motivo io mi sento incrollabilmente individualista. Perché sono conscio dei miei limiti e questo mi rende definito e voglioso di socializzare culturalmente con altre persone consapevoli dei loro, senza sentire la necessità di rinunciare a ciò che mi caratterizza. Io le mie idee le porto avanti, le difendo, a volte arrivo perfino a cambiarle, ma non rinuncio ad averle in nome di una forza collettiva che in realtà è debolezza congenita ed asservita. Un’idea non è forte quando è condivisa acriticamente, ma quando esce rafforzata e vittoriosa da una battaglia con altre idee. Questo può succedere solo in presenza di tanti Io pensanti, non certo di un Noi degradante. Viva i tanti Io quindi, e morte al Noi.

Luca Filisetti

Udine, 13.3.16, Un consenso per mangiare, per favore

universo

https://alcunianarchiciudinesi.noblogs.org/post/2016/03/13/un-consenso-per-mangiare-per-favore/

Udine, domenica 13 marzo 2016

A differenza di quanto pensa il questore di Udine, non c’è niente di male nel chiedere l’elemosina fuori da un supermercato. Anche se è molto più divertente derubarlo o, meglio ancora, rapinarlo. Divertente… Scusate, la militanza è roba seria.
Ci dovrebbe però essere quella cosa, chiamata “dignità”, chi era costei?, che ponga un freno all’elemosinare. Ci sono infatti cose davvero deplorevoli da elemosinare, come i diritti e il consenso.
Circa i primi non ho molto da dire in questa sede: sono il riconoscimento più pietoso dello Stato. E questo è quanto.
Circa il secondo, ahimè, c’è molto da dire. Da dire, sì. Perché è della parola che è d’uopo trattare. La parola, questa svalutata. Si è così presi dal fare-fare-fare, sfogliando con trepidazione il calendario di Movimento – che è come quello di Padre Pio, solo che al posto dei santi ci sono per lo più i vari appuntamenti con la ricerca spasmodica del consenso –, che si agisce senza pensare (preferisco sperare, o sarebbe, anzi è, tutto ancora più tragico), giungendo addirittura a disprezzare chi critica e scrive. Come se ci potesse essere prassi anarchica senza almeno un minimo di teoria anarchica. Siamo così spaventati dal filosofare che ci riduciamo a non pensare nemmeno a quali siano gli obiettivi, i mezzi consoni per tentare il loro conseguimento, chi siano i nemici… E così un giorno ci si ritrova con magistrati e politici, fianco a fianco, a chiedere per favore allo Stato di non costruire una data grande opera (per non sprecare danaro pubblico che si potrebbe impiegare per costruire opere utili come i tribunali, sia chiaro, cosa pensavate?), il giorno dopo a un presidio fuori da un tribunale per un compagno in carcere e il giorno dopo ancora a fare propaganda anti-elettorale, senza sentirsi addosso nemmeno un pochino di quel puzzo di ipocrisia che sarebbe auspicabile.
Quindi è forse proprio della parola, del parlare, che bisogna dire, perché una volta chiariti veramente mezzi e fini la prassi anarchica dovrebbe conseguirne, essendo la concretizzazione distruttiva delle proprie negazioni teoriche. Ma questa è un’altra storia.
Del parlare, si diceva. Perché noto sempre più la costruzione e l’utilizzo di una neo-lingua di Movimento volta alla ricerca del consenso. Ogni dominio ha e produce le sue neo-lingue e tra le forze in campo oggi (tolti alcuni spiriti liberi che si dilettano ad amare e odiare, pensare e agire a modo loro), la tecnocrazia democratico-scientifica, i nazionalismi neo-fascisti, il fondamentalismo islamico e il sig. Movimento, anche quest’ultimo, seppure il più sfigatello e spompato rispetto alle altre autorità sue colleghe, vuole la sua neo-lingua.
Parlo di neo-lingua non perché debba essere necessariamente nuova o rinnovarsi continuamente (cosa che in effetti fa), ma principalmente per la sua funzione propagandistica autoritaria, ben descritta nelle pagine de L’ultimo uomo in Europa, come avrebbe voluto intitolarlo George Orwell, meglio noto come 1984. La neo-lingua veicola messaggi implicitamente, distorce il significato delle parole, inverte i sensi, il tutto per inculcare le proprie opinioni e ottenere consenso…
Ora, è su tre espressioni che vorrei soffermarmi in particolare: “terrorismo”, “azione diretta” e “forze dell’ordine”.
Circa la prima di queste già mi sono dilungato in Mentre gli anarchici piangevano gli sbirri, ma tornerò solo sui suoi aspetti essenziali. “Terroristico” è letteralmente uno o più atti e/o progettualità volte a “terrorizzare” qualcuno. Poi i codici di opinioni giuridiche italiane, spagnole, europee, ecc., possono agghindare il termine di tutto quello che vogliono, ma, a differenza di ciò che ha vittimisticamente scelto di fare il sig. Movimento, non è di questo che mi interessa parlare. Quindi qualunque atto di guerra di un sovversivo verso il dominio o del dominio verso un sovversivo è volto ad attaccarlo o, quanto meno, a fargli paura, quindi “terroristico”, sebbene voglia dire appunto tutto e niente. Attenzione, non è di leggi, di pene e di condanne, si reitera, che qui si sta parlando. Non riconoscendo lo Stato non mi preoccupo di leggi giuste, ingiuste, “esagerate e intollerabili” (perché ce ne sono anche di tollerabili?). Qui si sta parlando di parole e della paura, anzi, per restare in tema, del terrore, che chi dice di combattere lo Stato nutre invece per esse, per le definizioni che lo Stato, la legge, fornisce. E così non si contano più le omelie vittimistiche come “la lotta non è terrorismo” o “terrorista è lo Stato”, che vale a dire: “è lo Stato a essere un terrorista, non siamo noi, noi siamo buoni”. Sembra che la difesa legale sia diventata la retorica di Movimento.
Un’altra parola simpatica è “attentato”. Non credo di averla quasi mai letta su un sito di Movimento. Le si preferisce la più tranquilla “azione diretta”, che ormai vuol dire tutto e niente, dato che viene considerata, definita tale, “azione diretta” anche uno striscione. È tuttavia un’espressione bella, che si rifà alla storia degli anarchici e che rende bene l’idea dell’attacco senza intermediari, e non sto in alcun modo dicendo che non vada usata. Anzi, andrebbe semmai ripescata dalla palude di merda, in cui la si è gettata, e ripulita un po’. Il fuoco purifica. Ma non capisco perché anche il semplice “attentato” non vada bene. Forse perché, così come per “terrorismo”, gli si attribuisce implicitamente lo stesso valore che gli attribuisce lo Stato, ossia quello negativo? E non vogliamo essere i cattivi, giusto? Altrimenti che ci staremmo a fare noi con i nostri piagnistei ogni volta che uno sbirro o un magistrato fa il suo sporco lavoro (non che ce ne siano di puliti)?
E per finire questa veloce carrellata, un’altra perla è la frequente apparizione di “forze dell’ordine” spesso virgolettato nelle pagine dei comunicati del sempiterno Movimento. Questa è davvero meravigliosa. A quel che ne so io, ma forse mi sbaglio, le virgolette si usano in questo caso per ironizzare sul significato di una parola. Le forze dell’ordine quindi non sarebbero veramente forze dell’ordine. Ah, no? E allora che cosa sarebbero? Forze del disordine come altrettanto spesso si legge? E perché mai? Forse che quello dello Stato, della Chiesa e del capitale (in genere l’apparato tecno-scientifico non viene citato in questa sequenza perché ci piace tanto), che lo sbirro serve e difende, non è un ordine? È forse un disordine? Perché in tal caso il vero ordine è quello che vogliamo instaurare noi, vero?, dopo i gloriosi giorni in cui il Cristo redivivo scenderà di nuovo in Terra con una spada fiammeggiante in bocca e sconfiggerà le orde del male, anzi del disordine, portando finalmente a compimento la nostra tanto attesa (fra “lotte” sociali, cittadiniste, sindacaliste, operaiste, ambientaliste, animaliste, riduzioniste e mille altre cose da fare-fare-fare nella ricerca del consenso) Rivoluzione rosso-nera, o più rossa che nera? Oh, ma diciamolo allora! Diciamolo subito. O forse sono io che sono un po’ tocco che non l’avevo capito subito e tutti erano sempre stati così chiari e coerenti?
Grazie allora, vi lascio al vostro ordine, alla vostra neo-lingua e al vostro consenso. Perché nel mio cuore e nella mia mente, nel mio braccio e nella mia mano, ho troppo, troppo da amare e da odiare, da creare e da distruggere, per spendere un minuto di più a pensare all’ordine. A qualsiasi ordine.

PROCESSO NO TAV. CONSIDERAZIONI INATTUALI di Friederich Niciuno

PROBLEM

 

 

 

 

 

Sembra ormai giunto alla fine il processo sull’attacco al Compressore. A meno di improbabili sorprese in Cassazione, che per la verità si è già espressa più volte contro l’ipotesi di terrorismo, i vari tribunali hanno confermato una verità giudiziaria: attaccare un compressore non è terrorismo. Era quello che sostenevano i movimenti, che infatti cantano vittoria. Ma di quale vittoria parliamo?

In questi anni la lotta contro la TAV in Val Susa e altrove è andata via via scemando, a favore di un impegno sempre più sul piano della difesa giudiziaria e sempre meno capace di proposta offensiva. Non solo, la stessa vittoria giudiziaria, ammesso che di “vittoria” si possa parlare in un’aula di tribunale, è ben lungi dall’assolvere il movimento rivoluzionario dall’accusa di terrorismo: non si dice affatto che il terrorismo è la strage di “innocenti”. I giudici pongono piuttosto lo spartiacque sul colpire le persone o colpire le cose. E su questo, giudici e un pezzo di movimento, sono in preoccupante sintonia. Ed è sintonizzato sulle stesse onde anche Matteo Renzi, che dopo alcuni attaccati alla rete ferroviaria ha gettato acqua sul fuoco dichiarando che sono solo sabotaggi, non terrorismo.

Intanto, altri anarchici, come Alfredo e Nicola, che hanno sparato alle gambe ad un industriale ingegnere nucleare, sono stati, loro sì, condannati per terrorismo. Nonostante la loro azione sia stata tutt’altro che “pluridirezionale” come reciterebbe lo stesso codice penale. Quella era la gamba, nessun altro si sarebbe fatto male. La gamba destra per l’esattezza. Lo Stato è dotato di una invidiabile chiarezza che a volte a noi manca. Esiste una gerarchia fra le merci: produrre un compressore ha un certo costo per il Capitale, un costo in costante calo parallelamente allo sviluppo tecnologico; produrre un Adinolfi, un Biagi, un D’Antona ha un consto economico e sociale infinitamente maggiore. Di più, colpire un uomo che ha dedicato la vita a studiare il modo per sfruttarci meglio, che ha cercato di riportare il nucleare in Italia, o piuttosto che ha brillato fra le stelle della repressione, significa questo sì “terrorizzarne cento”. Quindi lo Stato ti punisce in maniera differente. Poi quando vuole lo Stato fa pure finta di essere scemo e ti punisce con lo stesso articolo del codice penale che usa per le stragi di fascisti e islamisti (art. 280, attentato terroristico) – ma questa è un’altra storia, perché in questo caso lo fa per infangare la guerriglia.

Qui non si tratta di fare una apologia pomposa e cazzodurista della violenza, quanto però di osservare i fatti pubblici con uno spirito minimamente critico. Incredibilmente invece una sorta di black out neurologico ha spento ogni spirito di osservazione, anche a compagni che in passato non sprecavano occasione per puntare il dito e giudicare il modo con cui gli altri si facevano la galera. Chi dissente è stato semplicemente oscurato.

E’ il caso dell’articolo di Alfredo Cospito Su “etica”, “sabotaggio” e “terrorismo” uscito nel numero 2 di Croce Nera Anarchica nell’estate del 2015 e semplicemente ignorato dal movimento NO TAV, dal movimento anarchico, da tutti. Un articolo che tra l’altro è stato scritto da una cella nella sezione speciale per anarchici nel carcere di Ferrara. Non per una sorta di feticismo del prigioniero, ma giusto per chiarire che non è lo sfogo di rete di un cyber-bullo. Non c’è stata una sola persona, fosse solo per attaccarlo, che si è degnato di rispondere ai problemi che Alfredo poneva in questo articolo. Come minimo mi sembra intellettualmente disonesto, visto i temi affrontati e la radicalità delle critiche.

Alfredo scriveva:

Possiamo dire senza enfasi, che il “movimento” ha assestato la sua ennesima vittoria. Non solo è riuscito a far digerire una versione annacquata, inoffensiva e piagnucolosa del sabotaggio ma contemporaneamente ha messo all’indice della sua “etica” superiore qualunque azione diretta violenta che vada oltre il colpire un compressore, con una molotov. Hanno vinto anche i tribunali riuscendo ad imporre limiti oltre i quali i bravi ragazzi non devono andare, se non vogliono incorrere in qualcosa di più di una sonora sculacciata.

A dirla tutta i tribunali più che vinto hanno stravinto riuscendo con la terroristica prospettiva di anni e anni di galera a fare in modo che fossero gli stessi compagni con le loro dichiarazioni a mettere i paletti oltre cui non andare. Possiamo quindi dire, sempre senza enfasi, che il “movimento” ha retto cogliendo a pieno i limiti che il potere voleva imporre, trasformando l’incendio del compressore in spettacolo, mediazione, politica, in un pieno e totale recupero del sabotaggio. Tutto quello che va oltre questa visione democraticamente accettata, non violenta del sabotaggio si fà, agli occhi di gente e giudici, terrorismo. Nicola ed io, che abbiamo sparato ad un uomo non limitandoci a distruggere delle cose, in quest’ottica siamo terroristi. Gli anarchici no tav con le loro dichiarazioni hanno avvallato di fatto questa visione, dandogli valore confermandola.

Chi, armi in pugno colpisce le persone per l’“etica” superiore di una parte grossa del “movimento” è terrorista.

 

A proposito di terrorismo Alfredo ricorda:

Chiunque conosca un po’ di storia dell’anarchia, sa bene che a volte gli anarchici hanno praticato il terrorismo, colpendo nel mucchio di una classe sociale, quella borghese, qualche volta anche in maniera indiscriminata.

 

Qui siamo molto prima di un eventuale dibattito sull’antigiuridismo. Il problema non è la difesa tecnica, il dire o far dire all’avvocato che l’imputato non ha colpito le persone ma solo le cose. Ma l’imposizione di “coordinate etiche”, il dire “oltre non si va”. Il dire “nessuno deve andare oltre”.

Io non uso gli stessi toni di Alfredo ma di fronte ad una dichiarazione del tipo “le armi da guerra appartengono agli stati e ai loro emulatori”, cosa abbiamo se non una evidente presa di distanze, in tribunale per giunta, rispetto a tutta la storia della lotta armata? Dai partigiani alle Brigate Rosse, da Alfredo e Nicola fino al Kurdistan, da Gaetano Bresci e Nestor Machkno, fino ad arrivare alla mitica e sempre osannata spagna del ’36 dove gli operai in armi autogestivano Barcellona e la Colonna Durruti marciava su Saragozza con (troppi pochi) fucili, bombe a mano, cannoni e pezzi di artiglieria, e anche qualche bombardamento aereo. La storia dell’anarchismo, di più la storia del movimento operaio in generale è storia di guerra sociale, di sfruttati in armi contro i loro oppressori.

Sei mesi dopo l’uscita dell’ultimo numero di Croce Nera, l’articolo di Alfredo trovava una sorprendente conferma, questa volta sì nelle aule di tribunale, ma in senso inverso. Infatti la condanna di Graziano è risultata essere la più alta in assoluto, sia fra suoi tre coimputati che anche con i primi quattro, se si considera il rito abbreviato.

Anche questa una notizia passata quasi silente, racchiusa in una news da agenzia di stampa, senza un minimo di riflessione, senza che ci fosse un solo compagno rompi scatole che provasse a fare delle domande. Graziano infatti è stato l’unico imputato che non ha fatto dichiarazioni in aula. Possibile che non ci sia nessuno a domandarsi: in quale altro processo della storia dell’antiterrorismo chi rivendica in aula prende meno di chi non lo fa? Nessuno che provasse a dire…forse Cospito aveva ragione…forse.

E non si può nemmeno dire di voler aspettare i 90 giorni come un consumato principe del foro. Perché è evidente che se chi ha taciuto, al contrario di ogni precedente storico, ha preso di più di chi ha rivendicato, che qualcosa non torna lo si può dire sin da subito. Almeno, proprio il minimo sindacale, si sarebbe potuto esprimere solidarietà a Graziano, dichiarare con un po’ di sana retorica che “non ci divideranno”, che si rigetta al mittente il tentativo di far passare Graziano come il “cattivo” e gli altri come “buoni”. Nemmeno questo si è scritto. Il silenzio tombale! Su Graziano, sull’articolo di Alfredo, in precedenza sulle posizioni di Alessio. Persone molto diverse tra di loro, come sono diversi dalle posizioni di chi scrive queste note, ma che in comune hanno il difetto di non essere “fedeli alla linea” del soviet di Venaus.

E passati questi famosi 90 giorni delle motivazioni sia chiaro sin da ora che non ci si potrà aggrappare magari a qualche nota di paraculismo giudiziario dell’estensore della sentenza che per non scrivere di aver fatto lo sconto a chi ha rivendicato magari citerà i precedenti penali, l’atteggiamento in aula e in carcere, ecc. Perché fino ad ora le stesse pene sono state date a tutti (quarantenni e ventenni, con precedenti diversi, che hanno partecipato e che non hanno partecipato a disordini in carcere), sarebbe solo una scusa del Giudice Estensore, non cerchiamo alibi.

Graziano ha preso di più non per ragioni giudiziarie (ad esempio la non ammissione di colpevolezza), ma politiche (un brigatista mica prende lo sconto quando rivendica!). Quali sono? Il fatto di non aver detto che lui le armi da guerra non le userebbe mai? Che lui non si sarebbe mai sognato di colpire delle persone? Non pretendiamo le risposte, ma almeno le domande qualcuno vuole farsele?

E’ evidente che qualcosa che non va c’è. Speriamo qualcuno o qualcuna abbia il coraggio di rifletterci su.

 

Friederich Niciuno

 

 

 

Progresso e illegalità

veg

 

 

 

 

 

 

 

 

 

tratto da: https://alcunianarchiciudinesi.noblogs.org/post/2016/03/07/progresso-e-tecnologia/

Il progresso ha portato l’umanità a vette mai raggiunte di conoscenza e capacità, per contro gettando le persone in abissi di miseria prima ignoti. Infatti, se come umanità siamo andati sulla Luna e siamo in grado di creare la vita in provetta, come persone non solo non siamo in alcun modo padroni della nostra esistenza, ma non siamo neanche in grado di comprendere appieno i meccanismi che regolano il funzionamento della società nella quale viviamo, incapaci di influenzarne l’andamento e quindi costretti a subirne passivamente ritmi e regole. Chi, infatti, potrebbe affermare di conoscere e comprendere tutti i retroscena dell’economia e della politica nazionale e mondiale ed il modo in cui essi si riflettono sulle nostre vite? Ed anche ammettendo di conoscere e comprendere appieno questi meccanismi, quale influenza possiamo avere in quanto individui su di essi?
Attraverso il progresso la società tecnologica procede verso la propria naturale evoluzione, ovvero verso un mondo sempre più efficiente.
È facile cadere nell’errore di identificare la tecnologia con i congegni sempre più evoluti che fanno via via la loro comparsa, come ad esempio il telefonino di ultima generazione o un computer particolarmente potente, ma questi sono soltanto manifestazioni della tecnologia. La tecnologia è un insieme di interazioni tra le diverse branche della scienza e tra le diverse istituzioni: la tecnologia è un vero e proprio ordinamento sociale.
Per progredire rapidamente la tecnologia ha bisogno di efficienza, ad esempio nello scambio di informazioni o nella raccolta di dati, ma al contempo man mano che progredisce essa scopre metodi e strumenti sempre nuovi per ottimizzare le energie. Dunque il progresso tecnologico si nutre e genera efficienza.
Qual è il ruolo dell’essere umano in una società ispirata all’efficienza? Una macchina per funzionare al meglio non ha bisogno di teste pensanti ma di ingranaggi docili. Il cittadino ideale di una simile società è una persona prevedibile, abitudinaria, senza distrazioni, pienamente calata nella propria routine, capace di soffocare le proprie aspirazioni in nome del bene comune. Sappiamo però che l’essere umano non può facilmente essere costretto entro questi ristretti limiti. Esistono delle forze, proprie di un essere umano, che lo spingono ad agire in maniera non prevedibile e non razionale. Queste forze sono i sentimenti, le emozioni, i desideri e le convinzioni, siano esse etiche, religiose o politiche: la rabbia, la paura, l’odio, l’amore, la tristezza, la gioia, ognuno per un motivo diverso possono influenzare negativamente la nostra concentrazione e la nostra dedizione nei confronti del ruolo assegnatoci nella società.
Dunque per far sì che l’essere umano diventi finalmente il perfetto ingranaggio di una macchina ben oliata i sentimenti, le emozioni e le convinzioni dovranno pian piano sbiadire fino a scomparire. I mezzi per raggiungere questo obiettivo non mancano e molti trovano già largo impiego, come la pubblicità, l’educazione, la propaganda, gli psicofarmaci o le droghe. Tuttavia trasformare gli esseri umani da animali sociali in atomi disgregati non è semplice. Prima è stata indebolita la fiducia in sé stessi e negli altri, dipingendo il mondo come un luogo minaccioso nel quale sentirsi sempre in pericolo, poi sono stati introdotti dei surrogati, qualcosa che sostituisse il rapporto con le altre persone e con ciò che ci circonda. E per chi nonostante tutto sentisse montare dentro l’ansia, la rabbia, la paura, lo stress, la noia o la disperazione per una vita piatta e priva di attrattiva, ci sono farmaci e droghe in abbondanza.
Una caratteristica umana a cui in particolare è stata dichiarata una guerra feroce è l’egoismo. Per funzionare bene come ingranaggio infatti una persona deve desiderare il bene comune, da anteporre a qualsiasi interesse personale. È necessario sacrificare i propri desideri e le proprie aspirazioni al bene superiore della società, in modo che questa possa prosperare. Essere definiti egoisti è infatti ritenuto generalmente offensivo e difficilmente le persone ammettono anche davanti a sé stesse di desiderare qualcosa solo per sé stesse.
Uno dei punti principali dell’efficienza è che essa richiede ordine, che viene imposto attraverso regole e leggi. Ma che valore possono avere regole e leggi se non vengono rispettate? È quindi indispensabile per la società tecnologica assicurarsi che le leggi che essa emana vengano osservate. Dobbiamo perciò aspettarci che progredendo essa diminuisca gradualmente la tolleranza nei confronti di ogni forma di illegalità e di devianza, mettendo in campo strumenti di controllo e repressione sempre più efficaci. Tuttavia questi strumenti per poter essere impiegati hanno bisogno di essere accettati dalla gente, ed a questo riguardo si sta opportunamente diffondendo una vera e propria ideologia della legalità, che ha trasformato le persone in onesti cittadini, forcaioli e spietati ne condannare qualunque tipo di reato.
Del resto in un mondo percepito come ostile e pericoloso le leggi, le regole e le restrizioni cessano di essere viste come limitazioni alla propria libertà e diventano sicure recinzioni all’interno delle quali sentirsi protetti.
Se dunque la tecnologia è anche e soprattutto un ordinamento sociale basato sull’ideologia dell’efficienza, e quindi dell’ordine e della legalità, potrebbe essere utile sviluppare e incentivare la contro-ideologia dell’illegalità. Da un lato supportare i contesti in cui le persone infrangono la legge, dall’altro contrastare le tesi legalitarie e cittadiniste che sempre più vanno prendendo piede, giustificando il crimine davanti alla gente, dimostrando che legalità non è sinonimo di giustizia ma negazione di libertà, con l’obiettivo di dissipare l’alone di tabù e di rifiuto che nell’epoca del lagalitarismo circonda qualsiasi attività che vada contro la legge.
Gettare, nei limiti del possibile, i semi del caos e dell’egoismo laddove dovrebbero regnare ordine ed abnegazione nei confronti del bene collettivo.
Infatti l’illegalità, e nello specifico quel tipo di illegalità che esula dall’ambito militante o politico, quel tipo di illegalità che scaturisce da un desiderio egoista di soddisfare le proprie necessità ed i propri capricci materiali, prima ancora di rappresentare una sfida all’ordine costituito ed alle sue regole è una messa in discussione della supremazia del bene collettivo sugli interessi personali.
Chi delinque è incompatibile con una società tesa all’efficienza proprio perché il criminale mette il proprio interesse al di sopra di quello della società.
Inoltre infrangere la legge taglia molti dei fili che normalmente ci legano: istruiti fin da piccoli a determinati schemi di comportamento, spesso incapaci di infrangerli più per la forza d’inerzia dell’abitudine e per la profondità con cui essi sono radicati in noi che per la reale paura delle ritorsioni legali, vederli cadere potrebbe aprirci gli occhi sulle infinite possibilità di interazione con la realtà che ci circonda.
Questo ovviamente non vuol dire che tutto ciò che è illegale sia per questo condivisibile o anche solo accettabile, anche perché nell’illegalità possono comunque replicarsi schemi autoritari o di dominio non dissimili da quelli che caratterizzano questa società, tuttavia l’illegalità, rappresentando un margine al di fuori del controllo totalitario che la società tecnologica aspira ad esercitare su ogni individuo ed ogni sua azione come su ogni risorsa, specialmente economica, è per essa una spina nel fianco, anche perché rappresenta una riserva di valori che la società tecnologica vorrebbe annientare, come il coraggio, la refrattarietà alla disciplina, la capacità di provvedere alle proprie necessità e via dicendo.
Non si abbatterà la società tecnologica praticando il crimine o spingendo le persone a delinquere, ma è certo uno strumento che crea smagliature nelle reti dell’ordine e del totalitarismo tecnologico, utile per sottrarre terreno all’ideologia dell’efficienza che si sta facendo strada nelle persone e nella società in generale lasciando dentro di noi solo aridi deserti di diritti e doveri.

Anonimo, Progresso e illegalità, in «Croce Nera Anarchica», n. 0, aprile 2014.

LO STAGNO MORTO E L’ACQUA FRESCA di Michele Fabiani

benzina

 

Sono convinto da tempo che il cosiddetto “movimento “, definizione di cui ho sempre poco compreso il significato, sia ridotto ormai ad uno stagno morto. Penso che non sarà dal “mondo dei compagni” politicizzati che potrà mai scaturire quel terremoto auspicabile per impensierire seriamente il sonno dei padroni.

Molti pesci nello stagno sono già stecchiti, altri sono emigrati o si sono rintanati. I più attivi passano il tempo a “beccarsi” a vicenda, puntualizzando, rispondendo e criticando gli altri. Il dibattito ruota su tematiche che capiscono solo gli addetti ai lavori. Sociale/anti-sociale; anonimato/rivendicazione; rivoluzione/rivolta, quando non trascende alla critica di quello che ci mangiamo a cena (vegan contro tutti) o al nostro modo di scrivere (i/e, x e altri neologismi antisessisti); ecc.

Quella che manca è una spinta propulsiva e distruttiva (per il nemico). Non sono un nemico della teoria: tutt’altro! Per certi aspetti sono un vero secchione (non uso il termine nerd perché poco internettaro e grande amante del profumo dei libri), un pervertito del dibattito, dell’analisi, dello studio. Siccome sono anarchico, penso però che la teoria debba essere sembra appiccicata alla pratica. Non nel senso che sono due binari paralleli, e nemmeno in senso di “danza” marxiana prassi-teoria-prassi; ma nel senso che Teoria/Pratica devono essere già unite.

Il dibattito però, e quindi anche l’azione (che è appunto la stessa cosa, oppure è accademia), dovrebbe occuparsi di cose, per così dire, interessanti – mi si perdonerà se sono un po’ antipatico.

Nell’anarchismo d’azione non c’è stata alcuna seria analisi su quella che viene generalmente considerata una delle più grandi crisi della storia del capitalismo. E se questo può sembrare troppo economicista, non c’è stato nemmeno alcuno studio degno di questo nome su quello che da sempre è il campo privilegiato dagli anarchici: la natura dello Stato e i mutamenti fondamentali che questa sta maturando.

E siccome pensiero e azione dovrebbero essere la stessa cosa per gli anarchici, anche l’azione risente di queste deficienze. Perché mentre il capitale era claudicante, noi non gli abbiamo fatto lo sgambetto; e mentre lo Stato si sta riformando noi non sappiamo individuare i gangli principali della sua nuova macchina, e annientarli.

 

Lo stato c’è. O ci fa?

Mentre i soliti giovani autonomi, ormai ottuagenari, da 40 anni ci scassano i coglioni sull’estinzione dello Stato, sull’Impero e su altre amenità, lo Stato ben lungi a morire è vivo e vegeto, anzi fa proprio quello che fanno gli organismi in buona salute: si rinnova e con un metabolismo di tutto rispetto.

Non che non ci sia una crisi delle istituzioni costituite, ma questa crisi viene gestista dall’organismo statale come una malattia della crescita, da curare e da cui uscire più forte. O almeno ci prova.

Lo Stato è anzitutto potere. Potere politico ed economico. Chi ha provato a rovesciare il secondo, senza distruggere il primo, ha finito per rinnovarli entrambi. Il potere è ovunque, nella famiglia e nelle assemblee, nei rapporti affettivi, ecc. E ovunque si forma del potere si rinnova lo Stato.

Lo Stato è potere, è vero. Ma non è semplice potere: lo Stato è potere organizzato. Lo Stato, quindi, è un organismo.

Mi hanno sempre fatto incazzare i leaderini di “movimento” (il Movimento, questa entità fantasmagorica! A differenza dello Stato!) che si mettevano a fare le pulci a chi usava la slogan “colpire il cuore dello Stato”; sostenendo che lo Stato è “diffuso”, è “ovunque” e non ha un cuore. Lo Stato, in quanto organismo vivente, ha un cuore, una testa, degli artigli e dei denti ben affilati. Lo Stato è diffuso ovunque, certo, anche nelle nostre case, ma è diffuso ovunque in una certa maniera, ha una organizzazione, è una macchina vivente. In quanto vivente ha dei punti deboli che sono mortali, ed altri che possono fare molto male. Altrimenti dire che lo Stato è diffuso diventa un pretesto per fare un po’ come ci pare, sprecando le nostre potenzialità con anni di galera (quando si tratta di compagni dignitosi) oppure colpire dove si rischia meno.

 

Il nuovo super-Stato europeo

Come abbiamo detto lo Stato vive un momento di forte trasformazione. Questa trasformazione delle volte produce febbri e momenti di crisi, quasi tutte generate dal suo interno (i rivoluzionari al momento non sembrano in grado di impensierirlo).

Da questa parte del mondo, stanno sperimentando la costituzione di un nuovo super-Stato europeo. La costruzione di questo mostro non è lineare e segna momenti di discontinuità con le varie nazioni che si scazzano tra di loro sui propri interessi contraddittori. L’ipotesi generale del progetto sembra però delineata.

Lo Stato, come sempre, è il cane da guardia dei padroni. In termini estremamente semplicistici l’idea sembra essere quella di allargare la recinzione a difesa della ville dei ricconi e mettere più cani e sempre più incattiviti a loro difesa (che poi a volte si mordono tra di loro o pisciano sull’albero sbagliato, ma sono cose che capitano).

L’aspetto più affascinante del progetto sembra essere la sua schiettezza. Vengono a saltare quei meccanismi scenici che reggevano il teatrino politico e che si sono così accuratamente sviluppati negli ultimi due secoli: tenderanno a perdere di importanza i parlamenti, i partiti, i sindacati. Il rapporto di forza sembra abbastanza semplice: qui ci sono i nostri interessi, le banche, la moneta, le industrie, le multinazionali, insomma qui c’è il nostro “orto”; e questi sono i “cani”, questi sono i fucili con cui accoglieremo gli intrusi. I migranti li hanno già visti, sia i cani che i fucili.

Allora gli anarchici dovrebbero dibattere su questo, invece che su tante amenità: come si arriva al cuore della nuova macchina statale? e più vicino casa dove sono i nodi principali della rete? chi la sta tessendo? cosa gli facciamo?

 

Sociale o anti-sociale? Una questione storica

La gran parte dei pesci nello stagno invece che affrontare queste ed altre questioni di sostanza, per andare a mordere la carne viva dell’organismo statale, si impantano nelle solite diatribe. Sopra ne ho citate alcune, l’unica di cui vale la pena parlare è la dicotomia fra anarchismo sociale e anarchismo anti-sociale. Un dualismo che attraversa il nostro movimento fin dalle sue origini.

Spesso semplicemente ci si schiera con uno dei due “partiti”. Qualcuno cambia idea, passando da una sponda all’altra dello stagno, ma è raro che la contraddizione venga risolta positivamente. Il caso più importante nella storia dell’anarchismo forse è rappresentato dagli anarchici italo-americani che si raccoglievano intorno a Luigi Galleani, i quali erano anti-organizzatori nella struttura e comunisti o comunque classisti nella lettura della società. Dei compagni e delle compagne che hanno fatto molto male al capitalismo americano proprio negli anni in cui emergeva come potenza mondiale.

Io credo che la dicotomia fra sociale e anti-sociale non vada affrontata come una questione di identità. Che non valga ora e per sempre. Penso che l’unico modo per superare la contraddizione sia affrontandola storicamente: ci sono momenti in cui si deve essere sociali e altri in cui non si può che essere anti-sociali.

Quando ci sarà l’insurrezione, nel senso proprio del termine di milioni di persone armate per strada, sarà necessario essere pronti all’intervento sociale ed essere organizzati per combattere, per difenderci, per prevenire le derive autoritarie dei moti rivoluzionari. In quel caso dire “io la mia rivoluzione la faccio ogni giorno” diventerà solo una masturbazione, perché sarà evidente che quello che sta accadendo è qualcosa di qualitativamente diverso.

Viceversa, in un periodo contro-rivoluzionario (come quello odierno) non possiamo che essere anti-sociali. Perché l’intervento sociale diventa una foglia di fico che nasconde solo il nostro nudo attendismo. Diventa la scusa per non fare un cazzo di niente. Altro che avanguardismo, qui siamo alla retroguardia! La “gente” si modera sempre più e i rivoluzionari adeguano sempre più in basso i proprio sogni di rivolta. La degenerazione di tanti movimenti (no global, no tav, lotta per la casa, ecc.) sta lì ad indicarlo.

In sintesi, in qualunque momento, anche nel più buio, un singolo individuo o una piccolissima minoranza di affini può rappresentare una spina nel fianco dietro le linee nemiche. Può anche fare molto male e non essere solo uno sfogo esistenziale. Però può anche rappresentare, da un punto di vista esistenziale, un momento di formazione. Questa non va messa nel cassetto personale, ma può diventare un fatto storico se in un periodo più favorevole la si usa per far avanzare un movimento che è diventato di massa (senza però aspettarla la massa, come fosse il Messia).

 

Storia e Volontà

C’è dunque una questione ancora più teorica da affrontare. Perché fare dibattito è importante, purché si dibatta di temi intelligenti e interessanti. Capire quanto è forte lo Spirito della Storia e quanto la nostra Volontà.

Si collega perfettamente a quanto detto nel paragrafo precedente, anche se un gradino più in astratto.

Io ritengo che le grandi questioni storiche siano piuttosto indipendenti dalla nostra volontà di singoli individui. C’entra la ricchezza, la povertà, le guerre. Non in un senso meccanicistico: talvolta la crisi genera reazione e la guerra genera nazionalismo. Ma comunque l’emergere o meno di un periodo rivoluzionario è un qualcosa in larghissima parte indipendente da noi.  Al contrario, se un gruppo di sfruttati questa sera esce e fa un’azione violenta contro i loro sfruttatori, questo rappresenta (quasi) un puro atto di Volontà. A meno che non si voglia fare del becero psicologismo: tipo la figura del padre, l’insoddisfazione sessuale, o altre stronzate delle pseudo-scienze che la borghesia stressata si è inventata.

Questa questione, apparentemente filosofica, assume una sua importanza se la si usa per affrontare ad esempio la frattura fra anarchismo sociale e anarchismo anti-sociale. Cioè se la si vuole affrontare con serietà e non come polemicuccia fra pesci nello stagno morto.

Qual è l’arcano? Trovare la formula soggettiva con cui un gruppo di rivoluzionari, legati da una qualche affinità, possano agire senza attendismi nelle condizioni date. Questa formula non vale ora e per sempre, ma deve essere capace di rigenerarsi, magari anche auto-archiviarsi, col divenire della realtà

 

Fuori dallo stagno, verso la fonte di acqua fresca

Non credo che tutto il movimento potrà uscire dallo stagno morto. I pesci, dopo un po’ di tempo nell’acquario non sopravvivono se rimessi in libertà. Non è detto che nemmeno il sottoscritto ci riesca.

Quello che è certo è che la ricerca della fonte di acqua fresca sta un’altra parte. Sta nella sperimentazione di nuove prospettive di azione. Sta nello studio dello Stato e nel colpirlo nei nodi principali della sua rigenerazione. Sta nello studiare le crisi del Capitale per aggravarle.

Chi vuole rimanere nello stagno morto, va lasciato marcire. Fuori c’è tutto un mondo da sovvertire.

 

[GRECIA] TESTO DELLA COSPIRAZIONE DELLE CELLULE DI FUOCO – CELLULA DI GUERRIGLIA URBANA

 

fai fri

IL PIANO

 

Per lo “spazio” anarchico.

 

1) La chiamata.

Ogni chiamata all’azione, come il dicembre nero, è un intento di coordinare le nostre forze. E’ uno sforzo per interrompere il flusso normale della realtà. E’ un piano per invaderla con le nostre proprie caratteristiche e sovvertirla.

E’ una sonda del nostro desiderio per l’anarchia, qui e ora, e della nostra capacità di far fronte alle forze dell’ordine.

E’ un’occasione perchè gli individui, si conoscano o meno, si riuniscano nel terreno dell’azione e cerchino di attaccare i palazzi del potere, organizzata e all’improvviso.

E’ un segnale internazionale di complicità per tutt* i/le compagn*, dentro e fuori le mura, che rafforza la nostra solidarietà.

E’ un accordo anarchico che conferma che ci sono persone in tutti gli angoli della terra che senza parlare la stessa lingua, coordinano il battito del proprio cuore, allineano la vista verso il nemico, stringono i pugni, usano un cappuccio e realizzano attacchi contro il motore sociale dell’autorità, le sue strutture e i suoi affiliati. La chiamata al “dicembre nero” è stato questo momento.

E adesso? Tornare alla normalità?

Ogni chiamata all’azione può essere solo una fotografia della rivolta riflessa su sè stessa, aspettando il prossimo anniversario, la prossima opportunità, la prossima “chiamata” o può essere un incontro con la storia.

Per tutt* quell* per cui l’anarchia significa “incendio tra me e i ponti della responsabilità e la pace sociale”, l’azione anarchica non ha nessuna data d’inizio nè di fine.

Pertanto la sfida del “dicembre nero” apre in realtà una sfida più grande. Una sfida per quell* il cui calendario di attacco è rimasto inchiodato alla costante dell’oggi, qui e ora.

La sfida di creare un polo anarchico autonomo per l’organizzazione della guerriglia urbana anarchica.

 

2) La memoria non è spazzatura.

Il dicembre nero è stata una convocazione aperta a tutto il mondo, però si è registrato principalmente come un punto di riferimento per gli/le insort*, gli/le anarco-nichilist*, i/le giovani compagn*, gli/le indecis*, i “facinorosi”, contro lo stato (e in parte contro l’inattività del campo anarchico, contro la sua trasformazione pacifista)**

Non ci riferiamo tanto alla chiamata per il dicembre nero.

Ogni chiamata all’azione è un’istanza di una storia più grande che l’ha preceduta e talvolta l’accelerazione dello scenario che la segue.

Non ci sarebbe dicembre nero se non ci fosse un novembre, ottobre, settembre. Non ci sarebbe guerriglia urbana anarchica se non ci fossero tafferugli ai cortei, barricate e molotov, non ci sarebbe stata nessuna rivolta nel 2008 se non ci fossero stati incendiar* e squadre d’attacco nei 3 anni precedenti. Non ci sarà futuro se non c’è memoria.

Attraverso il tempo, l’anarchia dà alla luce – internamente – al proprio superamento anarchico.

Si dà la luce a tendenze con gli estremi più affiliati (individualismo anarchico, nichilismo anarchico, insurrezionalismo anarchico) che optano per muoversi ai limiti del movimento, dello “spazio” rivoluzionario.

A volte queste tendenze agiscono come detonatore dell’anarchia, sollevando la lancia dell’attacco anarchico e a volte vengono fagocitate riempitesi di presunzione e arroganza.

In Grecia, l’apparizione di tendenze “eretiche” all’interno dello “spazio” anarchico è tanto antica quanto lo spazio in sé.

Tendenze che, nel bene si ridussero e si convertirono in circoli di intellettual* artistic* (per esempio i/le situazionisti) o furono assimilate e integrate nello “spazio” ufficiale. Tutte loro tuttavia, hanno lasciato la loro traccia nella storia che non finirà mai.

 

Nel 2005 un circolo di persone apre al pubblico in modo molto visibile (manifesti, riviste, partecipazioni ad assemblee) la sfida di potenziare la violenza anarchica, con la parola d’ordine “pensa rivoluzionario – agisci offensivo”. Una tendenza insurrezionale che mira non solo allo stato e autorità se non anche alla complicità dell’apatia sociale apparsa ora più organizzata e con una presenza pubblica costante. Nel frattempo la questione della negazione del lavoro si mostra in pubblico, con attacchi armati alle banche, come suo filo affilato.

Di fatto, la tematica parziale del rifiuto del lavoro, strizzando gli occhi è in realtà il prologo delle discussioni sulla diffusione della guerriglia urbana anarchica.

Fuori da questa mobilità diffondibile (incendi dolosi, rapine, attacchi comandati, assemblee come il coordinamento d’azione) fu il gennaio del 2008 quando nacque la C.C.F.

La C.C.F. appare come l’espressione organizzata di una tendenza anarchica eretica con un chiaro orientamento verso la lotta armata e alle relazioni con l’individualismo anarchico, al nichilismo, la rivoluzione della vita quotidiana e la critica al complesso stato-società.

Ovviamente, non fu questa tendenza che diede origine all’insurrezione del dicembre 2008.

Una rivolta non può essere appropriata da nessuno né tiene diritti di autore.

Però fu soprattutto la tendenza che ha avuto i riflessi per accelerare alcuni degli eventi più conflittuali che si produssero nel dicembre 2008, poiché le piccole strutture basilari stavano già operando con attacchi coordinati regolari.

 

3) Aggiornandosi con il presente.

 

Le prime detenzioni per CCF nel settembre del 2009 (caso Halandri) crearono una tempesta dei media.

La maggior parte delle tendenze eretiche (anarco-nichiliste, anarco-individualiste, antisociali ecc…) si piegarono per il panico della repressione infiltratasi nella sicurezza del movimento anarchico ufficiale, e le belle parole sulla “rivoluzione o morte” finirono come un cadavere in putrefazione, con l’aspetto del tradimento.

Alcuni compagni furono indistruttibili e volevano continuare quel che si era iniziato.

Però riguardo tutto questo, molto s’è detto e molto s’è scritto.

Ad ora, una gran parte del movimento anarchico sta vivendo con l’impronta della sconfitta, con lo strumento della repressione, con l’opportunità persa di una sollevazione che non portò a nulla in questi tempi di crisi, isolamento ed egemonie informali.

Tuttavia la parola d’ordine che si è diffusa non può stabilirsi e certamente nulla si perde per sempre.

Negli ultimi due anni, una nuova tendenza anarchica sta facendo la sua apparizione dai resti del passato, seguendo il proprio corso.

Una tendenza che non si è creata tanto per caratteristiche politiche reciproche, fino al desiderio reciproco di qualcos’altro di differente di quello che già esiste nel movimento anarchico in Grecia. Una tendenza che sembra più omogenea di quel che realmente è dovuto a quelli che la criticano. In realtà si tratta di un’ondata di persone che comprende dai compagni coscienti fino alle persone che semplicemente odiano la polizia e vogliono eruttare.

 

  1. La collisione tra vecchio e nuovo

 

Ogni nascita è violenta. Ogni nuovo fronte che nasce sta mettendo in dubbio e scontrandosi con il ventre dal quale proviene, tentando di recidere il cordone ombelicale. Attraverso la natura temporanea, tutte le eresie che nascono all’interno del movimento anarchico hanno diretto la propria critica incandescente contro le vecchie strutture. Per quanto riguarda il senato del movimento anarchico, se non prende nel nuovo per progettare nell’infallibilità della loro irriducibilità, alla fine lo combatteranno con la paura senile del cambiamento. Specialmente oggi, sembra che la comunicazione fra vecchio e nuovo sia persa per sempre.  Le ragioni sono molteplici, ma la storia non aspetta la nostra introversione. Ciò che è urgente è una nuova idea, un piano per la continuazione della lotta. Ogni piccolo nuovo fronte anarchico si trova ad affermare ciò che esso odia nel movimento anarchico “ufficiale”. La critica contro l’immobilità del movimento soppianta spesso la critica alla tirannia dell’autorità. Ora pensiamo che la situazione interna del movimento anarchico si sia più che mai polarizzata. E’ per questo che è il momento per il passo successivo. La nuova tendenza anarchica può abolire l’introversione, autodeterminarsi e creare il suo proprio movimento anarchico autonomo.

 

La memoria è una componente fondamentale di questo sforzo. Ricordiamo le nostre esperienze passate, non per imitarle, ma per superarle. Il fatto che il nuovo fronte anarchico stia soffrendo la carenza di organizzazione nell’azione e nei momenti assembleari, perché pensano che essa sia una caratteristica della burocrazia del movimento anarchico ufficiale, è come se gliela stessero cedendo.

 

L’organizzazione, l’assemblea, l’agire politico non hanno diritto d’autore. Sono mezzi di lotta che vengono determinati attraverso le persone politiche che vi partecipano… La massima e l’atteggiamento considerati non conformisti del tipo “non mi interessa dei procedimenti, faccio quello che voglio…” è un timore e una conservazione perversa di fronte alla puntualità e alla responsabilità di cui un anarchico necessita per partecipare alla guerra della guerriglia urbana. Uno strumento non ha connotati positivi o negativi, ma al contrario tale connotazione si determina a seconda dell’uso che di tale strumento viene fatto. Un’assemblea politica è burocratica quando le persona che vi partecipano sono burocrati. Senza dubbio un’assemblea può essere un meccanismo di formazione, di coordinazione e di propulsione per l’analisi, un mezzo di sviluppo personale e collettivo. Creiamo ora i nostri propri meccanismi politici, senza burocrazia, le nostre proprie assemblee senza pettegolezzi, le nostre proprie organizzazioni senza ranghi… Conserviamo le nostre proprie infrastrutture per la rivolta armata contro il dominio dell’autorità.

 

  1. I 5 punti per una tendenza anarchica autonoma e offensiva.

 

L’anarco-nichilismo, l’anarco-individualismo e, in generale, le eresie anarchiche più offensive, non sono “incidenti” nella storia dell’anarchia, ma al contrario ne sono la parte più stimolante. Queste tendenze possono adesso formare un movimento politico autonomo.

 

Un movimento che non cerca la completa unità di vedute nella verità del vangelo teorico e negli statuti della chiarezza ideologica. Un movimento che non ricatti per ottenere la totale condivisione dei suoi punti di vista, ma che riconosce l’affinità politica dei gruppi che partecipano e si incontrano in cinque caratteristiche basilari.

 

Prima di tutto siamo anarchici, indipendentemente dalla nostra particolare denominazione (nichilisti, insurrezionalisti, individualisti, etc.). Come anarchici non rifiutiamo di riconoscere soltanto lo Stato e l’autorità, ma neanche alcun comitato centrale della “rivoluzione”, alcun esperto ideologo, né alcuna relazione gerarchica al nostro interno. Ci organizziamo su base informale e nel coordinamento di gruppi ed individui con affinità politica.

 

In secondo luogo, la polemica contro lo Stato e l’autorità non tralascia la complicità sociale del silenzio, dell’apatia e della sottomissione. Attacchiamo con azioni contro lo Stato, i suoi rappresentanti e le sue strutture, ma allo stesso tempo vogliamo infrangere le relazioni sociali che li rendono accettabili e che a volte riproducono l’autorità nella vita quotidiana.

 

In terzo luogo, appoggiamo la Federazione Anarchica Internazionale. Desideriamo che le nostre ostilità all’interno degli Stati nei quali viviamo si connettano a livello internazionale come momenti di una guerra anarchica globale. Stiamo scambiando idee, stiamo condividendo esperienze, stiamo creando relazioni di solidarietà e vogliamo costruire una federazione anarchica internazionale in cui i frammenti di una esplosione a Santiago del Cile arrivino fino ad Atene e si moltiplichino…

 

Quarto, noi non ci diamo per vinti con i nostri compagni arrestati. La nostra solidarietà offensiva é la vendetta per la loro prigionia. Questo non significa identificarci nella loro visione. I prigionieri non sono idoli sacri né simboli della lotta, ma sono coloro che non sono più al nostro fianco… La coerenza di tutti quei compagni prigionieri che restano irriducibili nelle carceri e che non vacillano é una prova che la lotta vale la pena…

 

Infine, promuoviamo la diversità nell’agire anarchico. Siamo capaci di creare i nostri propri squat, le nostre proprie istanze politiche, assemblee, gruppi, i nostri progetti editoriali, i nostri mezzi di informazione. Senza dubbio, poiché spesso l’invocazione di diversità si trasformo in una scusa per emarginare le pratiche anarchiche armate, dobbiamo mettere in chiaro che la diversità non si produce da sola. Gli squat, i manifesti, gli eventi, il materiale stampato, i mezzi di informazione asserragliati sulla linea della perseveranza dei propri progetti si stanno trasformando in isole di presunta libertà senza minacciare l’autorità. La diversità autentica della lotta deve essenzialmente appoggiare e promuovere il confronto armato con il sistema. É l’incontro del movimento con il campo insorgente. É il rituale del passaggio dalla teoria all’azione, dal rischioso all’organizzato, dal fortuito al pianificato.

 

É la propaganda col fatto.

 

Questi cinque punti chiave (alcuni sono stati esposti precedentemente in testi della Cospirazione delle Cellule di Fuoco e della FAI – vedere “Fuoco e Polvere”) sono gli elementi di una proposta aperta a tutti gli interessati a partecipare, ad arricchirla, a criticarla, a metterla in atto.

 

In nessun caso si tratta di un recinto ideologico, ma di un’occasione per la discussione pratica. La consapevolezza é nel nucleo della proposta per la formazione di uno spazio autonomo delle tendenze anarchiche eretiche.

 

Il primo progetto collettivo nel quale la consapevolezza viene realmente messa alla prova, é un gruppo anarchico. Nell’ottica di stimolare questa discussione, nei prossimi mesi pubblicheremo una serie di testi personali di alcuni compagni prigionieri della Cospirazione delle Cellule di Fuoco (Olga Economidou, Georgios Polidoro, Christos e Gerasimos Tsakalos).

 

Le esperienze, inquietudini e la prospettiva del progetto di un gruppo anarchico attraverso la narrazione personale non sono istruzioni per la pratica armata, ma senza dubbio possono contribuire al dibattito sulla guerriglia urbana e il suo sviluppo.

Allo stesso modo, l’esperienza non può essere trasferita. É per questo che la scommessa é quella di passare dalla teoria all’azione.

 

Come inizio di questa discussione divulgheremo tra pochi giorni l’opuscolo del compagno della Cospirazione delle Cellule di Fuoco Gerasimos Tsakalos “Individualità e gruppi anarchici” che stamperemo presto…

Dalla lettura… alla complicità…

 

Cospirazione delle Cellule di Fuoco – Cellula di Guerriglia Urbana

Federazione Anarchica Informale – F.A.I.