In ricordo di Sandro e Sara

Noi siamo responsabili, tutti, del nostro sogno di scalata al cielo. Non possiamo adesso trasformarci in nani quando abbiamo sognato, gomito a gomito, sentendo ognuno battere il cuore dell’altro, di attaccare e sconfiggere gli dei.E’ questo sogno che fa paura al potere”.

La lotta per la liberazione dai gangli dell’autorità, della diseguaglianza, dell’oppressione è una lotta lunga, una lotta di donne e di uomini che in nome della libertà mettono in gioco la propria stessa esistenza.

Fuori da ogni retorica, è nell’azione che si esprime e si sostanzia la forza rivoluzionaria.

E’ nella sommatoria delle scelte individuali di rottura che si manifesta il senso più profondo della lotta.

Mentre due compagni morivano, si compattava la propaganda di regime che agitava lo spettro del terrorismo, invocando nuove strette repressive in salsa bipartisan.

Quegli stessi partiti che fino a poche ore prima si accusavano vicendevolmente di tradimento dei valori della costituzione e di attacco alle libertà collettive, ora si riconoscono parimenti alfieri della democrazia contro il pericolo anarchico.

Mentre la società collassa sull’orlo del conflitto globale, radendo al suolo interi territori nel nome del progresso, la classe dominante individua nella lottà per la libertà il terrore da combattere.

Due compagni sono morti, due compagni che hanno dato la vita facendosi beffe dei valori che il potere vorrebbe inculcarci fin dalla nascita rendendoci schiavi della logica del profitto e della sopraffazione.

Dalle macerie di questa putrida società sorgeranno nuovi afflati libertari, dalla stretta repressiva nuove mani si rinsalderanno per spezzare le catene.

Rendiamo onore a chi ha combattuto con il sorriso beffardo di chi non si piega.

Piangiamo, le nostre sono lacrime di dolore perché con Sandro e Sara perdiamo due compagni di valore; ma siamo consapevoli che l’esempio delle loro vite interrotte non sarà vano e contribuirà alla realizzazione di nuove istanze di libertà.

Il regno del Capitale è il regno della morte, del nostro annullamento d’individui, di donne e uomini liberi.

La morte stessa è un’illusione, nella gioia della rivoluzione noi la sconfiggiamo ed esaltiamo la vita.

Sandro e Sara, per sempre nel cuore di chi lotta.

Due compagni

Più forti della morte


Circolo Culturale Anarchico “Gogliardo Fiaschi”


C’è un’enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un’etica, la seconda nessuna.
(Sara Ardizzone)

La nostra capacità di dire e comunicare non consente di avventurarsi sui sentieri inesplorati della responsabilità per i rischi assunti in prima persona. Ogni discorso in questa direzione resta inevitabilmente provvisorio, insufficiente. Ricercare concretamente la libertà – nella sua forma autentica e integrale, non nelle contraffazioni elargite e imposte dallo Stato – significa entrare nella dimensione del rischio connaturato alla ricerca stessa. In questo luogo le nostre scelte, spesse volte selvagge e solitarie, marcano il solco di una strada senza ritorno. La libertà è una qualità che si sperimenta mettendosi a rischio.

Lo diciamo senza alcuna indulgenza nella retorica: i due anarchici rinvenuti morti dopo il crollo di un casolare a Roma, Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, sono dei nostri compagni fraterni, che siamo fieri di avere per compagni. I pennivendoli prezzolati, dalla cui carta straccia abbiamo appreso il fatto, scrivono a più riprese dello scoppio di un ordigno. Le preoccupate prese di distanza, volte sempre a garantire un’incolumità vergognosa, non ci appartengono. Siamo abituati a non credere a una parola di quanto viene proferito dalla macchina della propaganda, ma qualora ci fosse un barlume di verità circa le informazioni “trapelate” non possiamo non soffermarci sul fatto fondamentale: Sara e Sandro sono morti in azione, sono morti combattendo. La guerra sociale non è una recita, uno stile di vita o una sottocultura. È anzitutto una guerra. Sara e Sandro sono un esempio luminoso dell’inestricabile connubio tra pensiero e azione che ispira l’anarchismo, dei rivoluzionari fino all’ultimo istante della loro vita, e nella morte.

Sara e Sandro sono e saranno per sempre un pezzo del nostro cuore, un cuore che non può che rifiutarsi di provvedere a scrivere un necrologio.

Le odierne farneticazioni dei signori dell’inquisizione e della repressione vanno a braccetto con quelle dei padroni della guerra e dello sfruttamento. Gli stragisti, i massacratori, i produttori di morte gridano allo scandalo per le bombe degli anarchici.

Con Sara e Sandro abbiamo condiviso l’inestinguibile passione per il pensiero e l’azione anarchici. Con loro alcuni di noi hanno vissuto, condividendo l’intensità febbrile di momenti che nessun orologio potrà mai scandire. Con loro, quando siamo stati inquisiti dalla macchina della repressione di Stato, abbiamo mantenuto la nostra dignità e consolidato la tenacia delle nostre scelte. Ne siamo certi: quelle nostre giornate infinite non diverranno mai un ricordo sbiadito. Momenti che non si basavano sulle chiacchiere ideologiche, ma sulla convinzione dei nostri percorsi, sui sentimenti, sulla fiducia reciproca, sulla gioia della vita. Tutti noi che li abbiamo conosciuti profondamente sappiamo che non esisteranno mai delle parole adeguate a descriverne la modestia, la dolcezza, la dignità.

Ecco perché la volontà rivoluzionaria di Sara e Sandro ha la forza di andare oltre il tempo, vincendo la sofferenza e il dolore. La loro passione per la vita sarà più forte della morte. La loro integrità sarà sempre un monito contro ogni oppressore.

21 marzo 2026

Circolo Culturale Anarchico “G. Fiaschi” (Carrara)
Circolo Anarchico “La Faglia” (Foligno)
Danilo Cremonese e Valentina Speziale
Circolo Anarchico “G. Bertoli” (Assemini)
Nucleo Anarchico “É. Henry” (Cagliari)
Biblioteca Anarchica Sabot (Roma)
Natascia Savio
Luigi di Faenza



Questa è la lebbra che chiamate civiltà”. Dichiarazioni spontanee di Alfredo, Francesco, Michele, Matteo, Sara e Paolo rese durante l’udienza preliminare del procedimento Sibilla (Perugia, 15 gennaio 2025)

Dichiarazione letta da Alfredo Cospito nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

 

 

Oggi voi rappresentanti del braccio giudiziario di questa repubblica ci mettete sotto processo per delle scritte sui muri, per le nostre parole, per i nostri libri e periodici, costringendo di fatto l’anarchia alla clandestinità. Siamo in buona compagnia, con questo governo a guida postfascista la censura e la repressione si stanno espandendo a tutto il corpo sociale, accelerando la transizione da democrazia totalitaria a un tragicomico regime da operetta. Detto questo mi tocca ringraziarvi: dopo un anno di silenzio, grazie al vostro imbarazzante e anacronistico procedimento penale, mi è concesso esprimere il mio pensiero pubblicamente. Anche se da remoto, anche se per il breve tempo di un battito d’ali, oggi posso strapparmi il bavaglio, la mordacchia medievale di un 41 bis che un governo di centrosinistra anni fa mi ha applicato per mettere a tacere una voce scomoda, per quanto minoritaria e ininfluente, ma certo nemica di questa vostra democrazia. Questi due anni di regime speciale mi hanno definitivamente aperto gli occhi sul vero volto del vostro diritto, delle vostre garanzie costituzionali, rivelandomi un sistema criminogeno fatto di totalitarismo osceno, quanto crudo e assassino.

Oggi in quest’aula stiamo subendo un processo inquisitoriale basato su un’intervista rilasciata con regolare posta carceraria e non come vuol far credere l’accusa attraverso il colloquio con mia sorella, trascinata in aula per il solo fatto di continuare imperterrita a fare i colloqui con il fratello. Classica strategia di tutti i regimi autoritari nel mondo, usata regolarmente al 41 bis, per far terreno bruciato di ogni legame affettivo con l’esterno.

È indicativo, ad ogni colloquio che faccio, vedere le impronte delle mani dei bambini sui vetri blindati che li separano dai loro padri o dalle loro madri. Ma in fondo che aspettarsi da una democrazia che mette in prigione i bambini?

Naturalmente mi assumo tutta la responsabilità dell’intervista, che è il motivo per il quale oggi mi trovo al 41 bis, come d’altronde mi assumo la responsabilità di tutti i miei scritti, l’ultimo in ordine cronologico il piccolo saggio sul MIL nella Spagna postfranchista scritto in Alta Sicurezza prima di essere trasferito in questa tomba per vivi e sono certo già pubblicato o in procinto di esserlo.

Ed è qui la particolarità di questa mia storia giudiziaria. Messo in questo regime per farmi tacere definitivamente con l’accusa di un ruolo apicale, come definite il mio ruolo nel vostro contorto e involuto linguaggio. Un brutto precedente il mio, con risvolti inquietanti. L’essere riusciti a far passare la tesi che un anarchico possa svolgere un ruolo apicale, un ruolo intrinsecamente autoritario, quindi incompatibile con quello che è il pensiero stesso dell’anarchia, spalanca i cancelli del 41 bis a chiunque disturbi il potere, rivoluzionario singolo o movimento radicale che sia, oltre a rendere più facili i procedimenti penali abnormi come quello a cui oggi mi tocca assistere da imputato. Dico questo perché sono fermamente convinto che il mio trasferimento in 41 bis e questo stesso processo siano fondamentalmente un attacco alla libertà di pensiero e di stampa. È questo il fuoco della questione, il cuore di questo processo.

La pericolosità del 41 bis non si può ridurre a un gerarca da operetta che imbastisce una patetica trappola a un’opposizione altrettanto da operetta (indicativo in tal senso il mio trasferimento eterodiretto due anni fa da una sezione all’altra in vista dell’arrivo di politicanti romani per imbastire un teatrino con comparse più utili alla bisogna). La sua reale pericolosità è qualcosa di ben più oscuro, in potenza una formidabile scorciatoia repressiva in caso di conflittualità sociale. Quale modo migliore per silenziare i movimenti e le opposizioni radicali di un regime emergenziale già attivo e testato. Uno stato di eccezione in cui molti diritti sono sospesi, in cui regna una censura assoluta già sperimentata in decenni di pratica sul campo. Chi saranno i primi a vivere sulla propria pelle questo regime speciale? I compagni e le compagne che si battono per la Palestina? Gli anarchici e le anarchiche che imperterriti continuano a parlare di rivoluzione? I comunisti e le comuniste mai arresi? Quattro di loro sono decenni che resistono con fierezza in questo regime nell’isolamento più assoluto, senza mai piegarsi.

Se la guerra imperialista dell’Occidente tracimerà per reazione dai confini dell’Ucraina irrompendo nelle nostre case, se i conflitti sociali supereranno il limite sostenibile di un meccanismo traballante, o anche solo se la transizione morbida e graduale in regime non sarà praticabile, il 41 bis grazie proprio alla sua patina di legalità sarà lo strumento repressivo ideale per un’anestetizzazione sociale forzata, una sorta di olio di ricino per rimettere in riga i recalcitranti, un golpe graduale e a norma di legge. E questo spiegherebbe il perché di un regime emergenziale in assenza di una vera e propria emergenza. Per fare accettare questa forzatura, questa aberrazione del vostro stesso diritto, quale miglior cavallo di troia se non la lotta ai cattivi per eccellenza: i mafiosi. Gente indifendibile, divenuta irrecuperabile dagli stessi politici che prima li hanno usati per il lavoro sporco e poi seppelliti qui dentro per evitare recriminazioni su favori fatti e mai restituiti. Un segreto di Pulcinella che non sorprende più nessuno.

Con la scusa di combattere le mafie avete calpestato le vostre stesse leggi, tradendo la Costituzione ne avete svelato l’inconsistenza e la sua reale essenza di foglia di fico. Con la scusa di combattere le mafie avete messo in atto una sorta di persecuzione etnica. Qui con me, solo calabresi, campani, siciliani, pugliesi e ovviamente anche rom, figli impresentabili di un meridione popolato da cittadini di serie b. Gente arrestata a volte solo per il cognome che porta. Gente a cui i diritti in teoria inviolabili vengono negati per spingerli al pentimento, che nella vostra aberrante concezione del diritto si concretizza nella denuncia del proprio padre, della propria madre, del proprio fratello o sorella. Avvocati accusati di collusione quando non si fanno intimidire da PM Torquemada, colloqui blindati senza nessun contatto fisico o umano, colloqui nei quali i parenti vengono incerottati in caso abbiano tatuaggi e filmati e registrati alla ricerca di pretesti per arrestarli e inquisirli. Una spada di Damocle sospesa costantemente sulle loro teste per terrorizzare chi imperterrito continua a non voler abbandonare i propri cari. Un terrorismo di Stato che ha l’obbiettivo di privare il prigioniero della solidarietà più naturale, quella dei figli, delle mogli, dei mariti, delle madri che è l’unica solidarietà che la gente qui dentro può permettersi e capire. Una tecnica repressiva che privando della solidarietà umana e dell’empatia disumanizza. Arrivati a quel punto al prigioniero si può fare di tutto perché non è più un essere umano, è solo un numero a cui estorcere informazioni. Nel caso non si piegasse un soggetto da torturare con un isolamento assassino, privandolo di ogni speranza, in caso di ergastolo ostativo fino alla morte.

Una concezione del diritto degna della vostra etica. Questa è la lebbra che chiamate civiltà.

Alfredo Cospito

* * *

Dichiarazione depositata da Francesco Rota nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

Non avrei mai scritto questa dichiarazione se non avessi ritenuto che sotto attacco vi fosse non solo un percorso di analisi e di approfondimento critico, quindi una porzione importante della mia vita, bensì soprattutto un compagno anarchico che lo Stato negli ultimi anni ha inteso seppellire sotto una coltre d’isolamento tesa all’annientamento, in quanto secondo gli organi antiterrorismo rappresentativo di una pluridecennale esperienza di lotta rivoluzionaria. D’altronde era evidente che un trasferimento in 41 bis e una condanna all’ergastolo equivalessero a un tentativo di annientamento. Il movimento di solidarietà internazionale degli anni 2022-’23, con la forza delle azioni intraprese, ha però prima rotto il silenzio e in seguito ha guastato il precario equilibrio politico su cui si basava questo tentativo.

Dopo alcuni anni di indagini da parte della procura di Milano, volte a tentare di collegare in qualche modo gli inquisiti a delle azioni di attacco, la procura di Perugia ha ereditato nell’ambito di un’inchiesta su uno spazio anarchico quegli atti di indagine concernenti la redazione e la distribuzione del giornale per cui oggi viene chiesto un rinvio a giudizio. Arrivando a questi ultimi anni, ecco quindi comparire la spudorata intenzione di impiegare questo procedimento in funzione di sostegno al 41 bis contro Alfredo Cospito. Quest’intenzione, assieme al perdurante attacco contro le pubblicazioni anarchiche rivoluzionarie in corso nell’ambito delle politiche belliciste degli ultimi esecutivi, è pertanto una delle ragioni per cui deposito oggi questa dichiarazione. In questo senso esprimo nuovamente e senza mezze misure la mia solidarietà con Alfredo Cospito, riconfermo quanto già dichiarato in sede di udienza di riesame sulle misure cautelari il 14 marzo 2023 e ribadisco le ragioni della mia viscerale partecipazione alla mobilitazione del 2022-’23 contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo.

Come agire contro la complessiva svolta tecnologica in atto da decenni, combattendola fin da ora, prima che sia troppo tardi? Quali implicazioni nello scontro sociale e nella lotta rivoluzionaria hanno il processo tecnologico in corso e i mutamenti intervenuti in questi decenni nella realtà sociale? E come attrezzarsi in tal senso? Quale scontro può avvenire in una società dove si manifestano con estrema difficoltà delle capacità di lotta e di organizzazione di classe? Chi sono oggi gli sfruttatori, i padroni? Questi sono alcuni degli interrogativi posti tra le pagine del giornale sotto accusa, dove la procura intende invece vedere a tutti i costi istigazioni e capacità orientative e terroristiche. Tuttavia non è di questo che intendo dire: le analisi sul terreno della lotta rivoluzionaria non sono di pertinenza dei tribunali, che per loro stessa costituzione non possono comprendere l’essenza delle lotte degli anarchici.

Conosco l’anarchismo da sempre e, meravigliato, senza che nessuno mi avesse indirizzato in alcuna direzione, ho scoperto le idee e la pratica degli anarchici dalle parole dei compagni, dal loro esempio e dagli scritti presenti in quella propaganda anarchica che oggi viene posta sotto accusa come istigazione a delinquere con la circostanza aggravante della finalità di terrorismo. È quindi difficile descrivere che cosa significano per me i testi dell’anarchismo, con la loro densità e profondità di analisi della realtà sociale: alcuni hanno avuto la capacità rivelatrice di gettare luce su aspetti solo apparentemente marginali che mai prima di allora avevo considerato, riguardanti le cose del mondo e della vita nella loro globalità; altri invece mi sconvolsero nel loro essere uno schiaffo contro ogni accomodamento e compromesso.

L’anarchismo non implica unicamente l’esistenza di un movimento, quello anarchico, che solo a costo di una grossolana semplificazione potremmo definire anzitutto un movimento politico, ma è sempre stato qualcosa di più, qualcosa di profondamente differente che parla del sogno e della possibile realizzazione di una vita diversa, radicalmente diversa da quella attuale. L’anarchismo implica la messa a repentaglio delle nostre garanzie, di molte nostre certezze. Lottare per l’anarchia significa quindi entrare inevitabilmente nella dimensione del rischio connaturato al desiderio della libertà integrale, autentica, non certo delle artefatte “libertà” democratiche di cui tribunali, inquisitori e maggiordomi dello Stato si ergono a paladini.

Questa mia conoscenza dell’anarchismo è quindi stata un’enorme fortuna e oggi non posso fare a meno di pensare all’assenza di un anarchico, di mio padre, che questa fortuna l’ha resa possibile, slegando le intuizioni del cuore dai lacci della logica spicciola e portando in alto quel grido di libertà che urge nel nostro cuore.

Dunque capirete che non mi rivolgo a voi oggi per mendicare qualcosa, per avanzare delle giustificazioni, per avviare un confronto, per rinnegare qualcosa che per me non è solo la passione di sempre, ma l’essenza indissolubile delle mie idee, la mia stessa vita.

Francesco Rota

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Dichiarazione letta da Michele Fabiani nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

illudete se pensate che questo può essere fermato chiudendo la bocca a un singolo compagno. Mentite se affermate che tutto questo è stato mosso dalla mente diabolica di un sobillatore, di un istigatore. Peraltro in questo guaio vi ci siete ficcati da soli. Certo, se la classe dirigente di questo Paese è composta da Delmastro e Donzelli, da Manuela Comodi o da Roberto Sparagna, Alfredo Cospito al confronto ci apparirà un gigante. E ancora oggi, qui dentro, come cantava il poeta, i nani chiedono ancora censura contro i giganti che fanno paura.

 

Non temo questo processo perché un processo contro libri e giornali è un processo nel quale – persino per il grande pubblico e non solo per gli anarchici, per i quali questo è sempre vero – lo scranno più onorevole nel quale sedersi è il banco dell’imputato.

 

Non temo questo processo perché in questo processo lo Stato è debole. Quanto successo lo scorso 10 ottobre è davvero significativo: nella mia certamente non desiderata esperienza processuale non avevo mai assistito a un’udienza nella quale gli imputati vogliono parlare e il pubblico ministero cerca delle scorciatoie tecniche per ottenere un rinvio.

 

Pure quanto successo qua fuori è significativo; la minaccia da parte del questore di Perugia di emettere dei fogli di via per una manifestazione nella quale non è successo – ahimè – niente di particolarmente conflittuale, è certamente segno dei tempi che corrono, può essere espressione in qualche modo di una certa arroganza, ma è sicuramente soprattutto spia di tutta la vostra debolezza.

 

Fosse solo per un fatto, ovvero che la semplice presenza di Alfredo – fosse pure nella forma spettrale e fantasmatica del collegamento in videoconferenza – rappresenta una contraddizione vivente per tutti quelli che il nostro compagno vorrebbero tenerlo murato vivo.

 

Concluderei dunque con delle ovvietà. L’anarchismo non è il prodotto di un dotto o di un filosofo, non è il raccolto di un coltivatore intensivo di cervelli, ma è una pianta selvatica della lotta di classe. Chi agisce non ha bisogno di essere istigato. Chi lo fa ha maturato da sé l’esigenza di lottare. L’istigazione irresistibile è quella provocata delle ingiustizie della vostra società.

 

Mentre corriamo a passi spediti verso la guerra nucleare e assistiamo impotenti al primo genocidio automatizzato della storia, è proprio la risposta alla quella domanda – Quale internazionale? – che oggi è di drammatica attualità. E non si trova in nessun libro. I libri fanno solo le domande.

 

Se verrò rinviato a giudizio farò del mio peggio per acuire queste contraddizioni. Cercherò di utilizzare il processo a “Vetriolo” come tribuna per fare propaganda alle idee e alle tesi espresse su quel giornale. Soprattutto farò di tutto per trasformare questo processo in un’occasione per sabotare il 41 bis, per dialogare con Alfredo, per comunicare con lui.

 

Voglio che Alfredo sappia che la lotta che ha portato avanti ha smosso le montagne. Non ti abbattere. Sei un esempio di coerenza e di coraggio. La strada verso Itaca è irta di terribili ostacoli, ma è anche piena di meravigliose avventure. Ti aspettiamo a casa compagno.

 

Viva l’anarchia!

 

Michele Fabiani

 

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Dichiarazione letta da Matteo Monaco nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

 

Prendo parola ben contento di poterlo fare di persona questa volta.

 

Avrei voluto essere qui già il 10 ottobre in occasione dell’udienza preliminare che è stata poi rinviata, ma purtroppo gli impegni di lavoro ai quali mi tocca sottostare per campare e i millecinquecento chilometri che separano la mia residenza da quest’aula me lo hanno impedito. Non infierirò sui grossolani errori, di certo non miei, che hanno determinato i difetti di notifica nei miei confronti e che hanno comportato il rinvio dell’udienza. Si qualificano da soli. E qualificano anche molto altro in realtà. Affronto quest’udienza, così come l’eventuale processo che ne scaturirà, con serenità. Consapevole che non ho nulla da cui difendermi in un processo politico come questo. Orgoglioso di trovarmi alla sbarra insieme ad alcuni dei compagni e delle compagne a me più cari. Felice di poter finalmente salutare Alfredo ed esprimergli tutta la mia vicinanza e solidarietà. Deciso a guardare in faccia coloro che reclamano il diritto di giudicarmi.

 

Ci troviamo qui perché bisogna rispondere, in particolare, dell’accusa di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico. Bene. Non mi interessa entrare nel merito delle imputazioni, né tantomeno, come già accennato, difendermi da questi reati di opinione. Quello che mi preme è mettere in chiaro le mie considerazioni rispetto a questa accusa.

Nella concezione che ho io dell’anarchismo, così come della vita stessa, non esiste alcun binomio istigatore-istigato, non esistono zucche vuote da riempire, non esistono masse da dirigere e indirizzare ed io non ho la pretesa di istigare alcunché. Il termine stesso “istigazione” ha un’accezione negativa, subdola, che sottintende una sorta di persuasione dell’altro tramite inganno o imbroglio o manipolazione. Ed è proprio per questo, signori, che ritengo che non esista miglior istigatore a delinquere dello Stato stesso. Cosa pensate che ingeneri sentimenti di rivalsa e rivolta tra gli sfruttati e gli oppressi in tutto il mondo? L’esportazione della guerra o gli anarchici? Siete realmente convinti che se qualcuno decide di prendere in mano la propria vita e ribellarsi è perché glielo hanno sussurrato in un orecchio gli anarchici? Non vi viene il dubbio che la violenza sistemica perpetrata tramite leggi, istituzioni e apparati repressivi, sempre indirizzata verso i proletari e sempre a difesa della borghesia, possa genuinamente produrre un ritorno di fuoco? Qual è dunque la questione? Se l’anarchismo propaganda idee di rivolta? Se io come anarchico punto sulla sconfitta di questo sistema miserabile? Certo che sì. Se scrivo e applaudo teorie e pratiche di sovversione? Mi sembra il segreto di Pulcinella.

 

La verità è che lo Stato, il capitale, i suoi apparati e le loro personificazioni concrete, compresi voi, hanno paura. Non paura degli anarchici sia ben chiaro, hanno paura che la situazione sfugga di mano, che il controllo che pretendono di avere sul mondo possa vacillare. Ogni sistema malato tende inevitabilmente a porsi sulla difensiva, adottando misure volte a tentare di mantenere un equilibrio interno e cercando di annientare le minacce, siano esse interne o esterne. Gli scricchiolii di questo squilibrio si avvertono un po’ ovunque e lentamente iniziano ad essere sempre più evidenti e soprattutto i responsabili sempre più chiari agli occhi della gente: disastri economici, disastri ambientali, guerre, pandemie. Le crisi, si sa, generano malcontento, il malcontento si trasforma molto facilmente in rabbia, la rabbia scatena le rivolte. E questo, voi tutti, non potete certo permettervelo. Perciò cercate di agire in maniera preventiva, andando a colpire senza tregua chi la guerra ve l’ha dichiarata già da un secolo e mezzo e chi vi considera nemici a prescindere da crisi e malcontento, tentando di evitare che certe idee si diffondano tra chi ha cominciato a nutrire una certa sfiducia e un certo risentimento nei vostri confronti. Perché sono idee pericolose per la vostra stabilità e per i vostri comodi posti nelle torri d’avorio.

 

Il mondo in cui voi credete e nel quale ci costringete trova la sua realizzazione nella guerra, nell’avvelenamento, nella privazione, nel ricatto, nello sterminio, nella repressione, nella tortura. Potrei continuare all’infinito ma chiudo qua quest’elenco che capisco potrà essere percepito come retorico e nulla più. Ma evidentemente c’è ancora bisogno di un po’ di retorica se ci si ostina a far finta di non capire cosa spinge gli individui a ribellarsi e si cerca di individuarne la causa negli anarchici. E quindi. Guerra, contro i proletari di mezzo mondo per assicurare potere, ricchezza e supremazia ai plutocrati del pianeta. Avvelenamento, di tutto ciò che ci circonda e dei nostri corpi con lo schifo che siamo obbligati a respirare, mangiare e assorbire per il profitto di quelli che difendete. Esproprio, di terre, culture e materiale umano per l’estrazione di materie prime utili a far marciare la macchina capitalistica, verde o a combustione che sia. E poi il ricatto del lavoro salariato, senza il quale è impossibile sopravvivere in questa società malata e pervasiva; schiavi condannati a svendere il proprio tempo libero per gonfiare le tasche di padroni senza scrupoli e dove spesso si finisce ammazzati o mutilati, ne sanno qualcosa gli operai dell’Eni di Calenzano, solo per fare un esempio. Lo sterminio degli oppressi, come quello in corso in Palestina con il quale fabbriche di morte occidentali fanno lauti profitti e del quale, personalmente, vi considero tutti complici. La repressione e l’eliminazione di chi non è conforme alla vostra idea di normalità, produttività e utilità, di chi varca le vostre linee immaginarie che chiamate confini, di chi prova a scappare dalle bombe che voi stessi sganciate e dalla fame che voi stessi procurate, di chi alza la testa contro il padrone, contro le divise, contro le leggi. E la tortura, quella che riservate a chi finisce nella vostra morsa, ma che non riuscite a piegare; quella insita nel regime di annichilimento del 41 bis sotto la cui coltre avete voluto murare vivo, oltre a tanti altri, il nostro compagno anarchico Alfredo Cospito, progetto del quale la cosiddetta operazione Sibilla rappresenta un tassello fondamentale. Per me una parte della lotta che Alfredo ha intrapreso tra l’ottobre 2022 e l’aprile del 2023 e a cui i compagni hanno dato seguito tramite proteste e azioni dirette a livello internazionale, facendovi pagare lo scotto di questa spregevole disposizione, prosegue oggi qui dentro, in questa aula di tribunale.

 

Da parte mia avrete solo e sempre ostilità.

 

Ci tengo a esprimere il mio appoggio a quanti in questi giorni scendono in strada e se ne infischiano delle regole e della moderazione, contro il massacro sionista e i suoi finanziatori, contro il monopolio della violenza da parte della polizia e dello Stato.

 

Solidarietà internazionalista con tutti i compagni e le compagne privati della libertà. Il mio ricordo è per Kyriakos, morto in azione ad Atene il 31 ottobre 2024, il mio affetto a Marianna, ferita nella stessa e attualmente costretta in una cella del carcere di Korydallos.

 

Matteo Monaco

 

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Dichiarazione letta da Sara Ardizzone nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

 

Sono anarchica. Come anarchica sono nemica di questo Stato come d’ogni altro Stato, dal momento in cui questo nella sua essenza presuppone l’esercizio del potere militare ed economico di alcuni uomini e donne su altre persone e sul pianeta in generale. Sono nemica di ogni forma di governo di cui questo si dota, dal momento in cui la scelta tra democrazia e dittatura è solo quella più funzionale a mantenere il controllo sulla popolazione o per essere più precisi: sulla classe oppressa. Odio l’attuale ordine esistente e chi lo detiene pertanto credo nella giustezza della violenza degli oppressi avverso le proprie catene ed avverso chi le stringe.

 

Di sedere sul banco degli imputati a rispondere di danneggiamento contro delle auto di poste italiane, azienda responsabile dei rimpatri forzosi di centinaia di migranti scappati dalle guerre di cui l’Italia è coprotagonista non mi provoca né turbamento né vergogna.

 

Quello che invece, per dirla con un eufemismo, mi lascia indignata è il costrutto che avete fatto sull’anarchismo. Un castello di bugie volto solamente ad aumentare anni di galera per compagni e compagne, volto solo a giustificare l’attuazione di regimi speciali in cui altrimenti non potrebbero andare. Pertanto la pubblica accusa ha creato un mondo, un mondo anarchico fatto di capi, dove articoli di giornale diventano “ordini” dove c’è chi impartisce comandi e chi li riceve dove c’è chi istiga e chi viene istigato.

 

La cosa più sorprendente è che quello di cui accusate l’anarchismo ,in realtà, è il vostro mondo. Davanti ogni caserma dei carabinieri campeggia la scritta “obbedir tacendo e tacendo morir” motto che lascia un ampio margine di giustificazione individuale per quei servi che perpetrano quotidianamente la violenza statale. Un motto studiato ad hoc o per alleggerirsi la coscienza dalle barbarie quotidiane o, forse, più probabilmente per smarcarsi da qualche processo iniziato solo quando l’operato dei cosiddetti tutori dell’ordine pubblico è troppo eclatante per essere silenziato.

 

La responsabilità individuale è, invece, un fondamento dell’anarchismo. Io non prendo ordini né li do’: né da nessuno né a nessuno. Agisco rispondendo solo alla mia coscienza che non ha parametri d’interesse né di vantaggi e che rimane l’unica voce che io possa ascoltare.

 

Vedere un anarchico, in questo mio processo coindagato, in 41 bis non è un deterrente alla convinzione nelle mie idee anzi è un rafforzativo. Mi convince sempre di più della vostra ipocrisia, mi convince sempre di più che, al di là dell’ingiustizia del 41 bis nella sua posizione specifica, il 41 bis in generale è tortura. Perché non si possono tenere per un tempo indefinito degli esseri umani senza contatti fisici né senza vedere il cielo. Mi convince che c’è un enorme differenza fra la violenza degli oppressi e quella degli oppressori: la prima segue un etica, la seconda nessuna.

 

Sempre per l’anarchia.

 

Chiudere il 41 bis.

 

Sara Ardizzone

 

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Dichiarazione letta da Paolo Arosio nel corso dell’udienza preliminare del procedimento Sibilla

 

Non è mia abitudine prendere parola davanti ad una corte o ad un tribunale. Se oggi, invece, ho deciso di farlo è perché vedo in questo provvedimento a nostro carico alcune specificità che vanno sottolineate. Come prima cosa vorrei precisare, però, che queste mie brevi parole non sono certo pronunciate per fornire in alcun modo alla corte elementi ulteriori di giudizio né, tantomeno, per giustificare in qualche modo ciò che mi accusate di aver fatto. Per quanto siano evidenti gli aspetti paradossali e contraddittori dell’indagine di cui, insieme a miei compagni, sono stato fatto oggetto, da una parte mi mancano le competenze giuridiche e legali e, dall’altra, ho troppo rispetto per la mia intelligenza e per la mia dignità per perdermi in cavilli e sottili discrimini giuridici. Mi preme invece sottolineare, ed è questo il motivo per cui ho preso parola, che le accuse e i provvedimenti a nostro carico oggi all’attenzione di questa corte abbiano un carattere che certo esula dalle giustificazioni legali di cui l’accusa ha ammantato questa vicenda. Vi sono delle scelte precise che hanno mosso gli organi inquisitori nella scelta di condurre questa operazione, scelte che attingono alla sfera della politica e dell’etica ben più che a quella della legalità. Penso sia evidente a chiunque che siano quanto meno due gli ordini di ragioni che hanno condotto a questa indagine.

 

Per primo, da una parte il progressivo inasprirsi delle tensioni sociali e politiche, in Italia e nel mondo, pongono gli apparati dello stato di fronte alla concreta possibilità di esplosioni di rabbia sociale e di rivolta contro di loro. Dalle forme di resistenza popolare e nazionale delle popolazioni palestinesi che si oppongono al genocidio perpetrato da Israele allo scoppio genuino di rabbia che sta attraversando le strade in Italia a seguito dell’ennesimo omicidio razzista da parte delle forze dell’ordine a Milano; dalle centinaia di migliaia di diserzioni e sabotaggi che, da entrambi i lati del fronte, sono diventati quotidianità nel conflitto di spartizione delle zone di influenza tra la Federazione Russa e la Nato all’azione “bella e vendicatrice” di Luigi Mangione a Manhattan; dagli scioperi selvaggi in Iran e in India alle mobilitazioni del proletariato tedesco, sempre più le tensioni che il capitalismo e gli stati stanno provocando suscitano un sommovimento delle masse oppresse che rischia di sfuggire al loro controllo. Terrorizzati di perdere il monopolio della violenza e la possibilità di sfruttare gli altri esseri umani gli oppressori, e voi che ne difendete gli interessi insieme a loro, devono tentare di mettere in campo politiche sempre più repressive e feroci. Politiche di guerra, perché l’accelerarsi delle contraddizioni interne al capitale solo guerra può portare, che hanno il preciso intento di colpire, sia all’interno dei propri confini che all’esterno, i nemici che da sempre vengono sfruttati e uccisi, gli oppressi.

 

In questo senso paiono assurde le accuse di istigazione e organizzazione a nostro carico.  L’emergere drammatico delle contraddizioni sociali non ha certo bisogno dell’istigazione di un pugno di anarchici per dar sfogo alla propria rabbia né le lotte degli oppressi hanno necessità di chissà quale organizzazione clandestina per comprendere ed agire contro gli apparati dei loro oppressori. È quanto meno un dato di fatto che da quando il giornale anarchico Vetriolo ha cessato le pubblicazioni o da quando la vostra opera censoria ha zittito i siti di contro-informazione Malacoda e RoundRobin il conflitto sociale non è certo scemato ma, anzi, si è inasprito sempre di più.

 

Il secondo ordine di ragioni, che certo non esula dal primo ma ne è, anzi, un tragico corollario, attinge alle “personalità” dei protagonisti di questa vicenda giudiziaria. È in corso, ormai da decenni, uno scontro politico sulle strategie repressive che lo stato italiano deve mettere in campo per gestire l’inevitabile crisi e le sue conseguenze. In questo senso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo rappresenta un’opzione strategica di gestione dell’ordine pubblico che ha i propri gruppi di potere, i propri organi di propaganda e i propri interessi specifici. Non è dunque un caso se questa operazione, dal chiaro carattere censorio e intimidatorio, abbia avuto un peso specifico enorme nelle decisioni di sottoporre il compagno anarchico Alfredo Cospito al regime detentivo del 41 bis. Il 41 bis rappresenta, anche dal punto di vista propagandistico oltre che da quello giuridico, il fiore all’occhiello di un intero sistema di apparati volti nei fatti ad instaurare un regime da “stato di polizia”, in cui le esigenze repressive dell’ordine pubblico siano prioritarie nella gestione dello stato. Il compagno anarchico Alfredo Cospito è stato così sottoposto a questo regime inumano per la giustezza e la dignità delle sue azioni e del suo pensiero. Il tentativo, però, di demonizzarlo e di isolarlo è fallito in primis per le capacità di lotta che lui stesso ha saputo esprimere e, anche, per la mobilitazione di centinaia di persone in solidarietà alla sua condizione. Una mobilitazione che, ancora una volta, non ha certo avuto bisogno di sobillatori o istigatori per esprimersi ma che ha avuto la capacità, grazie alla forza e all’integrità di Alfredo, di aprire delle contraddizioni anche all’interno degli apparati statali mettendo in discussione i punti di forza della corrente politica che fa capo alla DNAA. Ecco, quindi, che per giustificare le scelte repressive sulla vita e sul corpo del compagno si chiede a questa corte di aprire un nuovo processo a suo carico nell’intento di cercare delle foglie di fico legali che possano coprire la volontà vendicatrice e censoria degli apparati di polizia di colpire la coerenza e la dignità di un anarchico rivoluzionario.

 

Queste, brevemente, sono le poche eccezioni che volevo portare. Sta ora alla vostra falsa coscienza trovare i cavilli con cui smentire l’ovvietà di queste affermazioni e procedere nel processarci.

 

 

Paolo Arosio

Richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di un compagno di Spoleto

Diffondiamo la notizia di una richiesta di sorveglianza speciale nei confronti di un compagno anarchico, per la durata massima di legge, con obbligo di soggiorno in un piccolo comune nell’hinterland spoletino, con il rientro notturno e le firme. La richiesta, notificata solo oggi (6 aprile) con lo scopo evidente di ostacolare la difesa e le iniziative di solidarietà, verrà discussa il prossimo 18 aprile al tribunale di Perugia.
Si tratta di una misura di prevenzione, quella della sorveglianza speciale, ormai rodata nella repressione contro l’anarchismo rivoluzionario. La novità di questo procedimento è che esso prende spunto questa volta non da un’informativa dei soliti ROS o DIGOS, ma da una nota del Gruppo Investigativo Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza del febbraio 2021. Si tratterebbe, a leggere le scartoffie, di un’attività di indagine «nell’ambito dell’ordinaria pianificazione operativa annuale» previsto dal codice antimafia del 2015 e ormai esteso anche al cosiddetto antiterrorismo.
Sebbene a conclusione della nota della Finanza si affermi che «non emergono situazioni di incoerenza finanziaria», la procura di Perugia recupera in maniera pretestuosa questo documento per dedurne, assieme ai precedenti di polizia, giudiziari e carichi pendenti, nonché dalla conclamata refrattarietà all’obbedienza delle norme emergenziali anti-Covid, il profilo di pericolosità sociale del compagno e quindi la richiesta di misura di prevenzione personale.
A questa nota la dottoressa Comodi aggiunge un’autocitazione, facendo riferimento alle accuse originariamente mosse nell’ambito dell’indagine Sibilla, per cui erano stati richiesti otto arresti, successivamente ridimensionati in sei misure cautelari, tra i quali gli arresti domiciliari per il compagno in questione – misure poi revocate per ben due volte, l’ultima recentemente lo scorso 14 marzo. Come d’uopo in queste circostanze, le accuse sconfessate in sede giudiziaria vengono esposte come «gravi e attuali indizi di pericolosità sociale». Stavolta l’onestissimo pubblico ministero arriva però a mentire, affermando che il GIP avesse in origine sposato integralmente le sue richieste.
Il fatto che questa volta non siano stati i soliti incappucciati di ROS e DIGOS a raccattare indizi incriminanti, lo dobbiamo probabilmente alla volontà di non ingenerare un sospetto di conflitto di interessi nei confronti di coloro che, nell’arco di oltre 15 anni, hanno portato avanti le attenzioni  poliziesche nei confronti del compagno, anche collezionando non poche figure di merda. Resta nondimeno disgustoso che un nostro compagno che nella vita fa l’operaio, che sopravvive con un reddito da proletario, sia soggetto delle attenzioni delle famigerate fiamme gialle, i cui compiti millantati risiederebbero nello scovare le malefatte finanziarie dei capitalisti.
Non ci facciamo però ingannare dai giochi di prestigio. Questa richiesta viene fatta proprio dal PM Manuela Comodi, specialista delle inchieste anti-anarchiche, recuperando un accertamento dall’esito negativo di due addietro e avviene nel momento più drammatico della lotta aperta da Alfredo Cospito con il suo sciopero della fame. Si pone evidentemente nel solco delle iniziative di controinsurrezione tese a togliere i compagni dalle strade.
In questi tempi di guerra e di repressione, su questo come su altri fronti non accettiamo il monito dello Stato.

Umbria, 6 aprile 202

La Sibilla prevede ancora tempesta. Presenza solidale con Alfredo Cospito in occasione dell’udienza di riesame per le misure cautelari dell’operazione Sibilla (Perugia, 14 marzo 2023)

La Sibilla prevede ancora tempesta. Presenza solidale con Alfredo Cospito in occasione dell’udienza di riesame per le misure cautelari dell’operazione Sibilla (Perugia, 14 marzo 2023)

la sibilla prevede ancora tempesta

 

 

Il 14 marzo si terrà presso il tribunale di Perugia l’udienza di riesame sulle misure cautelari per gli anarchici coinvolti nell’operazione repressiva Sibilla dell’11 novembre 2021, cioè per quei compagni per cui vennero disposte le misure con l’accusa di istigazione a delinquere (414 c. p.), aggravata dalla finalità di terrorismo, in relazione alla redazione, pubblicazione e distribuzione dei primi sei numeri del giornale anarchico “Vetriolo”. Tra gli indagati ci sono Alfredo Cospito, in sciopero della fame da oltre 130 giorni, e Gianluca, attualmente in custodia cautelare agli arresti domiciliari per l’indagine Diamante, disposta il 16 marzo 2022 dalla procura di Genova. Questo secondo riesame è derivato dall’udienza tenutasi il 22 giugno scorso alla corte di cassazione e conclusasi con l’accoglimento della richiesta del pubblico ministero Manuela Comodi, quindi con l’annullamento del precedente provvedimento del tribunale del riesame, che il 16 dicembre 2021 aveva revocato le misure cautelari. La corte di cassazione, a dispetto di quanto espresso dal procuratore generale (che aveva chiesto il rigetto dell’appello della procura perugina), aveva perciò “riesumato” l’indagine annullando la revoca delle misure e disponendo questa nuova udienza di riesame.

Nel contesto di questa indagine portata avanti dalle forze repressive con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, otto compagni, tra cui lo stesso Alfredo – già precedentemente indagati dal ROS dei carabinieri e dalla procura di Milano in un altro procedimento per 270 bis c. p. e 414 c. p. in relazione alla pubblicazione di “Vetriolo” – erano stati oggetto a settembre 2021, da parte della procura di Perugia, di una richiesta di misura cautelare in carcere con le stesse accuse, più altre a vario titolo inerenti ulteriori articoli, volantini, documenti e un danneggiamento. Contestualmente a tale richiesta d’arresto, veniva disposto per Alfredo Cospito un provvedimento di censura sulla corrispondenza della durata di tre mesi, in seguito rinnovato più volte fino al trasferimento in regime di 41 bis, dove la censura – a differenza dell’Alta Sicurezza 2 – è elemento costitutivo del regime stesso. Le ragioni di questa censura divenivano chiare solo successivamente, quando l’11 novembre “scattava” l’operazione Sibilla e l’originaria richiesta del PM veniva ridimensionata dal Giudice per le Indagini Preliminari in sei misure cautelari per la sola accusa di istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo (tra cui un mandato di arresto in carcere per Alfredo, all’epoca recluso nel carcere di Terni). Inoltre, venivano effettuate decine di perquisizioni, sequestrate centinaia di copie giornali e libri e due siti internet erano sottoposti a sequestro preventivo e oscurati (un fatto praticamente inedito per quanto riguarda il movimento anarchico di lingua italiana). Secondo l’antiterrorismo, negli articoli oggetto di indagine «venivano espressi concetti strategici nell’orientamento e nel meccanismo di propaganda istigatoria aventi la concreta capacità di provocare la commissione di specifici delitti non colposi contro la personalità internazionale ed interna dello Stato, al fine di sovvertire attraverso la pratica della violenza il suo ordinamento giuridico, politico, economico e sociale». In questo senso, al fine di evidenziare la «corrispondenza tra i contenuti di “Vetriolo” ed alcune azioni dirette», il ROS – alla ricerca di analogie o coincidenze lessicali e concettuali – aveva intrapreso una comparazione tra gli articoli pubblicati nei primi numeri del giornale e i testi rivendicativi di alcuni attacchi incendiari ed esplosivi avvenuti in Italia e in altri paesi europei.

Assieme al processo Scripta Manent, l’indagine Sibilla ha avuto un ruolo fondamentale nella genesi (e nelle successive molteplici conferme giuridico-politiche da parte del tribunale di sorveglianza di Roma, del ministro della giustizia Nordio e infine della corte di cassazione il 24 febbraio scorso) del provvedimento di detenzione in regime di 41 bis per Alfredo Cospito. Come scriveva il compagno, «quest’ennesima operazione repressiva va a colpire tra le altre cose un giornale anarchico e rivoluzionario come “Vetriolo” che in un periodo pregno di rivolte (e quindi di occasioni da non mancare) e di confusione ideologica ha continuato imperterrito a fomentare lotta di classe in un’ottica anarchica e insurrezionale».

Non riponiamo alcuna fiducia nella giustizia dello Stato e, proprio per questo, restiamo convinti che i rivoluzionari propagano le proprie idee, considerano il precipitare degli eventi come una prospettiva desiderabile, intendono lottare affinché si aprano possibilità di liberazione, gioiscono quando le figure e le strutture dello Stato e del capitale vengono colpite, ma non sono dei meri “istigatori”. Chi agisce contro lo Stato e i padroni ha già maturato una determinazione tale da non avere necessità di essere “istigato”, perché è l’autonomia di pensiero e di azione ad esprimersi, non il gregarismo e la subordinazione a degli ordini. Alfredo Cospito ha dedicato la propria vita ad un’idea che ha continuato ad affermare con risolutezza anche di fronte alle peggiori avversità, come ha fatto a partire dal 5 maggio 2022 con il trasferimento in 41 bis e come sta facendo con ancora più intensità dal 20 ottobre con l’inizio dello sciopero della fame ad oltranza. Non è vittima di un’ingiustizia e non è un “istigatore”, ma un anarchico, un rivoluzionario che si trova in 41 bis perché siamo in un’epoca dove la guerra torna preponderantemente a farsi sentire, dove le stragi (come quella avvenuta sulle coste calabresi il 26 febbraio, con più di 100 migranti annegati) sono parte integrante delle stesse logiche di guerra del capitale, dove i proletari vengono sempre più sfacciatamente impiegati come carne da macello sul lavoro, dove – per guardare più in particolare all’Italia – aumentano costantemente i profitti dell’ENI e di Finmeccanica e dove l’attuale esecutivo, che vede numerosi esponenti della lobby delle armi al suo interno, procede nel proprio avvitamento repressivo e verso la guerra, interna ed esterna, in combutta con gli organismi del capitale internazionale. Ecco perché la vita di Alfredo, le idee che ha sempre sostenuto, le azioni per cui è stato condannato (o che ha rivendicato, come nel caso del ferimento di Adinolfi, dirigente di Ansaldo Nucleare), essendo una radicale espressione della lotta rivoluzionaria, rappresentano le ragioni della rivolta e la necessità della rivoluzione contro le sirene della sottomissione e della rassegnazione a questa realtà sociale.

Per questi motivi siamo solidali con Alfredo Cospito, come lo siamo con Nadia Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, militanti delle Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente reclusi in 41 bis da oltre 17 anni. Oggi Alfredo si trova nella fase più critica dello sciopero della fame. Noi continuiamo a sostenerlo con la consapevolezza che – dopo tutti questi mesi – niente sarà più come prima.

PRESENZA SOLIDALE CON ALFREDO COSPITO IN OCCASIONE DELL’UDIENZA DI RIESAME PER LE MISURE CAUTELARI DELL’OPERAZIONE SIBILLA: MARTEDÌ 14 MARZO 2023, ALLE ORE 08:30, DAVANTI AL TRIBUNALE DEI GIUDICI PER LE INDAGINI PRELIMINARI (EX PALAZZINA ENEL) IN VIA XIV SETTEMBRE 86, A PERUGIA.

Assemblea di solidarietà con Alfredo Cospito e i prigionieri rivoluzionari
Roma, marzo 2023

Neri Come la Vita

 

 

 

 

 

“La  strada senza via d’uscita  è la morte non la vita.

Canta che non è finita”

Anonimo

 

 

Io non mi illumino d’immenso.

 

Io non parlo al singolare, concepisco solo il plurale.

 

Noi per cui non ci illuminiamo d’immenso.

 

Non ci interessa.

 

Per noi fondamentale è altro. Per noi tutto ha inizio da un semplice presupposto:

 

nessuno è libero finché non sono liberi tutti.

 

Nessuno è, nessuno sussiste, se considera solo sé stesso.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo di immenso.

 

Perché di illuminare noi stessi non ci interessa.

 

I verbi riflessivi non ci rappresentano.

 

I nostri verbi sono diretti, le nostre azioni pure.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo di immenso.

 

Perché illuminare sa di artefatto.

 

Si illumina una stanza, una strada, una cella, anzi nemmeno.

 

A noi piace la luce naturale, e il buio che la segue.

 

Il buio che incute timore. Come i nomi che a avete creato voi per noi, come  il nostro colore. Che etimologicamente nemmeno lo è un colore.

 

È l’assenza di luce. Non necessita di nulla per esser definito. È.

 

Come lo siamo noi. Non cerchiamo definizioni per noi stessi. Le date voi, le danno loro.

 

Voi definiteci, come credete. A noi i nomi non servono, non ne abbiamo uno. Sprecate voi il tempo a catalogarci, noi nel frattempo siamo. E basta.

 

Voi non ci conoscete, ma ci classificate.

 

Loro non ci conoscono, ma stigmatizzano.

 

Noi intanto non solo siamo, ma senza nome lottiamo, in nome di tutti, per tutti.

 

 

Noi non ci alluminiano d’immenso.

 

Non ci appartiene la ribalta, non pratichiamo i palcoscenici, non vogliamo rilucere, non ci servono i riflettori.

 

Alla fine, come è scritto su diversi muri, è tutto loro quello che luccica.

 

E a noi di luccicare non interessa. Noi non apparteniamo a loro. Noi apparteniamo solo a noi stessi. Per noi solo una sola cosa conta la libertà, per tutti.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Siamo vecchio stile, siamo retrò, noi la luce la creiamo, la facciamo nascere.

 

Non ci servono né tungsteno, né interruttori, né led, né la corrente. A meno che non sia d’aria. E bella forte.

 

Noi siamo semplici, ci basta una fiamma per vedere, per vederci, per farvi vedere, così da farvi strada.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Noi, citandovi, siamo così controversi che ci accontentiamo di una fiamma e del vento.

 

Non fate però l’errore di pensare che il vento la spenga, come tanti pensano e diversi vorrebbero, il vento la alimenta, porta ossigeno, nuova forza. La tiene viva. In ogni caso ricordate: se si spegne una fiamma al buio si torna. E, si sa, il buio è nostro.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Anche se restiamo al buio non ci perdiamo, non abbiamo paura.

 

La nostra fiamma, no, non si spegne, ma anche se così fosse, ricordate, noi amiamo, conosciamo il buio. Non ci spaventa. Come potrebbe spaventarci la notte? Siamo neri, come lei.

 

 

 

Noi non c’illuminiamo d’immenso.

 

Noi nemmeno proviamo a fermare il vento, sempre un muro insegna, che gli faremo solo perdere tempo.

 

Noi non solo leggiamo, ma scriviamo anche sulle mura delle città. Non per dirvi che ci siamo, scriviamo per voi tutti, perché non parliamo, non rilasciamo dichiarazioni. Crediamo in quello che facciamo. Siamo quello che facciamo. Non ci interessa dare spiegazioni in merito.Va fatto. E’ insito in noi, è nella nostra indole. Una mamma quando nutre un figlio deve dichiararlo? Deve spiegare le sue motivazioni? Rilasciare dichiarazioni? No. Lo fa perché è giusto farlo, lo fa per amore, perché è dare e mantenere una vita, è naturale volere, dare senza avere. Lo stesso motivo che ci anima, che ci mantiene vivi. Le stesse motivazioni. Crediamo in tutto quello che facciamo, lo facciamo perché va fatto, nonostante corriamo rischi gravosi, subiamo condanne ineguagliabili. Noi continuiamo. Perché va fatto, perché è giusto farlo. Lo facciamo per amore, è naturale volere necessaria esigenza in quanto meritiamo non la vita, ma una vita libera, dignitosa, perché essa è nostra e abbiamo il diritto di decidere noi come viverla.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Noi i nostri pensieri ve li lasciamo, ve li regaliamo, ma forse siete proprio voi che non volete capirli, o semplicemente che trovate più agevole travisarli. O forse, essendo questi scritti su muri e vetrine, per vostra scelta non volete vederli. Una volta era condannabile il significato di una frase, ora, al contrario, viene immolata a priori, in base al è il luogo dove viene stilata, senza esser degna non di lettura, ma di comprensione. Due concetti fondamentalmente differenti. Ma noi scriviamo comunque, in bella vista, perché purtroppo, ora come ora forse i muri sono l’unica cosa che viene letta, i libri non più. Ricordate, leggere è sapere e il sapere rende liberi.

 

 

 

Noi scriviamo o, come dite voi imbrattiamo, perché verba volant ma scripta manent, e noi possiamo dirlo, noi lo sappiamo, nessuno lo sa meglio di noi. Lo sanno i nostri cuori, quel che ne resta, dato che troppo pezzi sono stati asportati e posti lontani da noi, invisibili agli occhi di tutti.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo di immenso.

 

Noi dobbiamo pensare al nostro sangue dietro le sbarre, non solo quello secco delle nostre ferite e degli abusi subiti.

 

Il sangue del nostro sangue che ancora scorre nelle vene dei nostri compagni, sepolti sotto metri di terra e isolati dentro una cella. Chiamarla così, poi, è una menzogna lusingatrice. Tomba è decisamente un termine più idoneo.

 

Noi abbiamo le guance solcate dalle nostre lacrime, la pelle straziata da squarci che arrivano fino al midollo. Voragini che mai si rimargineranno, mai cicatrizzeranno, com’è giusto che sia.

 

In fin dei conti la cicatrice altro non è una farsa carnevalesca, nasconde, imbelletta una ferita, in modo che possa esser dimenticata. Ma queste ferite, invece, devono restare aperte. Devono pulsare a ritmo del nostro battito. Devono esser in bella vista vanno ricordate, mai dimenticate.

 

Queste son le peggio ferite. Gli ematomi, gli sfregi, i tagli, le ossa rotte, in confronto risultano essere ridicoli. Dopo tutto a questi ci siamo abituati, a questi le loro forze dell’ordine ci hanno abituati. Non resta che dire una cosa: peggio per loro.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Noi non avremo tutto.

 

Tuttavia, noi però abbiamo molto, quel molto che non si compra, quel molto che in pochi hanno, e che vorremo che tutti avessero.

 

Quel molto il cui valore non è materiale, non è valutabile, vendibile, rateizzabile, poiché per definizione è inestimabile.

 

Noi abbiamo noi stessi.

 

Noi abbiamo la nostra famiglia.

 

Noi non saremo mai soli, noi non lasceremo mai nessuno solo.

 

 

 

Non possiamo illuminarci d’immenso, non vogliamo.

 

Noi non siamo qui per noi siamo qui per tutti voi.

 

La libertà per cui lottiamo dev’essere per tutti anche per chi non ci vuole, non ci accetta.

 

Cantava qualcuno “siamo come le piante infestanti, che più ci tagli le gambe più cresciamo forti”

 

Lo hanno fatto, lo hanno fatto spesso, ma, sfortunatamente per loro, di gambe da tagliere ce ne sono cresciute il quadruplo di prima.

 

Avrebbero voluto abbatterci, ma sono solo riusciti a potarci. E potare si sa, rafforza, irrobustisce. Loro lo hanno fatto cosi frequentemente che alla fine non siamo solo più piante, siamo diventati una foresta.

 

Forse  puntavano all’inversamente proporzionale? Più li abbattiamo meno crescono?

 

Non ha funzionato. Non funziona. Poiché noi non siamo nemmeno direttamente proporzionali. Purtroppo per loro, noi siamo direttamente esponenziali.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Fondamentalmente perché noi non camminiamo, noi non domandiamo.

 

Noi infiammiamo.

 

Noi ardiamo.

 

La nostra strada l’abbiamo trovata con una singola semplice fiamma.

 

Con questa noi illuminiamo, lo facciamo per voi, così che possiate vedere quello che vediamo noi, come potrebbe essere diverso questo mondo.

 

Vorremo che vedeste quello che i nostri occhi vedono, i nostri cuori desiderano e le nostre menti esigono. Vorremo che vedeste una vita completamente diversa, una vita senza piramidi verticali o distinzioni orizzontali, Una vita in cui crediamo non perché bella, ma perché è impossibile non credere che potrebbe essere tale, fattibile, perché cosi dovrebbe essere la realtà che ci spetta, che ci meritiamo.

 

Se non la vedete forse è perché delle ombre la oscurano. Degli stigmi vi bloccano, gli stereotipi vi allertano, i preconcetti vi fermano. Abbandonateli. Guardate quello che vediamo noi.

 

E se non lo vedete esprimetevi, dite quello che pensate. Non abbiamo paura delle diverse opinioni, del confronto. Per noi la diversità è una ricchezza, non una minaccia.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Noi vogliamo che cali il buio su questo sistema imposto.

 

Noi non crediamo in questa società, in questa struttura prestabilita da pochi sulla pelle dei molti restanti. Non ci crediamo e la combattiamo non solo per lo sfruttamento, la disparità, le ingiustizie, gli abomini, le guerre giustificate nei più fantasiosi e ipocriti dei modi.

 

Noi non la accettiamo per un semplice fondamentale motivo: noi crediamo negli esseri umani, noi crediamo nell’empatia, nell’intelligenza, nella socialità, nella capacità di autogestirsi, nella libertà di scegliere, nel mutuo aiuto e soccorso. Noi rinneghiamo questo sistema sociale perché siamo convinti che l’uomo non abbia bisogno di qualcuno che lo governi. Quel qualcuno che poi, pensate, lo fa pure a suo discapito. Noi crediamo che sia possibile un’esistenza senza istituzioni imposte, che l’uomo sia in grado di vivere, collaborare, condividere, rispettare, aiutare, senza nessuno che lo comandi, che gli imponga il suo volere, che gli dica cosa fare.

 

Crediamo in noi, e riponiamo le speranze in voi.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Vorremo lo faceste voi.

 

Voi siete veramente convinti che le persone siano così povere interiormente, così scarne intellettivamente, così primitive socialmente da non essere in grado di convivere senza leggi (ingiuste) norme (inutili) classi (inesistenti nelle leggi, ma che esse stesse creano)?

 

Avete veramente così scarsa fiducia, cosi poca stima di voi stessi? Veramente vi credete così inetti da dover aver qualcuno che vi dica cosa fare, come vivere, quanto lavorare, cosa sia giusto possedere, cosa no, cosa sia bello/brutto/corretto/scorretto/legale/illegale/accettabile/intollerabile/essenziale/inutile? Noi no. Noi crediamo che ognuno sia in grado di scegliere da solo, che l’etica sia implicita nell’essere umano, che l’autogestione sia non possibile, attuabile e fattibile in una società formata solo da ciò che è essenziale e necessario. Gli esseri viventi. E basta.

 

In fin dei conti la disparità non è forse nata quando fu istituita una proprietà privata? La povertà non l’ha partorita il denaro.?  Lo sfruttamento non ha suoi albori nel momento in cui in nome di qualsivoglia dio o dalla smania di accedere alle altrui risorse, coloro che si sono arrogati il diritto di comandare e comandarci hanno invaso l’altrui terra? Tutte le istituzioni, le strutture, le norme una cosa hanno fatto: creato divisioni, minato la libertà, deperito il libero arbitrio. Tutto questo fatto in nome della “vostra libertà”. Dei vostri diritti. Predicavano i vostri interessi, mentre vi rendevano meri schiavi, automi. Come possiamo vedere solo noi tutto questo? Come potete voi accettarlo, e nemmeno dichiaravi felici. Almeno questo consolerebbe. Tristemente invece, vi lamentate, ma accettate la realtà da loro creata a vostro danno. Accettate perché non così è, non c’è altra soluzione, non cambierà mai, e chi protesta nulla potrà. Nemmeno ci provate. Vi hanno tolto anche la dignità l’amor proprio.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Per noi una cosa sola deve essere illuminata e brillare.

 

La libertà.

 

Ma quale? Dov’è la libertà ora? Dov’è quella libertà che hanno detto di avervi garantito con le loro decisioni?

 

Scegliete voi le leggi? No. Il governo? No. Non scegliete nemmeno ciò che desiderate, dato che proprio una legge da loro creata stabilisce chi possa o meno concorrere alle cariche. Votate un simbolo. Una triste e incompetente comitiva che decide da sé le proprie cariche e istituzioni.  Nemmeno vi hanno concesso di scegliere chi governerà i vari ministeri. Votate un partito che, in nome del potere, si allea con altri partiti differenti, con visioni e pensieri anche agli antipodi. E voi andate pure la votarli. Se vi rappresenta un partito come potete accettare che si allei con altri di cui non condividete idee e posizioni?

 

Però il voto è un diritto. Quale? Di scelta libera forse? Però il voto è un dovere, un dovere nei loro confronti in nome dei loro interessi. Che bel dovere. Da schiavi andate alle urne e diventate cittadini. In sostanza migrate da una tipologia di schiavitù all’altra.

 

 

 

Considerate poi un’altra cosa: vi è concessa la scelta di non avere una struttura governativa? No. Vi viene imposto tutto, dalle ore di lavoro ai giorni di riposo, per finire con l’eta del pensionamento. Il tutto da persone per le quali la parola lavorare fa solo rima con lucrare, approfittare, sfruttare,

 

Persone che possono essere elette solo se raggiunto un quorum. La miglior barzelletta del loro sistema elettorale. Il quorum. Linea di demarcazione che distingue ciò che è democratico da ciò che è oligarchico. Ebbene, questa linea, attualmente denota come democratica un votazione se a questa hanno contribuito meno della metà degli elettori aventi diritto. Meno della metà. Questo definirebbe una democrazia, etimologicamente significante il governo del popolo? Beh il dèmos dovrebbe essere decisamente orgoglioso che il suo volere sia rappresentato.

 

 

 

Forse la vera domanda che dovreste porvi è: perché invece nessuno menziona la percentuale dei non votanti? Perché nessuno indaga sulle motivazione che non li portano alle urne? Che democratica questa democrazia, dove meno della metà nazione non sceglie e a nessuno importa. Anzi, per comodità, i non votanti vengono tacciati di menefreghismo.

 

Sarebbe controproducente pensare che in verità i non votanti non si sentano rappresentati da nessuno dei pagliacci in corsa? Magari argomentando che, dopo anni di collaborazionismo con la mafia, appalti, tangenti, furti rapine dei soldi pubblici, è probabile che non abbiano più fiducia in nella classe politica?

 

 

 

Noi non pensiamo nemmeno questo.

 

Non ci interessa questo, poiché noi crediamo che non servano rappresentanti, politici, ministri, portaborse, senatori, parlamentari e tutto l’inquietamente Freak show che pascola questo sistema politico. Ognuno ha il diritto di esprimere e di portare la sua stessa voce. Impossibile? Sarà più realistico un partito che asserisce di realizzare gli interessi di milioni di elettori. Questo non è impossibile, bensì fantascientifico. Ma ancora più ridicolo è che voi ci crediate. E poi ritenete utopica l’abolizione del sistema capitalistico. L’assenza delle strutture governative. E’ mai stato fatto un tentativo? No. E allora come si può giudicare illusorio? Ricordate che era considerata utopia anche che le donne votassero, o che studiassero. Era utopico un mezzo di comunicazione come un telefono, pensatevi internet. Era utopico che potesse essere realizzato un mezzo di trasporto come l’aereo. Anzi era utopico qualsiasi mezzo di trasporto differente dal cavallo. Come non si giudica prima di conoscere, non si dichiara impossibile nulla, nessuna idea, finche non si ha provato a realizzarla e si ha fallito.

 

Noi crediamo in noi, crediamo in voi. Com’è possibile che nemmeno in voi stessi riponiate fiducia? Com’è possibile che noi, i mostri, siamo qua a difendervi, a credervi i voi?

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

 

Non ci serve, ci conosciamo fin toppo bene in tutti i nostri pregi e difetti. La luce serve a chi deve vedere, cercare, conoscere, capire. Noi sappiamo chi siamo. Non ne abbiamo bisogno, ci conosciamo.

 

Noi però conosciamo voi, ma non giudichiamo e mai lo faremo. I giudizi limitano, delineano, distinguono. Non non giudichiamo perché non vorremo essere giudicati.

 

I giudizi non ci appartengono. L’unica cosa che ci appartiene siamo noi. Quella che vorremo ci appartenesse è la libertà.

 

Loro, al contrario, non solo ci vorrebbero imprigionati, loro ci vorrebbero suicidi dietro una grata.

 

Nemmeno la decenza di ammazzarci. Assumono la responsabilità di privare della luce, dell’aria, dei contatti umani, dei libri quanti esseri umani? Ma non si assumono la responsabilità di ammazzarli. Pensate anche loro, dall’altro delle loro poltrone, dalla miseria dei loro intelletti, perfino loro sono riusciti a capire una cosa fondamentale che ci denota: se toccano uno toccano tutti. Per cui la loro soluzione è questa: aspettare, credendo e sperando che coloro sepolti vivi si suicidino, rinunciano spontaneamente alla loro vita, per sfinimento, per annichilamento. Chiedetevi perché. Per pigrizia? No. Per etica e rispetto della vita ? No. Per lo stesso motivo per cui a voi non piace il nero, il buio. Perché il nero vi fa paura. Perché ad ogni azione corrisponde sempre una reazione, con le conseguenze che comporta. Loro però dimenticano una cosa, che la nostra storia dovrebbe avergli insegnato: noi reagiremo sempre, ci opporremo sempre. Non solo alle loro decisioni, a loro in quanto tali. Padroni di niente? No, lo siamo di noi stessi e per questo non siamo servi di nessuno.

 

 

 

 

 

Noi no ci illuminiamo d’immenso.

 

Non vogliamo nemmeno illuminare nessuno.

 

Che nessuno ci ascolti o ci segua poco importa, noi continueremo comunque a lottare.

 

Noi non deteniamo la verità, noi non crediamo nell’onniscienza. Se non altro perché se tutto si sa, se si è convinti di conoscere tutto, non si ha più nemmeno la gioia di scoprire, di conoscere.

 

Noi non vogliamo convincere nessuno. Noi speriamo che deciderete da soli cosa è giusto è cosa non lo è. I politici devono convincervi. Noi, a differenza loro, crediamo nell’intelligenza e nella capacità decisionale e cognitiva umana. Crediamo che tutti abbiano le stesse potenzialità. Purtroppo il sistema che governa ha fatto in modo non solo di gettare sul lastrico un sistema scolastico, ma pure di non renderlo accessibile a tutti. Ha generato consapevolmente l’ignoranza, conscio del fatto che più un popolo è ignorante più è soggiogabile, controllabile, plasmabile. Ma, purtroppo non si è fermato qui. Vi ha pure convinto che la cultura, la lettura, la curiosità, il costruirsi una cultura non sia necessario. Non serva per realizzarsi e sentirsi liberi. Ci avete creduto. Come criticarvi, alla fine coloro che l’hanno propugnato sono dove sono non di certo per capacità di analisi, cognitiva o per ricchezza culturale. Questi sono gli esempi che avete. Come biasimarvi.

 

Nulla è lasciato al caso.

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso.

Noi amiamo il buio, il buio che impera nei loculi dove loro ci chiudono.

 

Per quanto provino a privarci della libertà, dell’aria, delle visite dei nostri cari, delle foto dei nostri cari, dei libri, potete esser certi di una cosa: non ci abbatteranno, non ci avranno e noi mai rinnegheremo.

 

Per quanto potranno trattarci come i peggiori stragisti, incolparci peggio dei più beceri e disumani mafiosi, darci pene peggio degli attentatori che hanno squarciato un paese, noi non ci arrenderemo. Non abbiamo paura.

 

Perché crediamo nella nostra lotta, lotta che è per e di tutti.

 

Perché è pure bello combattere un’istituzione che si proclama democratica e nata dal volere del popolo, pensando che tutti credano a questa bugia a questa mistificazione.

 

Perché è bello combattere un sistema che si crede onnipotente, invincibile e ogni volta che incrocia il nostro sguardo, vacilla, traballa. Ogni volta che si pronunciano le due famose “B” i miseri potenti sentono la necessità di schierare il loro esercito di robocop non pensanti, agenti nel vero senso della parola. Agiscono e basta, pensare non è previsto, né loro concesso.

 

Ora ammettetelo: se poche persone reagiscono, si difendono e attaccano, provate a immaginare solo tanti individui che potenzialità potrebbero avere. Non lo fermerebbero il vento, lo creerebbero direttamente. Anzi sarebbero loro stessi il vento.

 

 

 

Alla fine possono agire in ogni modo, picchiarci, arrestarci, sotterrarci, sperare nel nostro suicidio, arrivare ad ucciderci. Qualsiasi cosa facciano possono toglierci tanto, ma mai tutto.

 

Non potranno, mai ci riusciranno. Poiché le cose a noi più care, quelle per cui lottiamo non sono materiali. Non sono valutabili. Sono inestimabili. E loro, se non possono dare un valore a un qualcosa, se non la possono produrre, industrializzare, capitalizzare, o sfruttare qualcuno in suo nome vanno in seria difficoltà.

 

 

 

 

 

Noi non ci illuminiamo d’immenso

 

 

 

Noi ci illuminiamo d’innesco.

 

 

 

L’immenso al momento non lo contempliamo.

 

 

 

Noi bruciamo di vita.

 

Loro puzzano di morte.

 

Odorano di cancrena.

 

E tra le putride bugie, le becere macchinazioni, i vergognosi teoremi, loro cercano le prove, gli inneschi, quelli veri. Loro e il materialismo, loro e gli oggetti.

 

L’innesco è dentro di noi. L’innesco siamo noi.

 

 

 

Seppelliteci, siamo semi, cresceremo.

 

Dateci l’oblio del buio. Siamo micce. Ci accenderemo. Esploderemo.

 

Non illuminiamo.

 

Noi brilliamo.

 

 

 

La morte viene dipinta come una luce in fondo al tunnel.

 

La nascita della vita è l’antitesi di questo: il seme germoglia nelle tenebre del sottosuolo.

 

La vita si origina nel buio.

 

Il primo spazio che conosciamo, dove iniziamo a esistere, l’unico posto dove nessuno impone il proprio volere su di noi, il ventre della mamma, è buio. Il primo colore che vediamo è il nero.

 

Noi siamo neri come la vita.

 

 

 

Poi, potranno toglierci tanto, ma non tutto. Ma da sempre, non considerano e dimenticano non una nostra variante, ma una nostra costante, fondamentale.

 

 

 

Noi abbiamo le fiamme nel cuore e il vento nelle vene.

 

Le avremo sempre. Fino alla fine. E oltre.

 

 

 

Ogni volta che dal nulla sentirete delle raffiche di vento che profumano di rogo,  saprete che siamo noi.

 

 

 

Viaggiamo solo con il vento in poppa, a più nodi possibili.

 

Pericoloso penserete.

 

La staticità, l’invariabilità, la calma hanno il gusto della sicurezza, dell’assenza di pericolo.

 

Falso. Il mare in bonaccia è il più pericoloso.

 

 

 

E ricordate, se anche l’alfabeto incomincia con la A un motivo ci sarà.

 

 

 

Al fianco nostri pezzi di cuore ingabbiati, con il vento in poppa nelle vene, e le fiamme vive nel cuore.

 

Sempre.

 

Frondenoire e Rogo

 

 

 

 

Omar Nioi: Scripta Manent – Un processo politico contro 20 anni di storia dell’anarchismo rivoluzionario

 

Pubblichiamo la Lettera – Intervento del compagno anarchico sardo Omar Nioi (condannato nel processo “Operazione Scripta Manent”) all’iniziativa tenutasi ad Atene (A.S.O.E.E.) il 19 dicembre 2022 in merito allo sciopero della fame del compagno anarco-nichilista Alfredo Cospito.

 

– Organizzazione: Hangout anarchico Nadir (Salonicco)

 

– Progetto di traduzione blessed-is-the-flame.espivblogs.net, Compagni.

 

– La traduzione dall’italiano è stata fatta dal gruppo di controinformazione Radiofragmata (radiofragmata.nostate.net).

 

Omar Nioi: Scripta Manent – Un processo politico contro 20 anni di storia dell’anarchismo rivoluzionario

Per prima cosa un saluto a tutti i compagni presenti a questa iniziativa, un saluto e un ringraziamento particolare ai compagni promotori. A oggi la tessitura di rapporti internazionali, scambi e confronti, continua ad essere, come in passato, un elemento necessario e parte sempre viva dell’anarchismo rivoluzionario per dare forza ai nostri intendimenti.

 

I fatti:

 

È l’alba del 6 settembre 2016, sono 32 i compagni su tutto il territorio dello Stato italiano a venire svegliati dalla polizia politica (DIGOS).

 

Il risultato del primo troncone dell’operazione di polizia chiamata “Scripta Manent”, ordinata dalla Procura di Torino tramite il suo inquisitore Roberto Maria Sparagna, è di 15 indagati e 7 arresti. Un ottavo anarchico invece, redattore del progetto editoriale della Croce Nera Anarchica (a oggi chiuso), viene arrestato in seguito all’esito della perquisizione domiciliare a suo carico, in cui gli vengono ritrovate delle batterie e un manuale da elettricista.

 

Oltre ai compagni Alfredo Cospito e Nicola Gai, già in carcere dal 2012, processati e condannati per il ferimento di Roberto Adinolfi, (amministratore delegato per Ansaldo Nucleare) azione rivendicata a firma “Nucleo Olga FAI/FRI” , vengono arrestati i compagni Alessandro, Marco, Danilo, Valentina e Anna.

 

Per i compagni, a vario titolo sono gli articoli 270 bis (associazione con finalità di terrorismo), 280 bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi) e 285 (Strage) a venir contestati partendo dal lontano 2003 e riguardanti tutti una serie di attacchi firmati “Federazione Anarchica Informale” attraverso le cellule “Narodnaja Volja”, “Cooperativa Artigiana Fuoco e Affini (occasionalmente spettacolare)”, “FAI/RAT (Rivolta Anonima e Tremenda)”, e la cellula “Nucleo Olga” appunto.

 

Quindi l’ennesima inchiesta sulla Federazione Anarchica Informale, l’ennesimo tentativo di andare a pescare nel torbido pur di assicurarsi uno stipendio, che tra periodo di indagine e processo, faccia ingrassare quanti più servi dello Stato possibile.

 

Nei primi mesi di questa operazione, i compagni arrestati, hanno fatto i conti con divieti di incontro tra loro, censura sulla corrispondenza, isolamento totale e diversi trasferimenti.

 

Nell’Aprile 2017, con l’avviso di chiusura indagini – per gli arrestati ed indagati a piede libero del Settembre 2016 – viene aggiunto, oltre ai reati già contestati in precedenza, per 12 dei 17 imputati iniziali, l’articolo 414 c.p. (istigazione a delinquere) con finalità di terrorismo come ideatori e/o diffusori del progetto Croce Nera Anarchica, giornale e blog, facendo esplicito riferimento ad alcuni editoriali ed articoli dal n° 0 al n° 3. Per quanto riguarda il reato di istigazione a delinquere, è indicata pure l’aggravante per “aver commesso il fatto attraverso strumenti informatici e telematici”.

 

Il 2 Giugno 2017, è arrivato il secondo troncone dell’inchiesta Scripta Manent. A carico di altri 7 anarchici, a piede libero siamo stati indagati per 270 bis e 414 c.p. perché redattori (e non) del progetto Croce Nera Anarchica e del blog RadioAzione e Anarhjia.info, le accuse qui sono per tutti il 270 bis (associazione sovversiva con finalità di terrorismo) in concorso con i compagni anarchici indagati nel primo troncone dell’ OP. Scripta Manent sempre in riferimento alla FAI, in piu’ il 414 c.p. (istigazione a delinquere, sempre con la finalità di terrorismo), traduzioni di comunicati, predisposizione, istigazione, apologia, ideazione e divulgazione sempre attraverso siti e giornali di materiale di propaganda ideologica anarchica “insurrezionalista-lottarmatista”, raccolta di denaro per sostenere i compagni imprigionati.

 

Oltre ad accusare ulteriormente 2 dei 7 succitati per 280 c.p., per il rinvenimento cartaceo, durante le perquisizioni del Settembre 2016, assieme ad altro materiale pubblicato su Croce Nera Anarchica, di copia della rivendicazione dell’attacco al tribunale di Civitavecchia del Gennaio 2016, a firma del “Comitato pirotecnico per un anno straordinario – FAI/FRI”.

 

Pochi giorni dopo, nell’udienza preliminare del 5 giugno 2017 appunto, sono stati unificati i due tronconi d’indagine, rinviando tutti a giudizio, senza cambiar nulla delle varie imputazioni. Praticamente, dopo un anno di controllo, censura (attraverso blocchi e sequestri sistematici della corrispondenza dei compagni arrestati, che è confluita direttamente nei faldoni del Pubblico Ministero, aggiunti agli atti all’udienza preliminare) e monitoraggio della solidarietà, il P.M. e la questura sono riusciti a tirare dentro all’inchiesta anche chi ha continuato a mantenere i contatti con i prigionieri e continuato l’attività editoriale.

 

Il processo in primo grado: Durante il mese di luglio 2017 si è tenuta l’udienza preliminare. Il processo per tutti è cominciato il 16 novembre 2017 presso l’aula bunker del carcere di Torino.

 

Dopo più di un anno di interminabili udienze, in cui l’accusa è andata a ripescare persino in vecchie inchieste anti-anarchiche tra gli anni novanta e i primi del duemila ripercorrendo gli ultimi trent’anni dell’anarchismo rivoluzionario in Italia, la storia degli attacchi a firma FAI, il susseguirsi di testimoni dell’accusa, periti tecnici dell’accusa e della difesa.

 

Nel marzo del 2019 sono arrivate le richieste di condanna da parte del P.M., e nell’aprile dello stesso anno le condanne in primo grado.

 

Alfredo è stato condannato a 20 anni, riconosciuto responsabile di possesso e trasporto di esplosivo in relazione all’ordigno al Parco Ducale ai RIS di Parma del 2005 (assolto dal reato di attentato perché “reato impossibile” in quanto l’interruttore dell’ordigno era spento), del pacco bomba postale inviato all’allora sindaco di Bologna Cofferati nel 2005 (condannato per l’attentato più possesso e trasporto di esplosivo), degli attacchi con ordigni esplosivi multipli alla scuola allievi Carabinieri di Fossano nel 2006 e nel quartiere Crocetta a Torino nel 2007 (reato di strage aggravata dal fatto che l’obiettivo sarebbero state le forze dell’ordine; caduta l’aggravante della motivazione politica), dell’invio di pacchi bomba postali all’allora sindaco di Torino, Chiamparino, al direttore del giornale Torino Cronaca, Giuseppe Fossati, e al COEMA edilità nel 2006. È inoltre indicato come promotore della FAI, riconosciuta come associazione sovversiva con finalità di terrorismo. È caduta l’aggravante della transnazionalità.

 

Anna è stata condannata a 17 anni per gli ordigni alla Crocetta e Fossano e per i pacchi bomba postali del 2006, oltre che per associazione sovversiva con finalità di terrorismo come promotrice della FAI. Nicola è stato condannato a 9 anni per associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Marco e Sandro sono stati condannati a 5 anni per partecipazione ad associazione sovversiva con finalità di terrorismo. Assolti tutti gli altri imputati. Tutti i condannati rimangono in carcere, mentre viene scarcerato Danilo e Valentina esce dai domiciliari.

 

Processo di appello:

 

Per la data del 1 luglio 2020 è stata stabilita la prima udienza di appello del processo Scripta Manent presso l’aula bunker del carcere di Torino.

 

Gli imputati prigionieri saranno in videoconferenza, come in tutte le ultime udienze del primo grado. Infatti durante il periodo delle udienze preliminari non c’era ancora nessuna legge che imponesse la videoconferenza. Poi, all’inizio del primo grado è passata la legge che però concedeva un anno di tempo a carceri e tribunali per adeguarsi, imponendo in quell’anno di adeguamento la videoconferenza solo agli imputati accusati di essere ai vertici delle “associazioni”. Passato l’arco di tempo di un anno, la videoconferenza è stata applicata a tutti come previsto.

 

Il grosso dell’udienza è stato occupato dalla discussione di varie eccezioni presentate dagli avvocati di difesa in merito al ricorso in appello anche per i compagni assolti in primo grado presentato dal P.M. Sparagna. In particolare sembrava evidente che il P.M. non avesse rispettato i tempi per presentare il suo ricorso, ma un ricalcolo da parte dei giudici ha stabilito nel tardo pomeriggio che il ricorso fosse valido… il processo continua quindi anche per gli imputati assolti in primo grado.

 

Nel corso delle successive udienze, hanno richiesto la condanna per tutti, negando il riconoscimento del “ne bis in idem” (essere già stati processati per gli stessi reati); viene richiesto inoltre il non riconoscimento delle attenuanti generiche per tutti e, nello specifico, la non continuazione del reato per quello che riguarda il ferimento di Adinolfi. Si richiede anche il riconoscimento del reato di strage per l’attacco alla caserma dei RIS di Parma.

 

Il 24 novembre 2020 è stata emessa la sentenza d’appello.

 

– Anna: 16 anni e 6 mesi (in primo grado: 17 anni).

 

– Alfredo: 20 anni (come in primo grado).

 

– Nicola: 1 anno e 1 mese (in primo grado: 9 anni), in continuazione con la sentenza di cassazione a 8 anni, 8 mesi e 20 giorni del processo per l’azione contro Adinolfi.

 

– Alessandro: assolto da ogni accusa (in primo grado: 5 anni).

 

– Marco: assolto dall’accusa di «associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» (in primo grado: 5 anni), ma condannato a 1 anno e 9 mesi per «istigazione a delinquere» in relazione a “Croce Nera Anarchica”.

 

La condanna per «associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico» è stata confermata solamente per Anna, Alfredo e Nicola.

 

I compagni Nicola, Alessandro e Marco sono stati scarcerati.

 

A differenza del processo in primo grado, sono state emesse anche altre nove condanne ad altrettanti compagni per «istigazione a delinquere». Condanne inerenti, a vario titolo, la pubblicazione di “Croce Nera Anarchica”, rivista aperiodica e sito internet, e la gestione di alcuni siti internet che erano stati posti sotto accusa nel processo. Queste condanne variano tra i 2 anni e 6 mesi per Gioachino Somma e 1 anno e 9 mesi per Erika, Omar, Alessandro e Lello.

 

Oltre ad Alessandro sono stati assolti da ogni imputazione altri nove compagni anarchici, tra cui Danilo in carcere dal 6 settembre 2016 e scarcerato con l’assoluzione in primo grado il 24 aprile 2019 , e Valentina in carcere e successivamente agli arresti domiciliari nello stesso periodo, anch’essa scarcerata con l’assoluzione in primo grado. Gli altri compagni erano imputati a piede libero.

 

La Cassazione:

 

Lo scorso luglio la Cassazione ha riqualificato l’attacco esplosivo contro la scuola allievi dei carabinieri di Fossano(Cuneo) del 2 giugno 2006 rivendicato da “Rivolta Anonima e Tremenda / Federazione Anarchica Informale” in “strage politica” (art. 285 c. p.), rinviando al tribunale di Appello di Torino per il ricalcolo peggiorativo della pena con il rischio dell’ergastolo per i compagni Alfredo Cospito e Anna Beniamino. L’ergastolo è la pena base che il codice penale italiano prevede per la strage politica. Dopo aver riqualificato il reato, la Cassazione ha rinviato in corte d’appello appunto per rideterminare le condanne. L’udienza che deciderà l’entità di tali condanne è stata fissata a Torino per il 5 dicembre 2022.

 

Il 5 dicembre appena trascorso, si è tenuta l’udienza di appello bis del processo Scripta Manent contro Alfredo Cospito e Anna Beniamino. Il procuratore generale ha chiesto 27 anni e un mese per Anna e l’ergastolo ostativo con 12 mesi di isolamento diurno per Alfredo, andando persino oltre le precedenti richieste del P.M. Sparagna, che per Alfredo furono di 30 anni.

 

La corte di assise di appello di Torino non è riuscita ad emettere la sentenza e si è rivolta alla corte costituzionale: i giudici torinesi chiedono se sia legittimo essere obbligati a non riconoscere le attenuanti ad Alfredo Cospito a causa dei suoi precedenti penali. Ciò li obbligherebbe infatti a condannare Alfredo all’ergastolo, pur per una azione che non ha provocato né morti né feriti.

 

Il prossimo 19 dicembre ci sarà una nuova udienza a Torino, udienza formale tesa ad elaborare il quesito da sottoporre alla consulta.

 

Alfredo e Anna sono intervenuti con delle dichiarazioni spontanee che a oggi avrete già avuto modo di leggere perché tradotte e divulgate a livello internazionale. Alfredo ha ribadito che continuerà lo sciopero della fame iniziato il 20 ottobre 2022 fino al suo ultimo respiro contro il 41 bis e l’ergastolo ostativo, Anna ha sottolineato come chiunque sia dotato di un minimo di pensiero critico saprà individuare i mandanti e gli esecutori dell’annientamento di Alfredo. I solidali presenti in aula hanno salutato i compagni imputati con slogan e grida.

 

Terminato con questo riepilogo -limitato e privo di analisi- riguardo ciò che è stato il processo Sripta Manent, cercherò di addentrarmi nel merito della disposizione del regime 41 bis al nostro compagno Alfredo, al suo sciopero della fame e la mobilitazione internazionale che questo precedente ha generato. Riportando un mio recente contributo al dibattito, con le dovute modifiche per l’occasione. Anche se maggiori delucidazioni al riguardo vi saranno espresse dai compagni del giornale anarchico Vetriolo in relazione a quel che è stata l’ “Operazione Sibilla” per loro e in particolare per Alfredo.

 

L’importanza di una solidarietà Rivoluzionaria. Con l’anarchico Alfredo Cospito, il suo percorso e le sue posizioni.

 

“Vogliamo un presente che meriti di essere vissuto e non semplicemente sacrificato ad attesa messianica di un futuro paradiso terrestre. Abbiamo per questo voluto parlare in concreto di un’anarchia da realizzare ora, non domani. Il “tutto e subito” è una scommessa, una partita che ci giochiamo dove la posta in gioco è la nostra vita, la vita di tutti, la nostra morte, la morte di tutti…» Pierleone Mario Porcu

 

Quella mattina del 7 maggio 2012 a Genova, a riempire con gioia il caricatore di una vecchia Tokarev, che successivamente, stretta in un pugno sparò alle gambe dell’amministratore delegato di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi, non vi erano unicamente due anarchici d’azione, Nicola Gai e Alfredo Cospito, ma vi era la parte più viva e concreta dell’anarchismo rivoluzionario che si fa azione. Che come “Nucleo Olga” attraverso il mezzo della Federazione Anarchica Informale, quel giorno tagliava i ponti con il presente di allora, con l’immobilismo di un certo anarchismo e il ripiegamento di esso verso toni sempre più al ribasso. Mostrandoci, dopo Fukushima e il ritorno dello spettro del nucleare in Europa, come dietro alle tragedie che tormentano il pianeta, la natura, l’uomo, le stesse tragedie che scatenano emozioni forti nei nostri cuori, non ci siano astrattezze, non ci siano concetti: ma ci siano uomini che proseguono senza sosta nella loro folle e autodistruttiva corsa, ci siano strutture che rendono possibile l’avanzare della morte, ci siano schiavi che proteggono con le armi gli uni e le altre. E che questi uomini, queste strutture, hanno nome e indirizzo.

 

In seguito a quell’azione Nicola e Alfredo vennero arrestati, processati e rivendicarono a testa alta in un’aula di tribunale il loro gesto. Evidenziando come l’azione diretta distruttiva e l’ipotesi armata, fossero ancora dei fatti tanto reali quanto necessaria la loro rivendicazione da parte degli anarchici.

 

Dopo dieci anni di carcere, questo 5 maggio 2022, Alfredo ha ricevuto notifica del suo trasferimento dall’“Alta Sicurezza 2” al “41 bis”.

 

Il 6 luglio 2022, la Corte di Cassazione ha riqualificato l’attacco esplosivo contro la scuola allievi Carabinieri di Fossano del giugno 2006, rivendicato dalla cellula Rivolta Anonima e Tremenda / Federazione Anarchica Informale, per cui erano imputati i compagni Anna Beniamino e Alfredo Cospito, in “Strage Politica”, rinviando ad un calcolo peggiorativo della pena che potrebbe anche prevedere l’ergastolo ostativo.

 

Oggi ancora una volta Alfredo si trova a dar tanto all’anarchismo e a noi tutti, ponendo la sua dignità e le sue posizioni irriducibili persino davanti alla sua stessa condizione fisica con uno sciopero della fame intrapreso dal 20 ottobre 2022 contro il regime 41 bis e l’ergastolo ostativo, il quale andrà avanti ad oltranza, utilizzando il suo corpo come una barricata affinché non passi l’utilizzo del regime 41 bis nei confronti degli anarchici. Sciopero della fame al quale si sono uniti nel tempo anche gli anarchici Juan Sorroche, Ivan Alocco e Anna Beniamino (che in questo momento hanno interrotto).

 

La situazione attuale da spazio a diverse riflessioni, forti emozioni e tante iniziative di vario genere verificatesi in questi due mesi, iniziative in questi contesti sempre molto importanti, sempre valide e di fondamentale importanza affinché questa battaglia abbia maggior eco possibile, ma la lotta di Alfredo in questo momento diventa anche uno strumento per la critica al regime 41 bis e alla società carcere in maniera più generale. Ciò che in questo momento dovrebbe prevalere a mio parere, come componente anarchica rivoluzionaria (internazionale), sono la compostezza, la lucidità e la fermezza che richiede la situazione. Capire cosa fare e come farlo, quali argomentazioni sostenere, ma sopratutto quel che un momento specifico come uno sciopero della fame ad oltranza richiede, per continuare a fare quello che abbiamo fatto fino a ieri e darci l’occasione di farlo anche un domani. Una considerazione in sintonia con quanto scritto poc’anzi è sicuramente la necessità di uscire dalle maglie di una limitante lotta specifica anti-carceraria, uscendo dal vicolo cieco di una mobilitazione generalista e sensibilista che guardi unicamente al regime 41 bis, saper leggere la fase e cogliere, questa volta, il reale oggetto del contendere partendo dalla costruzione di una solidarietà internazionale, specifica, e una mobilitazione ad personam che impedisca l’assassinio del nostro compagno Alfredo Cospito in una tomba di ferro e cemento, da solo.

 

Una solidarietà rivoluzionaria che parta innanzitutto dal rivendicare a viso aperto non solamente le generiche pratiche, che dopotutto assumono solamente il carattere di chi le esercita, ma la storia, le idee, le posizioni, le specifiche azioni contestate al nostro compagno e i conseguenti discorsi che le hanno accompagnate. E questo lo dobbiamo gridare, deve essere una prassi questa valida anche per altri processi alle azioni dirette distruttive, perché è uno dei passaggi fondamentali volto a rompere l’isolamento attorno a chi viene arrestato, dimostrando al potere che quelle azioni appartengono a tutti a tutti gli anarchici.

 

Perché se siamo dalla parte di Alfredo, non è solamente perché la sua situazione attuale tormenta i nostri cuori, ma sopratutto perché è un compagno che ha dedicato la sua vita all’Idea anarchica, che è anche la nostra. Ed è evidente che se non siamo in grado di difendere noi il nostro anarchismo rivoluzionario-nichilista e le sue ragioni, nessun altro potrà mai farlo.

 

Qualunque discorso, più o meno condivisibile, rischia di rimanere – in questo momento specifico si intende- unicamente sul piano di una solidarietà umana, diluita in una lotta smussata e più generale contro il carcere. In passato la questione 41 bis l’abbiamo affrontata più volte, mettendoci la faccia anche quando non avevamo un compagno anarchico in quel regime, seppur con sbalzi di continuità, e continueremo ad affrontarla anche nel futuro più immediato, se avremmo la capacità di elaborare un ragionamento di più ampio respiro, in prospettiva, su come lo strumento di tale regime detentivo potrà essere applicato a fasce sempre più estese del conflitto sociale.

 

Ma quel che conta oggi, in questa corsa contro il tempo, è tirare fuori Alfredo da quel regime, ottenere una declassificazione immediata, senza altre condizioni.

 

Alfredo in tutti questi anni non è mai stato una vittima, e se oggi si trova sottoposto a questo regime è esclusivamente per la volontà da parte del potere di stroncarlo nella sua persona togliendogli i rapporti con ciò che Alfredo per primo ha sempre definito la sua comunità. Non si può escludere inoltre che lo Stato stia cercando di tastare il terreno del “movimento anarchico”, in funzione probabilmente di riuscire a disporre in futuro di questo strumento di annichilimento nei nostri confronti per quel che si è, più per quel che si fa. Potremo inoltre ipotizzare, persino che questo regime possa sostituire definitivamente l’Alta Sorveglianza nel tempo.

 

Sembra evidente che la finalità che il sistema Stato-Capitale persegue, per mezzo del potere poliziesco-giudiziario, con processi, condanne per terrorismo e disposizione del regime d’annullamento quale 41-bis, sia l’eliminazione, l’eradicazione e l’isolamento del nemico di classe dichiarato, come ci dimostra anche la situazione a carico dei comunisti rivoluzionari Nadia Lioce, Roberto Morandi e Marco Mezzasalma che resistono con una dignità esemplare da ben 17 anni alle tenebre del 41-bis. Tutto ciò ci ricorda con forza quanto la battaglia di Alfredo vada sostenuta anche per loro. Tutto questo, in quanto è parte dell’essere connaturato del sistema poliziesco-giudiziario e della sua legge, non può essere estrapolato da un discorso più ampio relativo al contrasto, da parte dello Stato, nei confronti della lotta rivoluzionaria anarchica contro il sistema Stato-Capitale globale in cui rientra anche l’uso del 41 bis come strumento di coercizione ed estorsione del pentimento, quando nessun elemento del domino può recuperare individualità e azioni rivoluzionarie, perché è una volontà, la nostra, rivoluzionaria appunto, che supera le sabbie mobili del disorientamento e dell’attendismo. Una volontà che ha la determinazione e la presunzione ottimista di trasformare la realtà, pur mantenendo immutata la tensione nichilista anarchica per cui riteniamo, nonostante non abbiamo mai messo da parte l’idea della rivoluzione sociale, che questo mondo vada demolito cosi come si presenta oggi.

 

Non a caso in questi termini si collocano a pieno anche le condanne per istigazione a delinquere ricevute in questi anni nei confronti della “Croce Nera Anarchica” e di “RadioAzione”; l’operazione Sibilla nei confronti del giornale anarchico “Vetriolo” e della pubblicazione dell’intervista ad Alfredo Cospito “Quale internazionale?”. In questo senso infatti, possiamo dire che quanto sia stato fatto negli ultimi anni con le nostre pubblicazioni, è stato e continua ad essere di un inestimabile valore perché consente, oggi, agli anarchici di riappropriarsi delle loro idee, di dargli spazio, con l’audacia di sempre, immutabile, con la medesima propensione all’agire nella consapevolezza rivoluzionaria, costruendo l’internazionale.

 

Fuori Alfredo dal 41 bis!

 

Contro l’uso del 41 bis nei confronti dei prigionieri rivoluzionari! Sempre per l’anarchia.

 

Chiudo questo scritto cogliendo l’occasione per mandare i miei più sinceri e calorosi saluti ai promotori di questa iniziativa, ai compagni tutti che in Grecia continuano a battersi da anni dentro e fuori le galere, augurandovi che l’iniziativa si sviluppi anche al di là delle più rosee aspettative e che sia di stimolo per affinare ulteriori dibattiti armando quel bisogno di libertà che ci contraddistingue.

 

Omar Nioi 17/12/2022 Sardegna