La Tana- Barbarie

Interessante spunto di riflessione e dibattito da “Barbarie”, e se il superamento dei limiti e la distruzione degli idoli non avesse creato il nuovo che molti auspicavano, ma solo un germe di paura in costante crescita sotto molteplici forme paralizzanti?

La tana

 

La tana

Della paura come identità ultima dell’umano, del suo superamento

I. L’ATTO CREATORE DELLA PAURA

Alone, with too much generosity
A theatre mask of hostility attracts
Assaults occur, infrequently
And those who come, to conquer?
(Colin Newman – Alone)

Devastato il giardino, profanati i calici e gli altari, la condizione umana a seguito del gotterdammerung, il crepuscolo degli dei, non ha saputo creare che il deserto, garantendosi l’invivibilità della propria condizione piuttosto che il balzo in avanti proprio di ogni ente naturale.
In altre parole, la perdita della speranza in una qualsiasi alterità e il conseguente crollo della metafisica non ha dato seguito all’alba della consapevolezza di classe materialista né all’aristocrazia degli Oltreuomini, ma ha creato un processo di assottigliamento di qualsiasi benché minima idea, rendendo l’uomo in costante compartecipazione ontologica con la propria alienazione.
Ecco il bloom, il transumano, insensibile a null’altro che sia l’idea di sé, completamente trasfigurato nelle azioni che compie (e nel valore che ne ricava) e con sogni a basso costo.
Questa condizione esigeva ed esige la nascita di una nuova forma di piacere, un godere proprio del Tempo che domina, un processo desiderante che non generasse desiderio, e così nasce la paura come atto creatore.
Da sempre questo sentimento nato come normale istinto di autoconservazione è stato utilizzato per guidare gli istinti delle masse, dalle prime mitopoiesi escatologiche al terribile occhio di Dio, tutto ciò per giustificare sempre sfruttamento e massacri, eppure mai come oggi la paura assume i connotati di eruzione (nel senso di erupto, eruttare spinta vitale), divenendo la libido di poter ritrovare quel sogno che l’uomo ha perso tanto tempo fa: l’identità.
Immaginiamo un ente secolarmente educato ad obbedire alla trinità Dio-Patria-Famiglia, o meglio a temere il primo, soddisfare la seconda e sentirsi protetto dalla terza in una vita di continua schiavitù consapevole; immaginiamo poi che la Storia (e il suo processo di scrittura e decodificazione) dimostri che queste tre entità non sono altro che fantasmi, e che l’uomo si ritrovi nel corso di due secoli completamente sradicato da qualsiasi appartenenza.
La prima reazione di quest’orfano è stata quella di produrre e consumare con bulimica ferocia, e per più di cinquant’anni la società occidentale ha assunto l’aspetto del parassita, finché non è rimasta più carne sul cadavere del presente e a quel punto, orfano una volta di più anche della società che gli aveva promesso il benessere, sia diventato finalmente nomade, non più padrone del tempo e con la possibilità di imporre la propria volontà solo sul proprio divenire.
Immaginiamo che non abbia neanche scorto questa possibilità e si sia trovato sperduto nel deserto, con un passato che è solo menzogna e presente e futuro che son la ripetizione di giorni uguali, con la morte e la miseria come unica variabile.
L’uomo è una macchina desiderante, e a questo punto si poteva scegliere di “stringersi l’un l’altro con più forza e amore (…) comprendendo di essere rimasti soli l’uno per l’altro” oppure di desiderare la creazione di identità virtuali, un atto di necrofilia della volontà: necrofili, scelsero la seconda, e decisero che l’ente di produzione di identità fosse proprio quel sentimento a un tempo naturale e servile che è la paura.

II. LA PORNOGRAFIA DELLA PAURA

You love me because you’re frightened
I can easily believe my eyes
Your fear is my finest hour
My fear is your disguise
(Magazine – Because you’re frightened)

Oltre la fine del piacere vi è solo la pornografia, il piacere del piacere, e ad oggi la paura è il sentimento morboso che riesce ad eccitare il noumeno del Bloom.
La crisi, il terrorismo, la povertà, l’immigrazione, la disoccupazione e poi la morte: l’uomo gode nell’averne paura, perché si sente parte di qualcosa, ritrova un Dio una patria e una famiglia semplicemente applicando una dialettica negativa nei confronti di situazioni.
È esplicativa di ciò tutta l’opera di Kafka, e in particolare un ritratto di questa, per dirla con Blanchot, “sovranità del neutro”, il racconto “Davanti alla legge”.
In esso un contadino si trova di fronte alla porta che lo separa dalla Legge sorvegliata da un guardiano che gli dice “Per ora non puoi entrare e, comunque, davanti a me troveresti altre porte e altri guardiani”.
Passano gli anni, il contadino cerca di convincere ripetutamente e inutilmente il guardiano a farlo passare, finché stremato dalla vecchiaia non si trova in procinto di morire; il guardiano allora gli confessa che quella porta era destinata solo a lui, e ora che è moribondo va a chiuderla.
“Dove si credeva vi fossero leggi c’era desiderio, e desiderio soltanto” è scritto in “Kafka per una letteratura minore” ed effettivamente il contadino non scorge una linea di fuga, un superamento della sua condizione attuale (l’attesa) ma semplicemente il divieto, creandosi così l’identità dell’uomo che attende.
Così la paura, tanto comoda alle strutture di potere in quanto stasi dell’individuo, tanto comoda per quest’ultimo in quanto ultima possibilità di piacere.
Pensiamo agli ultimi massacri di Daesh: si annusavano sotto i pantaloni e le gonne del Bloom quelle sensazioni bagnate dei coiti notturni.
A Parigi un commando entrava in un noto locale per giovani e apriva il fuoco, a Bruxelles morivano bruciate ingenti quantità di persone (la morte come processo industriale, lezioni ben imparate dalle guerre occidentali) in aeroporto e in metro, a Nizza un camion falciava simpatici turisti vogliosi di prendere il sole e festeggiare la repubblica francese…
Tutta l’umanità, ergo il mondo capitalista, si stringe in un tremante abbraccio: finalmente qualcuno da odiare, finalmente potersi dire occidentali, finalmente la paura, finalmente noi.
La paura nella società dello spettacolo è il collante per anime altrimenti sradicate, ed è al contempo l’unica spinta vitale dell’umanità.

III. LA DIALETTICA DELLA PAURA

I love tube disasters
I wanna marry a tube disaster
I want another one like the last one
cause I live for tube disasters yeah
(Flux Of Pink Indians – Tube Disasters)

La paura come paradigma.
La paura disciplina e regge lo stato di cose presenti, poiché un individuo senza le speranze di benessere di ieri e senza il terrore dell’oggi è una grande possibilità insurrezionale: quando hai paura di perdere il poco che ti è rimasto, che poi sono gli spiccioli per bere e drogarti e un/una partner con cui condividere la tua solitudine, non potrai neanche immaginare un superamento.
Disarticolare ogni paura è il primo compito per contrastarla: la morte violenta c’è sempre stata, non sono i fascisti dello Stato islamico ad averla creata, il lavoro salariato è un’invenzione dei padroni, perderlo vorrebbe dire tornare allo stadio primigenio dell’esistenza, con tutta la sua moltitudine di possibilità evolutive, e così anche per la mancanza di ricchezze e proprietà.
Ogni terrore è intuizione dialettica, sono tutte parole, niente è vero. Se così è, non si può temere più nulla, perché tutto è lecito.

La paura come linguaggio.
Uomini e donne sono sottoposti/e a un bombardamento di paure costante, così da non scordarsi mai di essere soggettività paurose (quindi identità fisse).
Telegiornali, siti web, giornali, tutto concorre a sviluppare un linguaggio della paura: troppe bombe in giro per così pochi morti.
A costo di assumere posizioni Necaeviste -per non dire Machiavelliche- la guerra sociale ha bisogno di sfruttare il linguaggio della paura facendosene carico.
I militanti jihadisti, pur nella loro delirante visione del mondo, hanno indovinato la strategia: divenendo volutamente oggetto della paura, attirando su di loro le paure di tutti/e con azioni gratuitamente sanguinarie, sono diventati oggetto di desiderio da parte di coloro che la paura non volevano più subirla.
Dimostrando una grande intelligenza tattica, ISIS si spinge oltre all’organizzare la jihad contro il mondo occidentale. Tutto ciò che attacca quel mondo producendo paura da una parte e desiderio di elargirla da un’altra, è automaticamente ISIS. Non importano le intenzioni, le relazioni e le storie di chi agisce, in un conflitto la posta in gioco non è la coerenza ma l’offensività: la messa in serie di atti che facciano progredire il conflitto stesso. L’accumulo di potenza e lo sviluppo di rapporti di forza favorevoli: il mezzo.
Ciò non significa che la militanza rivoluzionaria debba utilizzare gli stessi metodi -tanto più constatando quanto i rapporti di forza ci vedano minoritari- né che debba tornare a utilizzare una metodologia definita “terrorista”.
Che peraltro non fa più paura a nessuno.
Prova ne è l’ultimo teorema datato 6 settembre della magistratura italiana contro gli/le anarchiche/i che, malgrado il polverone montato dagli scribacchini, non ha innescato il benché minimo processo timoroso-desiderante nei confronti dei cittadini.
Piuttosto utilizzare questo linguaggio contro ciò che si vuole intimorire.
Una sommossa, un riot, distrugge anche se per poche ore il quotidiano delle masse, dando l’assalto al loro spazio-la città devastata.
Come si è potuto non capire che il polverone mediatico all’indomani di ogni grande scontro di piazza era la prova che le azioni di quella giornata avevano lasciato un segno interiore nel pubblico molto più grosso delle due vetrine spaccate?
Come non capire che ci si era confrontati con lo spettacolo finalmente sullo stesso piano e non più in posizione difensiva?
Incutere paura al quotidiano, oltre la distruzione dello spazio, vuol dire frenare i meccanismi di produzione, ergo stoppare il tempo.
Il piccolo sabotaggio nei pressi della stazione di Bologna del 23 dicembre 2014rallentò per ore il transito di passeggeri, blocco il traffico di merci umane, incutendo molto più terrore di qualsiasi grido barricadero. Il terrore del cittadino di non potere, anche per quel giorno, trascinare avanti normalmente la propria miserabile esistenza aggrappata agli scampoli di un benessere in rapido esaurimento.
Allo stesso modo ogni blocco dei camion operato dalle/dai compagni/e ai magazzini della logistica suscitano il terrore –un terrore omicida– nei padroni e nei loro affiliati: è un incubo che qualcuno alzi la testa rallentando sia il processo di ristrutturazione dei cosiddetti “diritti dei lavoratori” che la distribuzione delle merci in un paese quasi completamente post-industriale.
Il modo migliore per un rivoluzionario per incutere paura oggi è ridefinire spazio e tempo, che sia quindi lo spazio che creiamo (anche distruggendo) e il tempo che viviamo.

IV. OLTRE LA PAURA, VERSO IL DESIDERIO.

So if you ever think that life is just not worth living
If you doubt that you have anything left at all, worthy of truly giving
When life’s not making any sense and you’re filled with anger and resent
Remember love can conquer all, it is the start of state hates final fall
(Conflict – A Message To Who)

La macchina desiderante “uomo” non ha smesso di desiderare con la merce, lo ha semplicemente diretto nella ricerca dell’identità sradicata dallo spettacolo: sentirsi parte di qualcosa, di una nazione, di un genere, di una famiglia.
La paura è l’unico mezzo rimasto per raggiungere ciò, essendo venute a mancare tutte quelle condizioni filosofiche e sociali che avevano eretto le sovrastrutture autoritarie: avendo appurato che l’inconoscibile era irraggiungibile, ci si è messi a temerlo.
Una vita differente, culture lontane, soggettività indisciplinate, tutto è una minaccia.
La crisi del capitalismo finanziario poteva essere una eccezionale occasione per smarcarsi dal giogo del lavoro salariato e dal “migliore dei mondi possibili”, invece grazie a un’intelligente propaganda politica e massmediatica si è infuso terrore di morte e miseria nel cittadino che si è attaccato con le unghie e con i denti all’idea di “lavoro” (dove?) e “futuro”(quale?).
Questo terrore, lo ripetiamo ancora una volta, è una voglia. Sarebbe quantomeno ingenuo credere che la stragrande maggioranza di individualità occidentali siano a tal punto ottenebrate dalla propaganda massmediatica da credere sul serio a fantasmi ormai quasi trasparenti, il punto di base è che la paura tiene in costante veglia la personalità, fa sì che non si ponga domande, soddisfa quella pulsione repressa di generare desideri.
Alla crisi del piacere, che non trova più spazi se non nel piacere della paura, la risposta è un nuovo investimento libidinale nella creazione di relazioni non mercificate.
Se l’immaginario degli ultimi anni è completamente fondato sulla paura, bisogna opporre ad esso un nuovo immaginario fatto di corpi intrecciati, in continuo divenire, che soddisfano ogni necessità qui ed ora, senza deleghe né mezzi che non sia la volontà.
Anche qui la comune ritorna, il tentativo di tornare ad appagarsi di desiderio con la prospettiva di allacciare relazioni di condivisione sempre più ampie.
L’amplesso è più soddisfacente se inscritto in una prospettiva rivoluzionaria.
La paura è la pornografia che il capitale ci vende al modico prezzo della morte della voglia, l’insurrezione è la ricostruzione di un piacere senza limiti né freni.

 

 

SCRITTO DI ALFREDO COSPITO DAL CARCERE DI FERRARA

Pubblico in completa affinità e complicità col nostro fratello Alfredo

che da dietro le mura di un carcere riesce ad essere più vivo che mai

con le sue riflessioni, a non farsi abbattere dalla repressione imposta dal

vile Sparagna e dai suoi sgherri!

 

 

Alfredo ha scritto questo saluto per l’uscita del numero zero di Vetriolo nel novembre-dicembre 2016. Come è noto la lettera è stata bloccata dalla censura. Ora siamo finalmente in grado di divulgarla. Ricordiamo che in questi mesi la censura si è gravemente inasprita, un giro di vite evidentemente ordinato direttamente dal pm Sparagna, che non è occasionale zelo del secondino di turno. Sembrano esserci delle vere e proprie direttive su cosa deve e cosa non deve arrivare (Vetriolo per esempio in principio non è arrivato a nessuno). Per protestare contro la censura, Alfredo è stato in sciopero della fame dal 3 al 13 maggio.

ROMPERE L’ISOLAMENTO!

Con accuse da 30 anni sul groppone può sembrare assurdo sentire il bisogno di comunicare progetti e riflessioni. Con la censura che incalza stravolgendo tutto quello che scrivo e dico continuare imperterrito a comunicare e scrivere riflessioni, che inevitabilmente si prestano alla repressione, può sembrare stupido e folle. Stupidità e follia di cui non posso fare a meno per sentirmi a ancora vivo e partecipe.
Una sola scelta, spalle al muro, continuare la lotta. Continuare con ogni mezzo a mia disposizione.

L’ispirazione per questo articolo me l’ha data l’inquisitore Sparagna, il quale nel suo solitario “monologo-interlocutorio” ha sostenuto con malcelato imbarazzo che sarebbe arrivato a noi per esclusione, per il “terreno bruciato” che il movimento anarchico in Italia ci avrebbe fatto attorno. Possibile che il movimento anarchico qui in Italia sia caduto così in basso da non provare alcuna empatia nei confronti di compagni/e caduti nelle maglie della repressione arrivando a considerarci un corpo estraneo?
La verità non può essere cercata nella “logica” strumentale e demenziale di un P.M. di Torino. La verità si nasconde nelle pieghe, nelle varie espressioni di solidarietà che ci sono state rivolte, nell’opportunità che anche un’ondata repressiva come questa ci può dare. Lo dimostrano le tante azioni in nostra solidarietà in mezzo mondo, lo dimostrano i pochi ma significativi comunicati di solidarietà che ci sono arrivati. All’apparenza questi comunicati possono sembrare la solita solidarietà di facciata ma in realtà acquistano ai miei occhi un significato importante.
Forse per la loro provenienza, compagne/i con progetti diversi tra di loro e che nonostante tutto, si sono sentiti colpiti nel vivo in prima persona. Forse perché tutti queste/i compagni/e sono partecipi in qualche modo di quell’anarchismo della prassi che rende viva, vegeta e ben reattiva l’anarchia nel mondo. Per questo e per altri motivi ancora quelle parole di solidarietà non sono cose da poco e possono diventare un’opportunità soprattutto se riescono ad andare oltre il fatto repressivo.

L’opportunità che ci si presenta è la possibilità reale che percorsi diversi ma tutti decisi e aggressivi in alcuni momenti si possano incrociare. Non per niente il potere tende a dividere gli anarchici in buoni e cattivi. E qui entra in gioco Vetriolo.
È più forte di me. Quando il realismo e la logica mi dicono di tacere e aspettare, io rilancio.
Vetriolo un a-periodico di approfondimento in cui possano scontrarsi in maniera leale e chiara, senza peli sulla lingua, posizioni e idee diverse “sociali” e “antisociali”, attitudini “organizzatori”, “antiorganizzatori”, fautori dell’anonimato o meno.
Sono convinto che finché non si scioglieranno alcuni nodi continueremo ad arrancare. Non mi interessa l’unione sterile, matematica, quantitativa ma la possibilità reale che compagne/i con prospettive diverse possano collaborare senza condizionarsi a vicenda senza cedere in nulla, senza stravolgere la propria progettualità. È solo questione di metodo.
Nella testa ho mille domande e qualche risposta che un giornale di approfondimento teorico come Vetriolo dovrebbe affrontare. Come tutti quelli che cercano di mettere in pratica quello che dicono, ho molti più dubbi che certezze. In una palestra teorica, in un confronto/scontro tra idee diverse, spunti nuovi potrebbero saltare fuori regalandoci possibilità e strumenti più efficaci.

Gruppi di affinità, azioni individuali, organizzazioni. Semplici tecniche da usare secondo le opportunità che di volta in volta si presentano o qualcosa di più profondo da mettere in pratica secondo le proprie predisposizioni caratteriali, aspirazioni individuali?
Semplici tecniche da usare con freddezza, calcolo e determinazione in base alla situazione sociale per innescare un processo rivoluzionario che farà di noi dei rivoluzionari proiettandoci verso il futuro?
O scelte esistenziali che investono tutto il nostro essere più profondo e che fanno di noi dei ribelli coscienti che vivono la propria anarchia ora, subito, in uno scontro continuo con l’esistente?
Gruppi di affinità, azioni individuali, organizzazioni. Tecniche, strumenti, armi per colpire ognuna delle quali ha dei difetti e delle qualità. L’unica “unità di misura” che abbiamo per capire quale modo di muoversi faccia per noi è la naturale disposizione che ognuno ha come singolo individuo dentro di se.
È un “dare-avere” tra libertà che perdi e possibilità nuove che ottieni. Per alcuni/e limitare la propria libertà (dandosi delle regole) in cambio di una maggiore forza d’impatto può valere la candela, per altri no. È anche una cosa caratteriale, i fattori sono tanti e tutti riguardano la nostra libertà, la nostra sensibilità.
L’odio che proviamo verso il sistema a volte è così forte che può rendere trascurabile le apparenti libertà che perdiamo in cambio di una maggiore virulenza, di una maggiore forza e operatività. L’importante è prendere atto che le organizzazioni, gli atti individuali, i gruppi di affinità fanno parte tutti allo stesso titolo di quegli “strumenti” che gli anarchici storicamente si sono sempre dati. Ridicolo urlare allo scandalo se un anarchico/a si dia come strumento un organizzazione “informale” o “specifica” che sia, inutile indignarsi, ognuno fa la sua scelta.
Il punto secondo me è un altro: riuscire a far “comunicare” in alcuni momenti, per alcuni tratti senza conoscersi, compagni/e che hanno modi diversi di muoversi senza annullarsi a vicenda, senza pestarsi i piedi, senza coordinamenti e sovrastrutture egemoniche che scavalcano organizzazioni, individui, gruppi affini che mai devono entrare in contatto. Ma che devono unire le forze dandosi dei tempi d’azione in comune. Credo che questa sia la reale sfida che ci attende, il nodo principale che bisognerà sciogliere.

 

Alfredo Cospito

TUTTI VEDONO LA VIOLENZA DEL FIUME IN PIENA MA NON QUELLA DEGLI ARGINI CHE LO COSTRINGONO

Con immensa gioia e complicità che diffondo questo contributo che mi arriva da Firenze.

Anche noi siamo nati sulla sponda sbagliata di di questo “migliore dei mondi possibili”e non ci trascinerete mai dalla vostra parte!

 

 

 

Sono tempi duri se sei nato sulla sponda sbagliata di questo “migliore dei mondi possibili”. Le catene ci vengono strette sempre più forte intorno al collo, e ora se ne accorgono anche coloro i quali fin’ora ci hanno detto che esageravamo. Alzano muri, dispiegano polizie nelle strade, sgomberano gli spazi che facciamo rivivere dopo che lo stato li lascia all’abbandono per anni. Arrestano chiunque metta in discussione un ordine imposto in cui nessuno di noi si riconosce più. Ci vogliono spazzare via, è evidente.
Vogliono una città di turisti e ricchi, una gabbia d’oro al centro e tutto intorno la miseria e il disagio, tenuto ben lontano dal lunapark del centro. Ma è solo l’inizio, prima ci spazzano via dal centro, poi arriveranno anche nelle periferie. Retate, arresti, soldati, stupri, muri puliti e silenzio totale. Via i poveri, le puttane, i pazzi, gli immigrati, gli artisti disobbedienti al mercato, via tutti gli individui che rendono le strade e i quartieri vivi. A suon di manganelli, arresti, minacce,lacrimogeni sparati nelle finestre degli spazi liberati dalla speculazione. Violenze di ogni tipo.
Vogliono spazzarci via, in ogni modo, con ogni mezzo, approfittando della complicità silenziosa di cittadini e persone perbene. “Lo facciamo per voi”, consci del fatto di poter contare sulla paura dei manganelli. Perché il potere è forte solo finchè si ha paura, dal momento in cui la paura viene superata dalla volontà di osare, il potere si sbriciola.
Non ci stiamo, non ci pieghiamo ai manganelli, ai soldati e alla polizia che picchiano migranti e molestano donne in pieno centro. Che arrestano compagni e compagne basandosi su accuse infondate, in una vera e propria opera di pulizia sociale per asfaltare l’opposizione a un mondo di galere e filo spinato.
Se condividete questi pensieri, sappiate che non siete soli. Noi Abbiamo in mente un’idea esagerata di libertà, vogliamo osare qualcosa di più di quello schifo che ci concedono. Alla discoteca silenziosa noi rispondiamo con la musica a piene casse, all’isolamento sociale rispondiamo con incontri non autorizzati per conoscerci e organizzarci. A chi ci vuole chiusi in casa davanti uno schermo, soli e silenziosi, rispondiamo con socialità, riprendendoci spazi della città liberamente e senza paura.
Noi divisi in bande siamo il doppio di loro se ci uniamo, lo sanno bene, ecco perché puntano a isolarci, dividerci, con qualsiasi mezzo.
La paura non ha più senso adesso, perché non c’è più nulla da perdere. Se il loro obiettivo a questo punto è spazzare via la libertà, noi spazzeremo via loro.
Le feste, la libertà e la musica non hanno bisogno di autorizzazione.
Riprendiamoci gli spazi che ci vogliono togliere, riprendiamoci la gratuità della vita, la socialità non autorizzata e al di fuori degli schermi e dei canoni imposti. Abbiamo soppesato i diritti e i doveri di questa società e li abbiamo trovati insoddisfacenti. Per cui ora basta, ora vogliamo qualcosa di più, vogliamo tutto e lo vogliamo subito.
Iniziamo dal centro città, dal silenzio dato dalle cuffie, dal decoro e dai suoi muri puliti di censura . Diffondiamoci ovunque, rompiamo gli argini del controllo, inondiamo le città.
L’autunno nero sta arrivando, preparati a salpare.
LIBERTA’ PER GHESPE E PASCA
LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE
Anarchic* e dannat*

 

“VETRIOLO” numero 1 – autunno ‘17

Riprendiamo le nostre pubblicazioni con il numero 1 del “VETRIOLO“. Come già era stato chiarito fin dall’inizio, il “blog” non intende essere un elenco di tutte le azioni con i cui compagni anarchici ogni giorno attaccano l’esistente ( che possano moltiplicarsi !), ma piuttosto un luogo di dibattito e scambio di idee, sentiamo forte la necessità che “la PAROLA ritorni ad essere ARMATA”.

 

Infine abbiamo pubblicato il numero 1 del giornale anarchico Vetriolo. In concomitanza abbiamo anche ristampato il numero 0, per coloro che recentemente ce ne hanno chiesto copie, siccome esaurito da tempo. Dopo svariati mesi di censura è arrivato il contributo che il compagno anarchico Alfredo Cospito scrisse nell’inverno scorso per l’uscita del precedente numero; lettera che venne bloccata e sequestrata per ordine del giudice inquisitore Sparagna, mandante dell’operazione “scripta manent”.

In questo nuovo numero c’è spazio per approfondimenti su questioni aperte nel precedente, in particolare sulla questione delle città, sul frontismo e l’internazionalismo, sulla storia del movimento degli sfruttati, e il proseguo del tentativo di analisi ed elaborazione di una teoria anarchica dello Stato. Inoltre, abbiamo analizzato anche altre questioni: una riflessione etica sul concetto di coerenza; un’altra sulla sopravvivenza negli spazi urbani e sulle modificazioni che in questi avvengono; un articolo di analisi della tecnologia e, in particolare, della robotica, sia da un punto di vista ecologico che da quello delle conseguenze sociali e anti-sociali. Uno spazio importante lo dedichiamo al tema della “guerra”. Con il nostro tono spesso aspro e con articoli polemici, auspichiamo sempre al confronto e alla crescita del movimento anarchico rivoluzionario.

All’interno:

— La finestra sul porcile

— Contro la guerra, contro la pace

— Tempi maduri

— Azione e reazione

— In nome della coerenza

— L’unica amministrazione possibile

— Tradire il fare

— Il dominio tecnologico tra ideologia e realtà

— L’ora di ricreazione

— Un contributo a proposito di frontismo e internazionalismo

— Lo Stato non è un’app

— Una storia sinistra

— Scritto di Alfredo Cospito dal carcere di Ferrara

Per copie del giornale o contatti rivolgersi alla mailvetriolo@autistici.org

Una copia: 2 euro. Per i distributori, dalle cinque copie in poi: 1,50. Spese di spedizione: 1,30. Spese di spedizione in Europa: 3,50. Gratis per le persone prigioniere.

Spazio anarchico Lunanera-Sabato 10 giugno 2017 Presentazione del giornale anarchico “Vetriolo”

 

Sabato 10 giugno 2017
Presentazione del giornale anarchico “Vetriolo”

“Lo Stato, in quanto organismo vivente, non è autosufficiente, ha una sua funzione ed ha bisogno di nutrimento e appagamento morale. Lo Stato vive in simbiosi e talvolta in conflitto con il sistema più complesso della cui difesa armata è incaricato. Talvolta non si riesce bene a distinguere fra lo Stato e il Capitale. Un ingegnere di una azienda pubblica è un uomo dello Stato o del capitalismo? Un professore universitario, un tecnico del ministero dell’economia, un giuslavorista, sono uomini dello Stato o uomini dei padroni?”

Ore 18.30: presentazione e discussione
Ore 21.00: cena vegana
Ore 22.00: concerto di Pat Atho (folkpunk da Roma)

 
Spazio anarchico Lunanera
viale della repubblica 293 – Cosenza

lunanera[at]mortemale.org / vetriolo[at]autistici.org

Perché quando sento parlare di popolo mi tocco le palle

Tratto da “Vetriolo – giornale anarchico” numero 0 inverno 2017

info e copie: vetriolo@autistici.org

Non ci dovrebbe essere quasi nulla di più alieno per un anarchico quanto il concetto di “popolo”. Questo vale per qualunque tendenza dell’anarchismo. Evidentemente per un individualista il popolo è, per dirla con Max Stirner, un’idea fissa, un’astrazione, un fantasma. Esistono gli individui, reali, non il popolo. Ma anche per un comunista anarchico, l’idea di popolo è qualcosa di indeterminato. Secondo una concezione coerentemente classista esistono gli sfruttati e gli sfruttatori, il proletariato e la borghesia. Cosa è dunque il popolo? Il popolo è un frullato, una massa indistinta dove piccoli padroncini e sfruttati, sanculotti e bottegai, contadini e preti di campagna si ritrovano insieme. Fuori dal popolo, e contrapposto ad esso, c’è l’aristocrazia, la casta.

Da qualche tempo invece l’idea di popolo è stata riscoperta. La cosa non promette niente di buono, c’è da fare gli scongiuri, dato che nella storia ha sempre portato sfiga e troppo sangue è stato già sacrificato all’altare del Popolo. A livello di massa, a riscoprire il popolo ci hanno pensato i movimenti giustizialisti e, appunto, populisti; i quali si sono candidati a rappresentare codesto popolo contro la casta dei politici ladroni. A sinistra ci sono sempreverdi, per quanto da molti anni spelacchiate, le piantacce dello stalinismo e di tutta la sua metafisica nazionalistica. Ma neppure gli anarchici sono da meno e, dalle valli ai quartieri, parlano di assemblee popolari, lotte popolari, ecc.

 

La storia tragica del Fronte Popolare

L’idea di unire tutto il popolo contro i suoi nemici ha ormai un secolo di vita. Prima ci hanno pensato i governi durante la Grande Guerra. Il popolo doveva unirsi contro il nemico, contro il popolo dell’altro paese che minacciava di invaderlo. Non importavano i vecchi rancori, tutti nelle trincee. E nel conflitto, nel nome infame del Popolo, arriva il primo grande tradimento dei partiti socialisti legalitari.

Guerra che porterà comunque ad un’ondata rivoluzionaria in tutta Europa, ma anche al trionfo dei bolscevichi in Russia. Da allora l’idea di popolo comincia ad affascinare anche la sinistra cosiddetta rivoluzionaria. Con lo stalinismo questa idea viene sistematizzata, sostenendo che ad un certo punto della storia, quando in un paese il popolo prende il potere, la lotta di classe scompare e al suo posto nel mondo compare una lotta tra nazioni, tra un popolo che incarna metafisicamente gli oppressi e un popolo che incarna gli oppressori (la dialettica USA-URSS della seconda metà del secolo scorso).

«Il popolo è un frullato, una massa indistinta dove piccoli padroncini e sfruttati, sanculotti e bottegai, contadini e preti di campagna si ritrovano insieme»

Mentre in Russia i “comunisti” sterminano tutti coloro che vi si oppongono, in Europa lo stalinismo propone contro l’avanzata fascista l’idea di fare dei Fronti Popolari, cioè di unire gli operai con la parte migliore (???), avanzata, “sinceramente democratica” della borghesia. In Francia il Fronte Popolare vince più o meno serenamente le elezioni, senza rivoluzionare un bel niente nella vita economica della più grande potenza capitalista d’Europa. Nella Spagna delle insurrezioni, delle rivoluzioni fallite, dei golpe, del terrorismo dei padroni e della difesa armata degli anarco-sindacalisti, la vittoria del Fronte invece dà il colpo di grazia alla traballante repubblica. Nel luglio del 1936 Franco e i suoi danno vita alla sollevazione dei militari, mentre gli operai in armi fanno la rivoluzione. A Barcellona si impadronisco di fabbriche e caserme, prendono le armi e occupano i palazzi, collettivizzano e centralizzano la produzione. La vera rivoluzione proletaria (più di quella russa), dove determinanti sono gli anarchici. Una rivoluzione che fa paura ai padroni di tutto il mondo: la stessa Francia dell’omonimo infame Fronte Popolare non aiuta minimamente gli spagnoli che cercano di resistere a Franco.

Una rivoluzione che viene schiacciata nel nome del popolo e dell’antifascismo. Di fronte alle difficoltà militari, sia dei repubblicani che dei rivoluzionari, con la colonna Durruti ormai impantanata, comincia a circolare l’idea che serve più organizzazione, che occorre fare le cose con ordine: prima sconfiggere il fascismo, poi fare la rivoluzione. Prima si vince la guerra, poi si vedrà. I vertici della CNT cadono con tutte le scarpe in questa trappola, disarmano gli operai e accettano i ministeri. Un errore, anche da un punto di vista banalmente tattico: per paura della rivoluzione, la borghesia spagnola un tempo “sinceramente democratica”, come direbbero gli stalinisti, comincia a sabotare anche la guerra. I cosiddetti comunisti danno vita ad una vera e propria controrivoluzione: disarmano gli operai, ri-privatizzano le collettivizzazioni, viene imposta la pena di morte alla catena di montaggio contro gli incontrollados, assassinano chi gli si oppone. La CNT è cieca o fa finta di non vedere. Lascia di fatto da sola l’insurrezione del maggio del 1937. Rinuncia persino ad indagare e denunciare le vere cause della misteriosa morte dell’eroe Durruti, tanto meno delle figure meno importanti, come Camillo Berneri che stava lucidamente raccontando cosa accadeva a Barcellona.  Una rivoluzione schiacciata nel nome del popolo e dell’antifascismo.

 

Nel nome del popolo italiano

In Italia nel 1943-1945 le cose vanno diversamente solo per quanto riguarda il risultato finale del conflitto, il fascismo viene sconfitto, a differenza della Spagna. Ma di nuovo, nel nome del popolo, nel nome dell’unità antifascista, nel nome della liberazione nazionale si abbandona ogni velleità rivoluzionaria. Togliatti, tornato da Mosca con gli ordini di Stalin, spiegherà ai suoi compagni dubbiosi nell’appoggiare il governo del fascista Badoglio, che il comunismo si farà dopo aver vinto la guerra…stanno ancora aspettando.

I governi del CLN rappresentano una macedonia ben più ricca del frontismo spagnolo: ex fascisti, monarchici, comunisti, democristiani, socialisti, liberali. Tutti uniti, nel nome della guerra di liberazione. Naturalmente meritano rispetto tutti i partigiani che fecero la lotta armata contro il fascismo, andando incontro a morte e torture. Ma c’è tutta una storia nascosta di lotta armata fuori dal cerchio dell’unità popolare dimenticata dagli storici del nuovo regime. Si pensi al gruppo Bandiera Rossa, totalmente sconosciuto ai più, lavato via dai libri di storia popolare, il principale gruppo partigiano a Roma. Aveva posizioni anti-monarchiche e anti-badogliane, rifiutava il CLN e accusava il PCI di tradimento. Persino nei fatti più conosciuti e celebrati dalla commemorazione nazional-popolare, come l’eccidio delle fosse ardeatine, dove pagò con ben 52 vittime, anche il solo ricordo viene bandito, sia nelle celebrazioni ufficiali, sia in quelle di movimento; ancora nella scorsa primavera abbiamo avuto le intimidazioni di un gruppo di stalinisti contro dei compagni che volevano commemorare quei fatti fuori dalla storia di regime.

A Roma l’oblio, al nord l’infamia, con le rivolte partigiane del 1946 contro “Repubblica che mitraglia i contadini, libera i fascisti e mette gli operai alla disoccupazione” accusate direttamente di “fascismo”.

La discriminante è sempre il popolo. Chi ha partecipato alla lotta di liberazione nazionale, nell’unità popolare, nella legalità dell’allora nuovo ordine mondiale di Jalta, è tollerato e perdonato. Chi non ha aderito ai carrozzoni di unità popolare con monarchici e fascisti, chi la lotta armata l’ha fatta prima e dopo il periodo che piaceva a Stalin, Churchill e Roosevelt, per loro ci sono le galere della democrazia: come Belgrado Pedrini che, per aver sparato a dei poliziotti fascisti nel ’42, rimarrà in carcere nelle prigioni repubblicane fino al 1974. Nel nome del popolo italiano.

 

E’ per questo che, ancora oggi, quando sento parlare di popolo, mi tocco le palle.