– Abbozzo di contributo su repressione, analisi e solidarietà per un ipotetico dibattito fra compagni –

Udine, domenica 16 luglio 2016

Questa breve cronaca locale delle ultime vicende repressive non vuole essere né un’apologia né un piagnisteo vittimistico, ma un invito all’analisi e alla solidarietà attiva.

Dopo i fatti di Firenze del mese di aprile 2016 (tafferugli dopo provocazioni poliziesche a un concerto in uno spazio occupato), una compagna viene costretta, dopo i primi giorni di carcere, ai domiciliari in attesa di giudizio a Trieste, per poi essere rilasciata il 23 giugno, con obbligo di dimora nel comune.
Denunce (furto e danneggiamento aggravato) per due compagni di Trieste accusati di aver sabotato e rimosso otto telecamere in centro città.
Lunedì 13 giugno, il tribunale di Trieste stabilisce che un compagno friulano dovrà scontare ai domiciliari (iniziati sabato 18 giugno in questa città) una condanna di 8 mesi per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale per i fatti di novembre 2013 (un gruppo di sbirri e gendarmi riconosce il compagno in centro storico a Udine e, dopo un dito medio alzato al loro indirizzo, si mette a malmenarlo, pistole alla mano, e a distribuire denunce fra i presenti, arrestando il compagno, denunciandone altri due per resistenza, poi assolti a giugno 2016, e denunciando per resistenza (assolto) e porto d’armi (condannato) ed espellendo dall’Italia un loro amico statunitense che stava filmando la scena).
Lunedì 20 giugno, viene perquisita l’abitazione di un’altra compagna di Trieste (indagine per imbrattamento), accusata di scritte anarchiche su muri della città, con conseguente sequestro di scritti personali. Seguirà interrogatorio della Digos giovedì 7 luglio.

La repressione non si presenta solo in divisa o toga che sia, la repressione ha inizio dal primo momento in cui si mette piede in questa realtà, si realizza attraverso semplici imposizioni, che venendo accettando diventano sempre più soffocanti costrizioni, si realizza attraverso la nostra impossibilità di reazione davanti a queste ultime, si realizza ogni qual volta si venga allontanati da persone e situazioni proprio a causa della propria scelta di non piegarsi dinanzi a ciò che ci viene imposto. Non vi è solo l’evidente repressione delle istituzioni predette al contenimento della devianza dai loro diktat e dal loro mondo interiore ed esteriore: non è repressione solo un foglio di via, un obbligo di dimora, una condanna, un arresto, ecc.. È repressione, assai più subdola e meno palese, anche quella che non viene direttamente calata dall’alto ma si manifesta da parte dei nostri pari stessi, altri esclusi, che sono contenti di vivere un’esistenza di domesticazione, dentro gabbie fisiche e mentali, altri che ti ricordano in ogni momento che te la sei cercata, che devi rientrare nella società se non vuoi problemi, che in fondo questo mondo funziona così e va tutto bene, quando non ti allontanano, giudicano o prendono le distanze da te apertamente in caso di repressione statale.
Inoltre auspichiamo una riflessione, una lettura dei fatti, quanto meno di quelli che ci riguardano da vicino. Tanto presi dalla quotidianità della militanza può capitare che lo spazio per una discussione, un’idea, la proposta per un dibattito che non finisca abortito in un attimo, manchi o scarseggi. Al di là del dirsi solidali, ben più interessante sarebbe per esempio osservare il reprimere di fatti a volte irrilevanti, e questo non per svilire nel linguaggio, nel suo senso, un’azione o per un tentativo auto-apologetico o di dissociazione da se stessi dinanzi allo sguardo dei tribunali. L’abbassarsi del livello della conflittualità determina un acuirsi della repressione anche per inezie, oltre che per reali azioni di lotta. Certamente queste idee sparse nere su bianco in questo foglio vogliono essere un tentativo di stimolo, un tornare a parlare di cose che potrebbero sembrare ovvie e quindi, a nostro avviso, erroneamente considerate da sorvolarsi. Abbiamo colto l’occasione della costrizione ai domiciliari del nostro compagno di Udine per parlare di queste tematiche, dei recenti avvenimenti, ma questo non deve essere che un punto di inizio, o meglio forse una continuazione, non un arrivo, una solidarietà a parole, simbolica, convenzionale, un tornare a parlare, conoscersi, riflettere e quindi rispondere attivamente. Ogni altra dimensione sarebbe vana, fittizia, fine a se stessa: sarebbe una parola rituale per voltare pagina e ripartire come se nulla fosse punto e a capo con la prossima data sul calendario.

Cogliamo l’occasione anche per esprimere vicinanza al compagno di Venezia colpito da richiesta di sorveglianza speciale.

Solo continuare la lotta può dare un senso alla solidarietà verso i nostri compagni reclusi.

Due anarchici
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